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giovedì 28 gennaio 2021
 
Migranti
 

Clandestinità un reato da cancellare, parola di ministro

28/01/2016  «La sanzione penale non è lo strumento più adeguato per affrontare l’immigrazione, non è servito a niente», ha detto a Famiglia Cristiana il responsabile della Giustizia Andrea Orlando. Oggi, aprendo l'anno giudiziario, l'ha ribadito Giovanni Canzio, primo presidente della Cassazione: «il reato di immigrazione clandestina si è rivelato inutile, inefficace e per alcuni profili dannoso».

Il ministro di Grazia e Giustizia Andrea Orlando all'apertura dell'anno giudiziario. Foto Ansa
Il ministro di Grazia e Giustizia Andrea Orlando all'apertura dell'anno giudiziario. Foto Ansa

Sul tavolino basso dello studio tante rassegne stampa e il libro di Franco La Torre su suo padre Pio La Torre, l’ispiratore del reato di associazione mafiosa ucciso da Cosa Nostra. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando arriva all’appuntamento in via Arenula direttamente dal question time che lo ha impegnato in Parlamento. «L’abolizione del reato di clandestinità», come ha detto in aula, «slitta, ma non è un impegno annullato».

Quindi il prossimo decreto non prevede che si affronti questo tema?

«Abbiamo deciso di affrontarlo all’interno di un quadro più ampio che disciplini la materia complessiva dei procedimenti di riconoscimento dell’asilo e dei rimpatri. Non credo che ci vorrà molto per decidere in merito, anche se non c’è ancora una data».

I fatti di Colonia vi hanno consigliato maggior prudenza?

«Non c’entrano nulla. Né in un verso né nell’altro. Siamo stati rimproverati per aver sollevato la questione proprio dopo le notizie che arrivavano dalla Germania, quasi fosse una provocazione. In realtà la data era obbligata. Da novembre avevamo portato gli schemi alle commissioni parlamentari e dovevamo attendere i pareri, con un termine ultimo oltre il quale la delega sarebbe scaduta. Dopo i fatti di Colonia ci siamo ancora confrontati, ma non è stato quello l’elemento per togliere dal decreto la depenalizzazione del reato. Anzi, su questo andiamo avanti facendo anche lo sforzo di spiegare ai cittadini, al di là dell’emotività, che la sanzione penale non è lo strumento più adeguato per affrontare questo tema».

Perché non è lo strumento più adeguato?

«Perché abbiamo visto in questi anni che l’elemento di deterrenza è stato praticamente nullo. Per chi mette in conto di perdere la vita per arrivare qui una sanzione tra i 5 e i 10 mila euro che giunge al termine di tre gradi di giudizio non è un deterrente. In compenso ha creato una serie di problemi».

Per esempio?

«Per esempio nelle attività investigative, come ha ricordato anche di recente il procuratore nazionale antiterrorismo. Il clandestino a cui viene contestato questo reato diviene immediatamente imputato e come tale non può testimoniare contro chi ha organizzato il traf­co di essere umani. In più si sovrappongono azioni amministrative per cui la richiesta di sanzioni può comportare la sospensione dell’azione di rimpatrio. Il paradosso è che una previsione normativa che avrebbe dovuto contenere l’immigrazione con la deterrenza e rafforzare le misure di rimpatrio ha ­nito per non raggiungere il primo scopo e per entrare in conflitto con il percorso del secondo».

E in più ingolfa anche il lavoro della magistratura. È così?

«C’è questo aspetto, ma non è il vero punto. Se il reato di clandestinità fosse un elemento utile a raggiungere alcuni obiettivi ci muoveremmo nella direzione di rafforzare gli organici. Il problema invece è che questi obiettivi non sono stati raggiunti e quindi si ingolfa la procura, ma non si ha un ritorno né in termini di sicurezza né di deterrenza rispetto ai flussi migratori».

Come pensate di agire?

«Il tema fondamentale è quello di rendere più rapide le procedure di identi­cazione, di concessione o di diniego dello status di rifugiato e poi le procedure di rimpatrio. Bisogna concentrarsi molto sul fronte amministrativo e su quello dei ricorsi risolvendo anche il sovraccarico dei tribunali contro i mancati riconoscimenti dello status di rifugiato. Depenalizzare non signi­ca essere più leggeri, signi­ca essere più ef­cienti».

Cosa pensa della condanna dell’Europa del reato?

«L’Europa, che solleva un aspetto giuridico fondato perché questo è un reato che muove più da una condizione esistenziale piuttosto che da un comportamento che offende un interesse di carattere pubblico, dovrebbe però anche essere più presente. L’immagine è quella di una maestra distante che impartisce delle bacchettate. Forse, se accanto a questa condanna, nel corso di questi anni, si fosse fatta carico del fenomeno, sarebbe più credibile».

(l'intervista è stata pubblicata sul numero 4 di Famiglia Cristiana, datato 24 gennaio 2016)

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