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venerdì 20 maggio 2022
 
Claudio Ronco
 

Claudio Ronco: «Così il mio robot salva i neonati»

11/05/2015  Il medico vicentino ha inventato la prima macchina salvavita miniaturizzata per le dialisi neonatali. E ha anche altri progetti.

Fine agosto del 2013, all’Ospedale San Bortolo di Vicenza scatta un’emergenza pediatrica: la piccola Lisa” (nome di fantasia), appena nata, sta già lottando tra la vita e la morte. Uno shock emorragico sopravvenuto durante il parto le scatena una gravissima insufficienza renale. I pediatri la danno per spacciata. A parecchie centinaia di chilometri di distanza, nell’auditorio gremito della Semmelweis University di Budapest, il professor Claudio Ronco, direttore del Dipartimento di Nefrologia, dialisi e trapianto renale dell’ospedale vicentino, sta per prendere la parola a un congresso internazionale. Squilla il cellulare. È il reparto: «Dottore, che facciamo? Il caso è davvero critico, bisogna intervenire subito, altrimenti…», lo allertano i suoi medici. La dialisi tradizionale non è utilizzabile su una bimba di neanche tre chili. Se non si interviene, morirà.  

CINQUE ANNI DI TEST

Che fare? Il primario decide in pochi secondi e richiama Vicenza: «Usate Carpediem», ordina, senza esitazione. Che razza di diavoleria può chiamarsi con un nome così  poco scientifico? Al reparto, però, lo sanno bene e scoppia l’agitazione. Carpediem: così è stata battezzata la prima macchina salvavita miniaturizzata per le dialisi neonatali. Un piccolo robot prototipo, unico al mondo, ideato dal professor Ronco, frutto di una sua intuizione. Una macchina messa a punto, in cinque lunghi anni di test, da un’équipe interdisciplinare voluta dallo stesso medico, per intervenire sulle rare, gravissime insufficienze renali dei neonati. «E il destino ha voluto che il primo paziente a sperimentarla fosse una bimba del mio ospedale», commenta.

 Alla fine Lisa è stata salvata. Grazie a Carpediem e all’équipe di Nefrologia del San Bortolo. La storia, raccontata come in un romanzo in cui s’intreccia la vita di un medico e un caso degno di uno di migliori episodi dei telefilm della serie E.R., ovviamente a lieto fine, la si trova nel libro che porta lo stesso nome della macchina: Carpediem. A scriverlo non poteva che essere il suo inventore.

Ma chi è Claudio Ronco? Sessantaquattro anni, asiaghese, figlio di un bravo medico condotto, dice: «Io? Sono un grande giocatore di hockey mancato». Che diventa, invece, un luminare della nefrologia, con un curriculum stellare: direzione del Laboratorio di ricerca renale al Beth Israel Medical Center di New York; cattedre alla University of Virginia negli Stati Uniti e all’Università Fudan di Shanghai, in Cina. Un medico-scienziato italiano che tutto il mondo c’invidia, tant’è vero che nel 2014 la Johns Hopkins University lo nomina ricercatore numero uno mondiale nel settore delle malattie renali.

«In questi anni ho realizzato un sogno che è mio, ma era anche quello di mio padre: essere medico fino in fondo, proprio com’era lui, ma anche sviluppare la ricerca», spiega Claudio Ronco senza disconoscere i debiti di riconoscenza nei confronti del genitore. Non si arriva, in effetti, alla progettazione di una macchina del genere senza pensare a sviluppare la ricerca e la formazione.

Per far questo Ronco s’è inventato quello che ora viene chiamato il “metodo Vicenza”: accanto, anzi al piano superiore dell’ospedale, rispetto al reparto medico, ha infatti aperto nel 2012 l’Irriv, l’Istituto internazionale di ricerche renali di Vicenza, di cui è direttore scientifico, e nel quale oltre a progettare nuove tecnologie per combattere le malattie renali, si formano  giovani medici che sappiano opportunamente utilizzarle.

«Qui si fa la ricerca dentro l’assistenza. Da qui sono già passati 110 tra medici, tecnici, ingegneri e ricercatori, l’80 per cento dei quali stranieri, con un’età media di 24 anni. Saranno loro a portare in giro per il mondo le nuove scoperte, Carpediem in primis. E ora vogliamo applicare le nanotecnologie alla dialisi», afferma con orgoglio il medico vicentino. Un sistema d’eccellenza che viene studiato e imitato già in parecchi Paesi.

Eppure, è la sua amara constatazione, la burocrazia nella sanità italiana fa di tutto per frenare la volontà di perseguire questa strada. «Per farle capire: per un direttore medico di New York il tempo impiegato nelle pratiche burocratiche equivarrà, forse, al 5 per cento del suo impegno totale. In Italia? Supera addirittura il 90%. Lavorare nel pubblico significa, se si vuole far bene, essere dei volontari. I miei collaboratori accumulano oltre 500 ore di straordinario l’anno». E lancia l’appello: «Vorrei avere a disposizione il premier Renzi per soli cinque minuti. Basterebbero per fargli capire dove dovrebbe andare la sanità».

IL RICHIAMO DEL DENARO

  

Le tentazioni di scappare dal suo Paese sono state molte in questi anni, ammette. «E anche molto concrete. Sirene con cifre a parecchi zeri».

Poi, però, basta un caso come quello della piccola Lisa per fargli dimenticare tutte le amarezze. «Sono tornato a capire perché sono un medico: quel sorriso di Lisa, dopo la cura, vale quarant’anni di carriera, glielo garantisco». È come se anche il professor Ronco avesse “colto l’attimo”, per dirla con il tanto amato motto oraziano.

E infatti è già tutto proiettato verso la sua prossima sfida: quella che lui chiama la “dialisi indossabile”, cioè la costruzione di un corpetto che contenga un apparecchio miniaturizzato per la dialisi così leggero da potere essere trasportato come un semplice abito, ma che salva la vita e, assieme, la sua qualità. E scommettiamo che...

 
 
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