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martedì 25 gennaio 2022
 
Cop21
 

Cop 21, c'è l'accordo sul clima. Ora bisogna agire.

13/12/2015  Alla fine l'accordo arriva, ma ci sono ancora Paesi avvertiti come "ostacoli". E la comunità scientifica mette in guardia dal rischio che le dichiarazioni di intenti, in assenza di azioni coerenti, restino sulla carta.

"Siamo oggi vicini alla fine del percorso, siamo arrivati ad un progetto di accordo ambizioso ed equilibrato, che riflette le posizioni delle parti". Lo ha dichiarato il presidente della Cop 21, Laurent Fabius, precisando che l'accordo sarà "giuridicamente vincolante". Il progetto di decisione che accompagna l'accordo "prevede che i 100 miliardi di dollari all'anno da qui al 2020" che devono essere mobilitati per il finanziamento climatico "sia una base di partenza, e che un nuovo obiettivo con un numero dovrà essere stabilito nel 2025". Lo ha dichiarato il presidente della Cop 21, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius.

Il difficile è passare dagli intenti ai fatti. Cina, India e Arabia Saudita sono stati additati come ostacoli. Ma anche ai Paesi avanzati dell'Ue e del 'gruppo-ombrello' (che include tra gli altri Usa, Canada, Giappone e Australia) alcuni osservatori delle Ong attribuiscono eccessiva rigidità. Mentre  emergono nuovi protagonisti - come Nigeria, Grenada o l'arcipelago polinesiano di Palau - intervenuti a difendere "passaggi chiave" dell'accordo sulla tutela delle aree vulnerabili.

Nel frattempo, però, la comunità scientifica avanza dubbi su alcune parti dell'accordo già condivise. Preoccupa lo iato fra soglia fissata per il riscaldamento, "ben sotto i 2 gradi", e gli attuali impegni nazionali che portano a un risultato reale, più vicino ai 3. Si avanza il timore che i 2 gradi diventino "un'aspirazione politica che non si traduce in niente di concreto per mancanza di impegni conseguenti".

Critiche sono arrivate anche al percorso verso l'azzeramento delle emissioni, per cui il testo fissa un orizzonte "nella seconda metà del secolo", ma non stabilisce passaggi né scadenze precise. "Per restare sotto 1,5 gradi nel 2100 ci vorrebbe un picco delle emissioni al 2020, dice Steffen Kallbekken, direttore del Centro per le ricerche climatiche e ambientali di Oslo (Cicero), sottolineando che "con un riscaldamento di 2 o 3 gradi potrebbero innescarsi meccanismi imprevedibili, quindi è altamente irresponsabile prendere questo rischio".

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