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lunedì 25 ottobre 2021
 
 

Colaprico: «Dietro la cronaca ci sono sempre persone che soffrono»

05/06/2013 

Si tratti di Tv o di carta stampata, è il giornalista a guidare l’uomo della strada, dentro il mistero del delitto e del processo. Abbiamo chiesto a Piero Colaprico, cronista di nera e giudiziaria a Repubblica, nonché giallista di successo, di condurci dietro le quinte del suo lavoro.  

I tempi della giustizia sono notoriamente lunghi, quelli dell’informazione sempre più brevi. Si riesce a conciliarne le esigenze in qualche modo?
«Le cose sono cambiate dal 1989 con il nuovo codice di procedura penale. Finché l’indagine è stata a lungo segreta di quella fase si parlava pochissimo, il clou della cronaca era il processo. Oggi è la fase di indagine a farsi più appetibile per il cronista: è quella in cui arrivano le notizie, magari degli arresti, ma anche quella in cui le garanzie sono minori. Mentre il processo si segue poco: si pensi al caso di Garlasco, l’indagine va in prima pagina, il processo magari in decima con pezzi più brevi. Però è anche vero che si sono moltiplicati i mezzi di informazione cui attingere, per cui chi vuole seguire nel tempo quello che accade ha più possibilità che in passato, il problema è che spesso chi si lamenta di quello che non sa, non fa il minimo sforzo per saperne di più».

La velocizzazione progressiva del sistema mediatico, siti, video, twitter, ha complicato il lavoro del cronista di nera e giudiziaria?
«Molto dipende dal cronista, direi che è diventato più semplice per il giornalista esperto che sappia mettere le mani e più complicato per chi non è esperto. Si nota di più la differenza tra esperti, inesperti e “non giornalisti” che al di là delle apparenze manipolano sapendolo l’opionione pubblica, dandole in pasto velocemente verità parziali difficili da smentire».

Al cronista di nera spesso si rimprovera la morbosità, è una necessità o si può evitare?
«Premesso che la responsabilità dell’eccesso di sangue va divisa in due tra il giornalista e il suo direttore o superiore, credo che nel nostro mestiere l’individualità delle persone sia ancora forte. Se tu tratti tutte le persone come se fossero persone con cui hai un rapporto, sarai un cronista che riesce a raccontare tutto in modo da essere il meno possibile offensivo. Ci sono però alcuni che ritengono l’essere umano materia inerte e fanno cose di cui prima o poi spero si vergognino, perché il dolore che noi arrechiamo soprattutto alle famiglie delle vittime è difficilmente sanabile. E quando poi torni ad avere a che fare con queste persone il modo con cui ti guardano è la misura che ti fa dire se hai fatto il giornalista come si deve o se l’hai fatto in maniera spietata e volgare».

E in giudiziaria, dove il segreto normalmente è a tutela, non della privacy come si dice, ma delle indagini, premesso che le notizie non hanno gambe, c’è un criterio che ti fa decidere come dire le cose che sai?
«L’unico caso in cui mi sia capitato di non scrivere quello che sapevo è stato quando c’erano ostaggi in mano ai sequestratori. Se fai il cronista devi stare alle regole della tua tribù, se vieni a conoscenza di una notizia scrivi. Poi certo può esserci una modulazione: una notizia importante si dà e subito, se sai che hai una notizia secondaria che non aggiunge nulla di sostanziale al lettore ma lede un’indagine puoi anche decidere di tenertela per qualche giorno. Ma nessun tipo di censura può intervenire in presenza di una notizia attendibile e verificata che riguardi una persona che ricopre un incarico pubblico, perché il cittadino ha diritto di sapere da chi viene amministrato. In altri Paesi quando questo accade scattano le dimissioni alla prima ombra di sospetto, solo in Italia si grida allo scandalo».

Capita, lo chiedo a un giallista, che la nera venga raccontata come un giallo. C’è il rischio in questo che chi legge si faccia un’idea sbagliata?
«Secondo me nell’ultimo periodo da una scrittura narrativa alla Simenon, siamo finiti a una scrittura narrativa alla Csi, con tutti i rischi che questo comporta. Se nel primo caso parlavi ore con le persone per capire e poi tiravi fuori una frase utile a spiegare l’insieme dei punti di vista, oggi capire non interessa, soprattutto in Tv importa mostrare. In questo il sopralluogo della polizia scientifica diventa una formula di intrattenimento delle trasmissioni del pomeriggio. Col risultato che il pubblico si fa l’idea che le tute bianche del Ris siano maghi che risolvono tutto. Se poi non accade ci si resta male, senza capire che l’indagine è una cosa complessa». 

 
 
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