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Benessere

Colesterolo alto: nuova terapia combinata

14/04/2015  Due farmaci associati in un’unica compressa: l’ezetimibe e la simvastatina. L’ezetimibe agisce inibendo l’assorbimento del grasso nell’intestino, la statina impedisce invece la sintesi a livello epatico, con risultati giudicati soddisfacenti.

La prima causa di morte in Italia (38,8 per cento dei decessi totali) è il “mal di cuore”, ossia le malattie cardiovascolari. Tra queste: l’ictus e l’infarto. Nell’ictus cerebrale, il flusso sanguigno si riduce o si interrompe in una qualche zona del cervello, che va incontro a ischemia, ossia a morte cellulare per assenza di ossigeno.

Nel caso dell’infarto cardiaco, invece, l’interruzione del fl usso è localizzata in uno dei vasi deputati a portare il sangue alle pareti del cuore: le coronarie. A che cosa è correlata la malattia cardiovascolare? Alla genetica sicuramente, ma soprattutto alla scorretta alimentazione e stili di vita sbagliati, che producono un aumento nel sangue del colesterolo Ldl ossia quello “cattivo”.

Che cosa si può fare per ridurre il livello di colesterolo?
Gli studi clinici hanno individuato una famiglia di farmaci in grado di ridurre il colesterolo cattivo. Oggi le chiamiamo comunemente statine: la atirvastatina, la fluvastatina, la pravastatina… A prenderle sono in molti. Le statine contendono alle benzodiazepine lo status di farmaci più prescritti al mondo. Possono prevenire gli attacchi di cuore e ridurre il tasso di mortalità nella popolazione ad alto rischio cardiovascolare.

Purtroppo, raggiungere l’importante obiettivo di abbassare il colesterolo Ldl non è così facile. In Europa e negli Usa solo la metà dei pazienti che rientrano nella categoria di rischio cardiovascolare elevato riceve un trattamento adeguato per ridurre il valore di soglia del colesterolo cattivo.

Nelle terapie di mantenimento ogni paziente ha una sua storia, un suo percorso, una sua personale adesione al programma terapeutico. Pur essendo generalmente ben tollerate, le statine comportano a volte effetti collaterali, quali un incremento dei livelli delle transaminasi, disturbi muscolari, dispepsia, nausea e un maggior rischio di insorgenza del diabete mellito nelle donne in menopausa. Come in tutte le terapie di mantenimento si verifi cano casi di intolleranza, che secondo alcune stime raggiungono il 20 per cento dei casi.

Il recente studio clinico Improve-it, presentato all’ultimo congresso dei cardiologi americani, il più lungo mai eff ettuato (durato ben nove anni) e numericamente corposo (ha arruolato 18.000 pazienti in 1.500 centri in tutto il mondo), ha dimostrato che è possibile raggiungere, per chi ha avuto un infarto, una soglia di colesterolo Ldl inferiore alla soglia di 70 mg/dl, arrivando addirittura a valori inferiori ai 55 mg/dl. Come? Associando tra loro due farmaci ipocolesterolizzanti: l’ezetimibe e la simvastatina (una della “famiglia” delle statine). L’ezetimibe agisce inibendo l’assorbimento del colesterolo a livello intestinale, la statina inibisce invece la sintesi del colesterolo a livello epatico. Associando l’ezetimibe alla statina, il livello di colesterolo Ldl si riduce di un ulteriore 21-27 per cento rispetto all’assunzione della sola statina. E per il paziente la pastiglia da prendere è una sola.

«I risultati dello studio sono estremamente interessanti e confortanti», dichiara il professor Giuseppe Mancia, direttore del Centro di epidemiologia e trial clinici all’Istituto auxologico italiano di Milano, «anche perché hanno dimostrato che ridurre i livelli di colesterolemia mediante l’aggiunta di ezetimibe alla terapia con statina, oltre livelli già rigorosi, può portare ad aumentare la protezione cardiovascolare nei pazienti ad alto rischio».

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