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Colf e badanti straniere: più della metà “in nero”

27/07/2015  Una ricerca realizzata dall’Ong Soleterre e dall’Istituto per la ricerca sociale fa la fotografia della situazione. Che risulta piuttosto grigia.

Il diritto a conciliare lavoro e famiglia per i lavoratori e soprattutto le lavoratrici domestici migranti, cioè chi cura i nostri anziani e i bambini delle famiglie italiane. È questo il tema della ricerca-azione realizzata dall’Ong Soleterre e dall’Istituto per la ricerca sociale (Irs), finanziata dal Fondo europeo per l’integrazione.

Mappatura delle problematicità, buone pratiche italiane ed europee, proposte di indicatori di monitoraggio. Ne parliamo con Alessandro Baldo, curatore della ricerca e responsabile del programma Migrazione e sviluppo di Soleterre.

Qui e in copertina, uno dei gruppi di lavoratrici domestiche straniere seguiti dalla Ong Soleterre.
Qui e in copertina, uno dei gruppi di lavoratrici domestiche straniere seguiti dalla Ong Soleterre.

- Come si colloca l’Italia in Europa?

«In Europa occidentale c’è una distinzione importante: nei Paesi settentrionali (Danimarca, Olanda, Regno Unito, Francia) sono previsti molti servizi pubblici per la cura di minori e anziani. Qui i lavoratori migranti sono assunti in forma regolare all’interno di cooperative e organizzazioni, con standard professionali certificati. Chi ha bisogno può richiederne i servizi. Al contrario, negli Stati mediterranei dove il welfare è più debole (Italia, Spagna, Grecia), i lavoratori vengono assunti prevalentemente dalle famiglie stesse, spesso in modo irregolare».

- Le famiglie conoscono bene il ruolo delle badanti, ma qual è la dimensione nazionale?

«In Italia il lavoro di cura ha conosciuto un rapido sviluppo a partire dagli anni Novanta. L’Inps, che ovviamente censisce solo gli assunti regolari, certifica che sono quintuplicati dal 1995 al 2013. Dal 2010 il numero si è stabilizzato, mentre vi è una novità legata alla crisi: aumentano le lavoratrici italiane. In ogni caso, le straniere rimangono il 90%. Quanto ai numeri, i lavoratori del settore che nel 2013 hanno ricevuto almeno un pagamento regolare erano 944.634, di cui solo il 38% come badante (361.517). Si tratta evidentemente di dati troppo bassi. Incrociando fonti ufficiali e informali, stimiamo invece che in Italia operino 830 mila badanti, di cui il 56,5% senza contratto di lavoro e il 26% senza il permesso di soggiorno. Quindi più della metà in nero e un quarto (216 mila) presenti in modo irregolare in Italia».

- Quale problema viene messo in luce dalla ricerca?

«Le analisi si preoccupano sempre di come il welfare possa far fronte all’invecchiamento della popolazione europea. Noi proviamo a vedere lo stesso tema dal punto di vista delle lavoratrici straniere: com’è possibile conciliare il loro lavoro con le esigenze familiari e personali delle lavoratrici stesse. Ne ricordava l’importanza anche la Comunicazione della Commissione europea “Towards a job rich recovery del 2012”. Nel nostro sportello di Milano e nei percorsi di gruppo che svolgiamo con le badanti, emerge la difficoltà del ricongiungimento familiare, il peso per la lontananza da figli e mariti, la forte marginalizzazione sociale e talvolta la quasi assenza della vita privata. Vivere 24 ore per sei giorni all’interno dell’ambiente domestico, magari con un anziano o un malato di Alzheimer, può essere faticoso dal punto di vista psichico. Le condizioni previste dal contratto, come le ore di pausa giornaliere, raramente sono rispettate, capitano episodi di sfruttamento e richiesta di mansioni non previste. Ai nostri incontri del sabato pomeriggio, succede che le badanti arrivino con un carrellino della spesa contenente i loro averi perché quella notte, cioè quella del giorno libero, non possono tornare a casa a dormire. In chiusura dell’Anno europeo per la conciliazione della vita familiare e lavorativa (2014), la tutela dei diritti psico-sociali delle lavoratrici domestiche è stata indicata come necessaria anche dalla Coface, la confederazione delle organizzazioni familiari dell’Ue».

- Quali sono i risvolti nei Paesi di partenza?

«Le nostre badanti sono a loro volta mamme, nonne, mogli. Con la ricerca abbiamo analizzato gli effetti in Romania e Polonia. Si parla proprio di famiglie “left behind”, lasciate indietro, per indicare il forte rischio di disintegrazione familiare. Riguarda i compagni e soprattutto i figli, che perdono il riferimento educativo femminile. Nel caso delle badanti dell’Est Europa, solitamente tra i 45 e i 55 anni, c’è anche l’effetto sugli anziani locali, che rimangono senza figlie che potrebbero prendersene cura».

Irina e Tetiana, due delle lavoratrici assistite da Soleterre che partecipano agli incontri di sostegno.
Irina e Tetiana, due delle lavoratrici assistite da Soleterre che partecipano agli incontri di sostegno.

- Può indicare una pratica che potrebbe essere presa a modello in Italia?

«“CuraMi” del Comune di Milano, cioè il tentativo di mettere a sistema e in rete tutte le risorse pubbliche e private per l’offerta di servizi legati alla cura. Non solo un albo per certificare le competenze delle lavoratrici e per facilitare l’incrocio tra domanda-richiesta degli anziani e delle badanti, ma anche attività finalizzate a tutelare diritti e attenzioni ai bisogni delle lavoratrici, per esempio aiutandole nella relazione con la famiglia lontana e nelle pratiche legali. Una loro maggior serenità garantirà anche un miglior rendimento professionale».

- Proponete una griglia di benchmarking, cosa vuol dire?

«Abbiamo elaborato una serie di indicatori statistici per una misurazione scientifica della conciliazione lavoro-famiglia-vita personale delle lavoratrici domestiche straniere. Proponiamo alle istituzioni locali di utilizzarla. Del resto nel 2013 l’Italia è stato il primo Stato dell’Ue e il quarto del mondo a ratificare la Convenzione 189 sul lavoro domestico, approvata dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) nel 2011. Proprio quel documento sottolinea l’importanza del monitoraggio e della tutela della conciliazione tra lavoro e vita familiare».

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