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domenica 19 settembre 2021
 
Colloqui col padre
 

I fedeli si allontanano perché Dio sembra indifferente?

23/07/2021  Un lettore ci scrive: «Oggigiorno, quando le persone si trovano di fronte a difficoltà, tragedie e dolori fanno fatica a riconoscersi nella religione cristiana quando afferma che "Dio ci è vicino nella sofferenza"». Ecco la risposta del nostro direttore, don Antonio Rizzolo

Egr. direttore, ho letto con attenzione le lettere “Cari vescovi e cari preti, fate un passo indietro” (n. 23) e “Una Chiesa dove il Vangelo si inserisce nella vita reale” (n. 25), con le sue risposte. Mi permetto alcune riflessioni personali. Ritengo condivisibili nella sostanza le argomentazioni espresse. Aggiungerei, però, che sia incompleto spiegare la disaffezione contemporanea alla Chiesa motivandola solo con il comportamento di una parte minoritaria della Chiesa stessa o dei laici che non si offrono in maniera concreta alla vita pastorale o non si impegnano a intraprendere un percorso per una “Chiesa sinodale”, come lei ha scritto.

A mio modesto parere, vi è un altro fattore. Oggigiorno le persone sono più consapevoli delle vicende che devono affrontare e, di fronte a moltissime difficoltà, tragedie, dolori, sofferenze ecc. fanno fatica a riconoscersi nella religione cristiana quando afferma che Dio ci è vicino nella sofferenza, nel dolore. A fronte di ciò, in tantissimi casi la preghiera dà la sensazione di non servire granché e di conseguenza l’uomo sente distante Dio. A tal proposito, mi ha fatto una certa impressione vedere papa Francesco, in solitudine, in San Pietro, pregare Dio per un Suo intervento per contrastare o alleviare il Covid. Che ha continuato a mietere vittime.

È sotto gli occhi di tutti, poi, che nel mondo c’è tantissimo male, anche se il bene non fa notizia e quindi si vede poco. La religione cristiana, in proposito, afferma che Dio ci lascia liberi di decidere della nostra vita, di assumerci le nostre responsabilità e di conseguenza il male che c’è nel mondo è gran parte frutto del comportamento e delle scelte dell’uomo. Questa argomentazione suscita in me qualche dubbio. Un bambino del Terzo mondo o un bambino che vive in quartieri malfamati non ha certo le opportunità di scelta del bambino che nasce in un ambiente culturalmente vivace. Ciò significa che le scelte che facciamo sono frutto delle esperienze precedenti e quindi sono scelte in un certo senso obbligate.

Vi è poi la sofferenza dei bambini: vedere i reparti oncologici degli ospedali dove sono ricoverati bambini di pochi anni, che non hanno speranza di vita, riempie il cuore di dolore. Come si fanno ad accettare frasi del tipo: «Dio ci è vicini nella sofferenza»?

Tutto questo per dire che l’uomo contemporaneo, a fronte delle sue richieste di aiuto a Dio non “sente” questo aiuto che viene o che potrebbe venire da Dio e di conseguenza si ha questa emorragia di fedeli... figlia di mancanza di fiducia in Dio. Si ha l’impressione che ognuno di noi abbia un suo destino ineluttabile. Io sono sostanzialmente credente, queste domande e altre me le sto ponendo da anni, senza trovare una risposta. Quanto sopra, naturalmente, se si affronta la questione in modo razionale. Se la si affronta introducendo il concetto di fede, quindi di fiducia in Dio, allora le mie riflessioni non hanno più un fondamento.

ANTONIO LAMPUGNANI - Mortara (PV) 

Grazie per questa riflessione, caro Antonio. Le questioni che poni, in realtà, hanno assillato da sempre tanti credenti. Non sono quindi delle novità e per questo motivo non possono essere la vera causa dell’attuale emorragia di fedeli. Se non nella misura in cui il progresso scientifico e la possibilità di confronto con religioni, filosofie e opinioni diverse ha reso più consapevoli le persone.

Parto da alcune brevi considerazioni. È senz’altro fastidiosa la faciloneria con cui talvolta si cerca di consolare dicendo che Dio è vicino a noi nella sofferenza. A volte mi sembra solo un modo di lavarsi le mani (pur essendo l’affermazione di per sé vera). Riguardo poi alla libertà di scelta che Dio ci lascia, non si tratta ovviamente di una libertà assoluta, ma condizionata dalle circostanze, dall’ambiente, dalle esperienze. È la caratteristica della libertà umana, che però esiste, pur limitata. Infine, penso che fede e ragione non vadano contrapposte. La fede è anch’essa una forma di conoscenza, che non è contro la ragione, ma va oltre. La fede, poi, va unita alla ragione, per non diventare fideismo. E la stessa teologia è definita intellectus fidei, intelligenza della fede.

Il problema di fondo è, comunque, perché c’è il male, la sofferenza, specialmente quella dei bambini. È lo scandalo del dolore innocente, che per Ivan Karamazov, discutendo con il fratello Alëša nel romanzo di Dostoevskij, diventa il motivo del suo rifiuto verso Dio. Non c’è una risposta “razionale”, non c’è una spiegazione sufficiente. Sempre nei Fratelli Karamazov, il grande romanziere russo non propone alcuna dimostrazione a difesa di Dio da parte di Alëša. Non possiamo capire perché gli innocenti soffrono, ma possiamo star loro accanto. È quanto mostra Dostoevskij nel capitolo successivo, dedicato allo starec Zosima, raccontando la vita e gli insegnamenti di questo monaco russo. Che in ultima analisi si riducono all’amore, ricevuto da Dio e donato ai fratelli. Basta una sola sua frase in proposito: «Certe volte, specialmente davanti ai peccati degli uomini, ti sentirai perplesso e ti chiederai: “Devo ricorrere alla forza o all’umiltà e all’amore?”. Decidi sempre di ricorrere all’umiltà e all’amore».

Ecco, infine, cosa ha detto papa Francesco il 2 giugno 2017, rispondendo a un ragazzo, Tanio: «Come si fa capire che il Signore ti ama quando ti fa mancare persone o cose che tu non vorresti mai perdere? Pensiamo… a un ospedale qualsiasi dei bambini. Come si può pensare che Dio ami quei bambini e li lascia ammalati, li lascia morire, tante volte? Pensate a questa domanda: perché soffrono i bambini? Perché ci sono bambini nel mondo che soffrono la fame, e in altre parti del mondo c’è uno spreco tanto grande?». A domande come queste, continua Francesco, « non si può rispondere con le parole. Tanio, tu hai fatto questa domanda e non ci sono parole per spiegare. Soltanto, troverai qualche spiegazione – ma non del “perché”, ma del “para que” [“a che scopo”] – nell’amore di quelli che ti vogliono bene e ti sostengono».

Il Papa racconta poi quello che prova uscendo da ospedali dove ci sono dei bambini: «Esco con il cuore non dico distrutto, ma molto addolorato, il Signore non mi risponde. Soltanto guardo il Crocifisso. Se Dio ha permesso che suo Figlio soffrisse così per noi, qualche cosa deve esserci lì che abbia un senso. Ma, caro Tanio, io non posso spiegarti il senso. Lo troverai tu: più avanti nella vita o nell’altra vita». Dietro a tutto c’è sempre l’amore di Dio, ma non si può spiegare. Anzi, aggiunge il Papa, «se qualcuno ti dice: “Vieni, vieni, che io te lo spiego”, dubita». E conclude: «Ti faranno sentire l’amore di Dio solo quelli che ti sostengono, che ti accompagnano e ti aiutano a crescere».

 
 
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