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mercoledì 01 dicembre 2021
 
Colloqui col padre
 

Il grande aiuto che viene dal sacramento del perdono

13/08/2021  La riflessione, bella e profonda, di una nostra lettrice sul sacramento della Confessione: «Il sacramento del perdono è bellissimo: per quanto grande sia il nostro peccato, Dio ci perdona realmente. E questa è la spinta per ricominciare». Ecco la lettera e la risposta del nostro direttore, don Antonio Rizzolo

Egregio direttore, ho pensato di condividere con voi queste poche riflessioni sul sacramento del perdono, che sembra meno frequentato, ma che invece è di grande aiuto. È bellissimo il sacramento del perdono. È utile anche il fatto che sia un sacramento, cioè una cosa importante, ci si sente ufficialmente perdonati da Dio. La propria colpa è realmente cancellata perché c’è un sacerdote, un rappresentante di Gesù che è reale e che ti impartisce una benedizione di perdono, te lo dice fisicamente, realmente. Non siamo solo noi stessi a perdonarci per cui diventerebbe meno certo il perdono. Ognuno è logico che tende a perdonarsi, ma è un altro che ci perdona. Il rappresentante di Gesù ci dice: «Io ti perdono nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo, va’ in pace e non peccare più». È molto importante sentirsi perdonati, invitati a ricominciare meglio. L’errore per grosso che sia è cancellato, la macchia tolta, tutto azzerato, puoi ricominciare a fare meglio. Altrimenti se uno si sente addosso la propria colpa a un certo punto pensa che non ha più niente da perdere, non c’è più niente da fare per lui, ha peccato, oramai ha perso la sua anima. Commette altri delitti perché non ha più niente da perdere, ha già perso tutto. Invece il perdono ti dice: «Non hai perso la tua anima. Puoi ricominciare e ritornare bianco come un bimbo. Pentiti e ricomincia a fare meglio». È Bellissimo. Un omicida, che si pente sinceramente, viene perdonato e riceve una spinta positiva a fare cose buone e belle. Si sente azzerare la sua colpa. Il sacramento del perdono è un bene, un lievito buono per tutta la società civile. È utile anche civilmente, un buon esempio perché chi è pentito e si sente realmente perdonato, si sente dire «Va’ in pace e non peccare più» è sereno, in pace con se stesso, ingrediente importantissimo e principale per essere in pace con gli altri. È ben disposto verso tutti, porta pace e perdono e agisce nella società con voglia di ricominciare e fare bene. Dà anche il buon esempio perché perdona gli altri, chi lo ha offeso, e insegna a fare altrettanto. La Chiesa, insegnando come confessarsi, fa bene a dire che non è strettamente necessario elencare minuziosamente tutti i propri peccati. Importante è elencarli, dirli a se stessi, esaminarli in se stessi e pentirsi pubblicamente in confessione cioè dire a voce al sacerdote che non si vuole più cadere nei propri peccati. Importante è il pentimento sincero e anche espresso verbalmente oltre che nel proprio cuore, così ci si impegna di più a migliorare. Se si ritiene, si può anche chiedere aiuto a una persona fidata e segreta come deve essere un sacerdote che, come un padre, dà buoni consigli che aiutano. Consigli basati sul Vangelo. 
E.B.

Carissima, prendo spunto da queste tue belle riflessioni per invitare tutti ad approfittare di quest’ultimo scorcio di vacanze e accostarsi al sacramento della Penitenza o della Riconciliazione. È molto bello anche chiamarlo, come fai tu, sacramento del perdono. È un sacramento perché è un segno efficace, capace cioè di donare la grazia della misericordia e del perdono, che vengono da Dio. Come giustamente sottolinei, il sacerdote è solo un ministro, cioè un servitore della grazia, ma la sua presenza e le sue parole ci rendono certi che il Signore ci ha assolto da ogni colpa. Aggiungo altri due spunti di riflessione, consigliando tutti di leggere l’introduzione al Rito della Penitenza, che aiuta ad entrare più in profondità nei significati del sacramento e anche a celebrarlo nel migliore dei modi. La prima riflessione riguarda il perdono dell’assassino, spinto così a ricominciare la propria vita compiendo del bene. Una delle parti del sacramento viene chiamata “soddisfazione”. Accostarsi alla Riconciliazione non è un atto formale, ma la decisione di iniziare un cammino di conversione. Come si legge nel Rito della penitenza, «la vera conversione diventa piena e completa con la soddisfazione per le colpe commesse, l’emendamento della vita e la riparazione dei danni arrecati». In altre parole, per un omicida la riparazione consiste anche nell’espiare le proprie colpe subendo una giusta condanna dalla società e dallo Stato. Una seconda riflessione riguarda l’esaminare i propri peccati per confessarli al ministro del sacramento. È il cosiddetto “esame di coscienza”, una pratica che è utile fare anche quotidianamente. Per viverla bene è utile confrontarsi con la parola di Dio, ad esempio con i dieci comandamenti o le otto beatitudini, o con un brano del Vangelo che testimonia l’amore del Padre. Più di ogni altra cosa, l’esame di coscienza va vissuto non come una sorta di autoanalisi psicologica, uno scavare nel proprio passato, ma come un momento di preghiera, nel quale chiedo al Signore di ricordarmi quando nella giornata o nella vita sono stato con lui, l’ho sentito vicino, e quando invece ho pensato solo a me stesso e vissuto come se lui fosse lontano e indifferente. Nella luce della preghiera, nell’affidarmi con fiducia a Gesù, scoprirò dov’è veramente il mio cuore e inizierò il cammino che mi porta a chiedere e poi a ricevere il perdono, e infine a vivere dell’amore ricevuto da donare a tutti.

 
 
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