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Giada che non riusciva a dire chi era realmente

12/04/2018  Riguardo la tragica vicenda della ragazza suicida all'Università di Napoli, il nostro esperto Fabrizio Fantoni ricorda che nessuno deve sentire solo di fronte alle difficoltà e invita i genitori di chi sceglie gli studi universitari a proporre iniziative di orientamento che non siano solo conferenze, ma che aiutino nella conoscenza di sé.

Nel giorno delle discussioni di tesi, Giada, 25 anni, si è suicidata. Ha abbandonato gli studi, ma non ha avuto il coraggio di dirlo ai genitori, al fidanzato, agli amici. Che ha invitato all’università: tutti sono in attesa del gioioso compimento dei suoi studi. Ma lei non può reggere oltre la finzione e si lancia dal tetto della palazzina. Un grande dolore e una tenerezza senza fine. È quello che si può provare di fronte al silenzio cupo di questa ragazza che non ce la faceva, e probabilmente temeva di andare in frantumi vedendo la delusione negli occhi di chi le stava accanto.

Dicono, i giornali, che avesse voluto anche le bomboniere e il pranzo solenne per festeggiare una laurea che in cuor suo sapeva non avrebbe mai conseguito. Una vita spezzata, molto prima della morte: fratturata tra ciò che avrebbe voluto diventare, ma non riusciva, e ciò che era realmente. Sempre più irraggiungibile il primo obiettivo, e sempre più svalutata la sua persona reale. E in questa rottura interna, Giada è sola. Soltanto all’ultimo, chiama tutti lì, e mostra loro la sua spaccatura interna, rompendo in mille pezzi il suo corpo.

Non sappiamo che cosa abbia provocato questa situazione. Per rispetto di Giada e di chi le vuole bene, non si possono azzardare ipotesi esplicative. Si può solo portare con noi la sua solitudine, tanto densa che neppure Giada ha saputo forzarla chiedendo aiuto a qualcuno. Portare con noi la sua solitudine, perché nessuno dei nostri ragazzi si debba sentire così solo di fronte alle difficoltà. Studiare all’università è prima di tutto vocazione. Passione ed interesse. Non per tutte le discipline che si studieranno, magari, ma per la maggior parte.

Come genitori, aiutiamo i figli a compiere una scelta iniziale motivata e non superficiale o a scatola chiusa. Proponiamo iniziative di orientamento che non siano solo conferenze, ma che attivino i ragazzi alla ricerca e alla conoscenza di sé. Che favoriscano il passaggio dalla scuola superiore, in cui i ragazzi sono accompagnati ogni giorno dall’organizzazione scolastica e dai docenti, all’università, in cui sono molto più affidati a se stessi e alle proprie responsabilità. Poi, alcuni possono anche sbagliare la scelta, e cambiare il corso di laurea. Magari perché non riescono a superare qualche esame, o si accorgono che manca la vocazione.

Come genitori, diamo loro questa possibilità. Non facciamo pressione per i voti sul libretto: guardiamolo insieme a loro, due o tre volte all’anno, rispettosamente, per confrontarci sul ritmo dello studio e non sui risultati. Non si può dare per scontato nessun risultato: il livello di prestazione richiesto è davvero alto. E non lasciamo che gli studi universitari siano l’unica esperienza di vita dei ventenni. Chiediamo loro di aggiungere un po’ di volontariato, o di sport, o di arte; uno stage o un lavoretto... In modo che la loro autostima non sia affidata unicamente ai voti registrati sul libretto universitario. E siano più pronti come uomini e donne quando entreranno nel mondo del lavoro. 

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