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domenica 14 agosto 2022
 
Diventare magistrato
 

Come ci si sente in attesa della toga: una giornata con i giudici di domani

12/04/2018  Dopo aver vinto il concorso, a Villa Castel Pulci completano il tirocinio svolto nei tribunali. Superando il riserbo, ci raccontano come ci si sente in attesa della toga

Villa Castel Pulci sta un po’ fuori Scandicci, alle porte di Firenze, inerpicata in cima alla collina. Il luogo, antico e isolato, rende l’idea della fatica che si fa ad arrivare lì e al mestiere che lì dentro si impara. Né il lavoro, né quel luogo si conquistano senza volerlo davvero. È la sede della Scuola superiore della magistratura, presieduta da Gaetano Silvestri. Ci guidano a scoprirla Nicola Russo, magistrato («solo omonimo», precisa, «di quello finito sotto inchiesta»), che ha appena ceduto il testimone di coordinatore della formazione dei neomagistrati alla collega Luisa Napolitano e Andrea Del Re, avvocato fiorentino, che ha coordinato per due anni la formazione permanente e osserva: «Il lavoro del magistrato, tra norme sovranazionali e bisogno di competenze estese, sta diventando sempre più complicato, l’aggiornamento è fondamentale».

Istituita con legge nel 2006, in funzione dal 2012, la scuola si occupa di completare assieme al tirocinio negli uffici giudiziari la formazione dei magistrati: non solo a inizio percorso, ma anche prima di assumere funzioni direttive e lungo la strada, perché la frequenza ai corsi pesa nelle valutazioni di professionalità durante la carriera.

«Il percorso iniziale per diventare magistrati ordinari (Procure, Tribunale, corti d’Appello e di Cassazione)», spiega Russo, «passa per la laurea in Giurisprudenza, la scuola di specializzazione per le Professioni legali (o in alternativa altri requisiti altrettanto impegnativi ndr.), e poi per il concorso pubblico nazionale», tra i più tosti, cui si iscrivono a migliaia e che vincono in 350 più o meno, secondo i posti banditi, ammesso che si coprano tutti.

«Una strada giustamente lunga», precisa Russo, «data la delicatezza del ruolo». Anche se fuori, l’Associazione nazionale magistrati si interroga sull’opportunità di avere spostato al secondo livello, dopo la specializzazione, anziché subito dopo la laurea com’era prima del 2006, l’accesso al concorso: con il risultato che ci si arriva meno giovani di un tempo e con il rischio che questo escluda chi non può permettersi di studiare fin oltre i 30 anni.

Solo dopo aver passato le lunghe forche caudine del concorso si diventa Mot, sigla burocratese per Magistrati ordinari in tirocinio, e si arriva salire lo scalone di Villa Castel Pulci, dove abbiamo incontrato giovani giudici penali, all’ultimo tratto di strada prima di prendere servizio nella sede che hanno già scelto.

La scuola è solo una parte del tirocinio, generico all’inizio, più mirato alla fine: momenti di confronto comune in cui si tirano i fili delle esperienze maturate presso i colleghi più anziani nei Tribunali e nelle Procure.

L’onere della toga è vicino e i più scelgono il riserbo, in una mattina di lezione fitta fitta, non se la sentono di esporsi neanche per parlare di una cosa neutra come le loro motivazioni. Alla fine solo tre donne, più una quarta raggiunta nei giorni successivi, accettano di raccontare la strada che le ha portate fin lì. Un caso ma non troppo, perché agli ultimi concorsi le ragazze hanno vinto più numerose, tanto che a Milano si scherza di “quote azzurre”.

Martina Guenzi, presto giudice penale e civile a Isernia, ha sempre avuto le idee chiare: «Ho desiderato questa strada così intensamente da non avere un piano B se non avessi superato il concorso: è stato interessante il tirocinio in Procura, ma ho capito presto che mi sentivo più tagliata per giudicare che per indagare. La mia esperienza è stata positiva, ma se potessi chiederei un taglio più pratico alla scuola di specializzazione per le Professioni legali: se fosse più finalizzata al concorso si eviterebbe il proliferare di corsi privati a pagamento».

Non tutti al massimo della trasparenza, come si è visto dalle cronache recenti relative a un corso finito nella bufera per borse di studio con annesso “dress code” a base di minigonne, di cui le giovani toghe che abbiamo incontrato hanno saputo dai giornali.

Su questo le esigenze sono concordi: una formazione istituzionale post laurea più mirata al concorso e maggiore attenzione agli aspetti deontologici delle professioni legali fin dall’università: «Ci si augura», spiega Giulia Leso futura giudice a Padova, curiosa e un po’ ansiosa di mettere in pratica i suoi lunghi studi, «che chi sceglie questo lavoro abbia una solidità e principi che tengano alla larga da situazioni inadatte al ruolo che si assumerà. Spero che lo scandalo sia servito a rimediare agli errori».

Se Giulia Leso ha maturato a poco a poco la certezza della vocazione a fare la giudice, Federica Filippi, più fresca di concorso, al momento in tirocinio in Procura a Perugia, per ora è tentata dalle indagini del Pubblico ministero: «Poi magari, provando a lavorare al fianco di giudici, cambierò idea, ma l’esperienza provata in Procura, già durante gli stage della scuola di specializzazione, mi ha conquistato. Sarà che ho cominciato a sognare questo lavoro al liceo e adesso alle prime settimane di tirocinio si comincia a respirarne la realtà e la difficoltà: cerco di rubare a chi ha più esperienza l’equilibrio e l’umiltà necessari».

Equilibrio, umiltà, solidità sono caratteristiche che valgono per giudici e Pm: «Anche chi indaga in Italia lo fa cercando la verità e rappresentando lo Stato, non da avvocato dell’accusa come negli Stati Uniti», ricorda, Valeria Tiengo, in procinto di assumere le funzioni di giudice penale a Monza, mentre racconta di essersi sentita presto tagliata per il ruolo giudicante.

A pochi mesi dal traguardo ammette di provare «un po’ d’ansia, ma se vuoi fare il giudice devi sapere tenerla a bada. Finora abbiamo appreso in situazioni protette, studiando il percorso della decisione accanto ai più esperti. Alla fine quello che ho imparato somiglia a quello che volevo fare da grande: risolvere il caso. Nei film è facile, torto e ragione sono sempre ben divisi. Nella realtà accade che esistano più interpretazioni e che non siano necessariamente una giusta e una sbagliata. Sarebbe rassicurante, ma non è sempre così. È questa la solitudine del giudice, strettamente connessa all’indipendenza: chiede solidità e grande preparazione. Credo che solo quando mi ci troverò ne sentirò davvero tutto il peso».

Foto di Pietro Paolini/TerraProject

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