logo san paolo
martedì 25 gennaio 2022
 
dossier
 
Benessere

Come distinguere un'allergia da un'intolleranza alimentare

23/02/2015  Il glutine, che provoca diarrea; i pomodori che causano “bolle” dolorose su lingua e palato; il mal di pancia da lattosio; l’intossicazione da pesce; il mal di testa da cioccolato: sono intolleranze o allergie?

Il medico cerca le allergie perché fanno più paura, ma ben conosce le intolleranze, più frequenti, più “controllabili” anche se non segnalate dagli esami del sangue, e così fastidiose che sempre più pazienti, per capire se stare lontani da certi cibi, si sottopongono a ogni tipo d’esame, anche non validato dal mondo scientifi co.

Il 40 per cento della popolazione mondiale sarebbe o allergica intollerante, ma solo pochi si curano e molti non sanno nemmeno di esserne soggetti. «Oggi un po’ si abusa del termine “intolleranza” », dice Claudio Ortolani pioniere della ricerca italiana, e direttore dell’Istituto allergologico lombardo. «Ma l’intolleranza alimentare va distinta dall’allergia. Gli allergici hanno una predisposizione genetica che li porta a fabbricare anticorpi IgE, proteine prodotte dal sistema immunitario per combattere sostanze dette allergeni.

Altri, invece, sono intolleranti ad alimenti, additivi, farmaci, per via di defi cit enzimatici o perché queste sostanze sono “intossicanti”». «Negli “intolleranti», spiega Ortolani, «il coinvolgimento delle difese dell’organismo, (i globuli bianchi che producono anticorpi) non avviene, se non in due forme gravi: la prima – rara – è l’intolleranza alle proteine del latte dei lattanti, che appunto va annoverata nelle allergie.

La seconda è la più nota celiachia, vera e propria malattia da intolleranza al glutine, sostanza presente nel grano duro, che causa cattiva digestione, diarrea/ stitichezza, aria addominale e aspetti di denutrizione. Qui si generano non le IgE ma altri anticorpi contro la gliadina, proteina del glutine, o diretti contro componenti delle cellule intestinali.

Tutte le altre intolleranze non generano la comparsa di anticorpi specifi ci, e sono per lo più a carico dell’apparato digerente. La più frequente è la diff usissima intolleranza al lattosio che colpisce il 90 per cento degli asiatici, l’80 per cento degli africani, il 70 per cento dei mediterranei, cioè noi italiani.

I latticini

Crescendo, la maggior parte degli “umani” perde la lattasi, l’enzima prodotto nell’intestino tenue che durante l’allattamento ci permette di nutrirci di solo latte. Già gli uomini di Neanderthal non bevevano latte e la capacità genetica di scindere il lattosio in galattosio e glucosio, zuccheri più semplici, per renderlo sintetizzabile nell’ultima parte dell’intestino è un acquisto recente dell’umanità. Negli intolleranti la molecola non si divide.
Invece arriva la flora batterica “locale” che aggredisce il lattosio per cibarsene, sviluppando reazioni chimiche e gas (idrogeno). Inoltre, per smaltire il lattosio, le pareti del colon chiedono acqua e liquidi che, concentrandosi, favoriscono lo sviluppo di feci liquide, e di qui la diarrea».

Gli zuccheri

  

Un’altra intolleranza, si riassume nell’acronimo Fodmap, che raggruppa gli zuccheri “cugini” del lattosio. «Più gli zuccheri sono complessi e più è diffi cile assimilarli», spiega Ortolani, «e si va incontro a sintomi analoghi all’intolleranza al lattosio.

Ognuno ha la sua soglia di digestione rispetto al fruttosio, presente nello zucchero da cucina (saccarosio) insieme al glucosio. Nei soggetti che fanno più fatica a sintetizzare il fruttosio è bene non prendere bevande zuccherate dopo aver mangiato frutta.

Il fruttosio è a sua volta un anello semplice della catena di alcuni zuccheri complessi, i fruttani, presenti in graminacee e legumi, che creano diffi coltà digestive. Infi ne, ci sono gli zuccheri più complessi – come mannitolo, maltitolo, xilitolo – utilizzati per dolcifi care ma capaci di dare in molti una reazione come quella al lattosio».

Cibo in scatola

«Se mangiamo cibi deperiti, dopo qualche ora arrivano mal di pancia e vomito: ciò è dovuto all’ingestione di istamina, la stessa sostanza infi ammatoria prodotta in surplus a seguito delle più gravi allergie, che si genera pure in alimenti in cui è iniziata la putrefazione.
L’istaminasi, enzima che nell’intestino scinde le istamine, può essere sopraffatto sia dai livelli d’istamina, sia da altre sostanze prodotte dai batteri connessi alla putrefazione del cibo, specie se in scatola. Il defi cit d’istaminasi si verifi ca anche con l’assunzione di farmaci capaci di bloccare i processi di sintesi dell’istamina, mentre sostanze come la tiramina, presente anche in cioccolato e banane e in alcuni antidepressivi possono causare l’insorgenza di mal di testa».

I solfiti

  

Le intolleranze a certi additivi possono provocare asma e orticaria. «Con un meccanismo ancora non chiarito i solfiti – conservanti trasformati dall’acido cloridrico presente nello stomaco in anidride solforosa – finiscono nei polmoni irritandoli. Oggi esistono normative per regolare le dosi dei singoli additivi e la quantità di solfi ti da utilizzare».

La diagnosi

Primo obiettivo, verifi care se si tratti di allergie, più gravi perché danno shock indipendentemente dalla quantità ingerita. «La misurazione dei livelli IgE nel sangue con il Rast test permette di riconoscere gli alimenti responsabili. Analisi del Rast su singole molecole allergeniche valutano la gravità della reazione. Se per una reazione a un alimento sospettiamo più sostanze, è utile il test da scatenamento: facciamo ingerire dosi di allergene, e se una reazione comporta dosi IgE variate nel sangue, c’è un’allergia che impone di escludere quell’alimento, se non c’è, non è allergia e si valutano le intolleranze. Che non comportano l’esclusione di un cibo, ma il suo utilizzo in dosi “intelligenti”. Molti dei test per le intolleranze non sono universalmente accettati dalla comunità scientifi ca: è compito del medico tutelare i pazienti dalle “bufale”».

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo