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lunedì 29 novembre 2021
 
 

Come imparare a comunicare con un figlio autistico

11/12/2017  Quei bambini e ragazzi che vivono nell’area variegata dei disturbi autistici hanno maggiori difficoltà dei coetanei nell’elaborare gli stimoli che vengono dall’esterno, ma anche dall’interno, come le emozioni: il nostro esperto spiega che servono esempi e stimolazioni per loro. Ecco come.

A nostro figlio Marco di 17 anni è stato diagnosticato un lieve disturbo dello spettro dell’autismo. Tende a stare in casa, a giocare ai videogiochi e guardare cartoni giapponesi. Va a scuola con risultati sufficienti, soprattutto nelle materie tecniche. Ma è piuttosto solo, non lega con i compagni, anche a causa dei suoi interessi ancora infantili. Nei giorni scorsi, al telegiornale un ragazzo autistico di 15 anni di Grosseto diceva di essere come un delfino, che ha bisogno che gli altri imparino a comunicare con lui. Marco è in una situazione meno complessa, ma comunque è difficile parlare con lui: si arrabbia o si intristisce. E non si riesce ad andare avanti nei discorsi. Ha uno psicologo che aiuta lui e noi.

LOREDANA E FABIO

— Difficoltà nella comunicazione con gli altri, per iniziare o portare avanti un’interazione; fatica a riconoscere la reciprocità nelle relazioni; interessi ristretti e ripetitivi, rigidità talvolta anche fisica, sicuramente nel ragionamento, come se ci fosse una carenza di “immaginazione”. Sono queste le caratteristiche comuni a quei bambini e ragazzi che vivono nell’area variegata dei disturbi autistici. Sono difficoltà che molto probabilmente hanno radici nella particolare organizzazione cerebrale: non in un’area specifica, ma nel modo di interagire delle varie aree cerebrali. Così un ragazzo ha maggiori difficoltà dei suoi coetanei nell’elaborare gli stimoli che vengono dall’esterno, ma anche dall’interno, come le emozioni. Troppe stimolazioni da capire e ordinare tutte insieme, che lo costringono continuamente a stare sulla difensiva o a chiudersi. Le sfide dell’adolescenza sono grandi per un ragazzo con queste caratteristiche, ma sono maggiori anche le risorse, cognitive ed emotive. Occorre un aiuto per muoversi: è quello che a Marco offrono genitori e psicologo insieme, con affetto e professionalità. Non si può dare nulla per scontato, né tanto meno fare riferimento a stimoli di natura affettiva, che sono troppo intensi per il ragazzo con difficoltà di questo tipo e lo portano a difendersi ulteriormente. Per esempio, nell’impegno scolastico è difficile sostenere la motivazione allo studio parlandogli delle soddisfazioni che ne derivano. Meglio fare leva sulle conseguenze più immediate degli apprendimenti, magari partendo dai suoi interessi specifici. Ma è soprattutto sulla comunicazione e sull’imparare le modalità concrete per gestirla che occorre lavorare: portando esempi, stimolandolo a capire in modo completo che cosa e come viene detto, chiedendogli di trovare modi più efficaci per rispondere o suggerendogliene di nuovi.

 
 
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