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giovedì 23 maggio 2024
 
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Così la famiglia ebrea dei Sarano riuscì a sopravvivere alla follia nazi-fascista

24/01/2024  Alfredo Sarano era incaricato di censire tutti gli ebrei di Milano, ma riuscì a nascondere gli elenchi prima di sfollare nella Marche, dove un sacerdote, poi proclamato beato, protesse lui e la sua famiglia. La sua storia nel libro "Un colpo alla porta un colpo al cuore" (Edizioni San Paolo), di Annalisa Strada

Chiunque fosse ebreo nel 1938 in Italia ha vissuto sulla sua pelle la discriminazione e la persecuzione. Che per migliaia di italiani di religione ebraica ha significato la morte nei campi di sterminio. Altri si sono salvati, ma hanno patito la fuga, la miseria, la paura di essere scoperti da un momento all’altro.  La storia di una di queste famiglie, i Sarano, è raccontata nel libro edito da San Paolo Un colpo alla porta un colpo al cuore di Annalisa Strada, con la postfazione di Liliana Segre. Una storia che parte da lontano, quando due giovani sposi, Mosè e Allegra, decidono di andare a vivere in Turchia. Sucessivamente si spostarono a Rodi, e infine, al seguito del figlio maggiore, Alfredo, che aveva scelto di andare a studiare economia alla Bocconi di Milano, erano rientrati in Italia. Alfredo Sarano aveva un ruolo molto importante nella comunità ebraica milanese, e quando furono promulgate le famigerate leggi razziali del 1938 fu coinvolto dal regime per fare un censimento di tutti gli ebrei, operazione che inizialmente svolse in modo diligente. Ma quando arrivarono le notizie di quello che stava accadendo in Europa nei campi, cercò di ostacolare finché poté la raccolta dei dati, arrivando  a nascondere gli elenchi degli ebrei da lui stesso redatti (oltre 14.000 persone), salvando così moltissime persone dai rastrellamenti. 

Vivere a Milano negli anni della guerra era pericoloso per tutti: erano frequenti i bombardamenti che colpivano anche obiettivi civili, facendo stragi tra la popolazione. Ma solo quando fu chiaro che gli ebrei erano a rischio deportazione Alfredo decise di raggiungere la moglie Diana, la madre Allegra e le due figlie piccole Matilde e Vittoria nel paesino marchigiano di Mombaroccio, dove fingevano di non essere ebrei, perché l’Italia centrale non era stata ancora liberata, e i tedeschi potevano capitare alle porte di chiunque. Anche solo, come viene narrato nel libro, per farsi cucinare due galline razziate. E un ruolo importante nella loro salvezza lo ebbe un sacerdote, padre Sante Raffaelli, che in seguito fu proclamato beato e a cui è attribuita la conversione di un giovane ufficiale tedesco, Erich Eder. L'ufficiale dopo il suo incontro fece prevalere la dimensione umana alla follia omicida che animava l’esercito del Fuhrer. Prima della fine della guerra, come direttore dell'Ufficio palestinese di Roma, Alfredo Sarano aiutò centinaia di immigrati a raggiungere il nascente Stato di Israele. Dopo la Liberazione la famiglia Sarano tornò a Milano e ad Alfredo venne affidata la carica di Segretario della Comunità ebraica. 
 

La famiglia Sarano. da sinistra Matidle, Vittoria, Diana,  Miriam e Alfredo
La famiglia Sarano. da sinistra Matidle, Vittoria, Diana, Miriam e Alfredo

Abbiamo chiesto all’autrice di raccontarci la genesi del libro.

La storia della famiglia Sarano è di quelle a lieto fine. Quando è stata resa nota la prima volta? 
«In Italia a farla conoscere per la prima volta è stato il giornalista Roberto Mazzoli nel libro Siamo qui siamo vivi. Il diario inedito di Alfredo Sarano e della famiglia scampati alla Shoah (Edizioni San Paolo, 2017). La famiglia ha sempre costudito il diario di Alfredo, su cui si è basato un documentario realizzato negli Stai Uniti, paese dove si sono trasferiti alcuni discendenti di Alfredo. Ed è stata la stessa San Paolo a chiedermi di dedicare un libro rivolto si ragazzi a questa vicenda».

Ha avuto modo di raccogliere i ricordi delle figlie? 
«Grazie alla mediazione di Roberto Mazzoli mi sono scritta con Miriam, la terza figlia, nata subito dopo la guerra, e che vive in Israele dove anche i genitori erano andati a vivere dal 1969. L’idea era quella di incontrarsi almeno in video, ma ha avuto gravi problemi di salute e non è stato possibile. Però è stata molto generosa di dettagli sulla vicenda che il padre e la madre le avevano raccontato».


Anche Liliana Segre, che ha firmato la postfazione, viveva a Milano durante la seconda guerra mondiale. Aveva avuto contatti all’epoca con la famiglia Sarano? 
«No, non si conoscevano, c’è anche da dire che lei allora era solo una ragazzina, e ha appreso del ruolo che avuto Alfredo nella comunità ebraica prima e dopo la guerra grazie al suo diario pubblicato appunto da Mazzoli. Ma, come scrive, ha ritrovato nel libro la Milano che conosceva e conclude ringraziando la famiglia Sarano per aver regalato parole di speranza e un diario familiare ricco di valori degni del miglior ebraismo». 


Lei scrivendo la sua storia che idea si è fatta di Alfredo Sarano
«Di un perseguitato che ha fatto scelte molto razionali in un contesto di follia mondiale». 

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