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Colloqui col Padre
 

Come possiamo superare un linguaggio troppo sessista

17/01/2020  «Le donne esistono e abitano il mondo, ma solo i maschi abitano il linguaggio.» La lettera di un gruppo di credenti, attive in percorsi di volontariato e di impegno civile e politico, e la risposta del direttore don Antonio Rizzolo

Egregio direttore, siamo un gruppo di credenti, da sempre attive in percorsi di volontariato e di impegno civile e politico. Seguiamo anche con interesse tutto ciò che riguarda le politiche di genere. Scriviamo per metterla a conoscenza di un lavoro che stiamo portando avanti sul linguaggio. Spesso, infatti, la lingua è usata in modo sessista. Per esempio, si attribuisce alla parola uomo un valore neutro nel nominare uomini e donne. Nella lingua italiana, però, non esiste il neutro. Se diciamo “uomo” dovremmo intendere solo l’essere maschio della nostra specie e non comprendere anche il femminile. Oppure non decliniamo le professioni e i ruoli al femminile (soprattutto se sono di potere). Per esempio non diciamo ingegnera, ministra, assessora, sindaca, la presidente ecc. E ancora, nei soggetti plurali non nominiamo la differenza di genere. Diciamo, infatti, i cittadini anziché dire i cittadini, le cittadine; o i bambini anziché dire i bambini, le bambine.

Da sempre il potere, la cultura e la società (e anche la nostra Chiesa nelle sue liturgie, nei suoi riti, nelle sue preghiere) hanno fatto questa scelta. Si è nascosto e velato il femminile nella lingua. Le donne esistono e abitano il mondo, ma solo i maschi abitano il linguaggio. Ma ciò che non si nomina, non esiste, non viene pensato, immaginato, preso in considerazione, tenuto presente. Basta non nominare o ignorare qualcuno per escluderlo, emarginarlo e annullare la sua esistenza ai suoi stessi occhi. In una società dove da millenni il potere è sempre stato nelle mani maschili è ovvio che si sia fatta questa scelta. Ciò che però bisogna dire oggi è che questa scelta è discriminante. Quando purtroppo parliamo di femminicidi, di stupri, di violenza sulle donne, ci chiediamo spesso cosa fare, come intervenire.

Già cambiare il nostro linguaggio sessista in un linguaggio inclusivo del femminile significherebbe fare un grande passo avanti contro la violenza sulle donne e verso la giustizia nei loro confronti. Infatti l’origine della violenza è la volontà di impadronirsi della voce dell’altra per far tacere la voce che non corrisponde alla nostra. Occorre quindi un linguaggio rispettoso del femminile per vivere in una società rispettosa delle donne. Tutto, insomma, è omologato al maschile: cultura, politica, sessualità e modi di sentire. Gli uomini spesso pensano che le donne siano come loro. Non è così. Gli uomini devono mettersi in ascolto e accettare di essere una parte e non il tutto. Esistono nel Creato due generi, due emotività, due sessualità, due interpretazioni del mondo e della realtà. Con il linguaggio sessista tutta la ricchezza dei due generi creati da Dio viene svilita, eliminata e assorbita al maschile. L’altro genere deve essere nominato; occorre lasciargli occupare il posto che merita. Quindi sarebbe auspicabile dire: ragazzi e ragazze, malate e malati, cittadini e cittadine, elettrici ed elettori, lettori e lettrici, ascoltatrici e ascoltatori ecc. Per qualcuno, così allunghiamo le frasi. Invece di guardare alla forma, noi chiediamo anche a lei e al suo giornale di scegliere la sostanza, utilizzando un linguaggio inclusivo per partecipare a creare una società giusta. Ricordiamo, inoltre, che da diversi anni questo tema è stato assunto da istituzioni italiane ed europee che hanno indicato linee guida e buone pratiche sull’uso di un linguaggio inclusivo del femminile (il Parlamento europeo nel 2006, linee guida di alcuni governi recenti, Miur). Alcune Regioni italiane (Emilia, Toscana) e vari Comuni (Firenze, Mira, Milano, Palermo) hanno adottato nei vari statuti un linguaggio amministrativo che nomina entrambi i generi, applicando criteri suggeriti dall’Accademia della crusca. Esiste un’associazione di giornalisti/e (GiULiA) che lavora a tutto tondo in questa direzione, promuovendo nei media l’attenzione a ogni forma di discriminazione nelle parole e nelle immagini. E dando una diversa visibilità linguistica alle donne.

MARILENA SANDRINI - ENZA ZANOLETTI FABIANA CONTI

Il problema che sollevate può sembrare marginale, almeno di fronte alle forme più gravi di violenza sulle donne. Ma, come accade anche in altri ambiti, spesso la violenza parte proprio dal linguaggio. Nella gran parte dei casi non ne siamo consapevoli, perché il modo di esprimerci lo abbiamo assorbito in casa, a scuola, sul lavoro. Non si tratta tanto o solo di questioni grammaticali, ma delle parole con cui ci si rivolge alle donne. Mi è capitato di recente, in un incontro pubblico, di sentir presentare una signora, dopo la sua qualica, come una bella donna; difcilmente verrebbe in mente di dire, in un simile contesto, che un signore è un bell’uomo. Certamente chi si è espresso così l’ha fatto con un intento positivo, come una forma di galanteria. La vostra lettera, care amiche, ci pone dunque di fronte a un problema serio e ci può aiutare a essere almeno più consapevoli del nostro modo di esprimerci.

Fate bene anche a ricordare che esistono diversi documenti in merito. Segnalo, le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini, pubblicato nel 1986, Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere, di Cecilia Robustelli (2017). Sull’argomento è intervenuto anche il nostro Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della crusca. L’illustre critico invita a evitare i due estremi della radicalizzazione ideologica e dell’affezione alla tradizione linguistica. Un esempio è nel termine ministra, che spesso le stesse donne che hanno questa carica non amano.

Ecco la soluzione di Marazzini (il testo risale al 2017): «Adottare il femminile quando abbiamo il nome (“La presidente Boldrini”, “La ministra Boschi”), il maschile non marcato quando la carica è menzionata di per sé in atti uf ciali (“La circolare del ministro”, “Il ministro decreta”, maschio o femmina che sia)». Una breve nota, infine, per i testi liturgici che, ovviamente, risentono del tempo in cui sono stati composti e dell’evoluzione della lingua. Quasi sempre quando il celebrante si rivolge all’assemblea usa il termine «fratelli». Ma c’è un caso in cui nel Messale si trova scritta l’espressione «fratelli e sorelle»: prima della preghiera sulle offerte. Il grande liturgista Rinaldo Falsini (1924-2008), che era molto osservante delle formule rituali, un giorno mi spiegò come questa espressione si potesse applicare per imitazione anche nei casi in cui si trovava solo la parola «fratelli». Quindi, anche se lenta, anche nella liturgia c’è un’evoluzione che tiene conto di quello che già si legge all’inizio della Bibbia: «Maschio e femmina li creò».

 
 
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