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Compiti a casa durante le vacanze? Opinioni a confronto

10/06/2015  Il parere di Gianna Friso, psicologa perfezionata in psicopatologia dell'apprendimento e Daniele Novara, pedagogista, fondatore del centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti.

Compiti delle vacanze: perché sì

Compiti delle vacanze: perché no

di Maria Gallelli di Maria Gallelli

«I ragazzi nell'arco di tre mesi dimenticano molte cose: i compiti delle vacanze servono per rinforzare gli apprendimenti, per non arrugginirsi». Ne è ferma sostenitrice Gianna Friso, psicologa perfezionata in psicopatologia dell'apprendimento e coautrice del libro L'ora dei compiti (Erickson, 2014), un volume destinato ai genitori ricco di proposte e strategie d'azione.

Eccone una: «Si deve lasciare ai ragazzi un bel periodo di riposo: il mese di giugno relax completo, le due settimane circa di vacanza con tutta la famiglia, a luglio o ad agosto, in compagnia soltanto di un libro di narrativa. È il periodo rimanente quello dedicato ai compiti assegnati dai professori, un'ora e trenta al massimo ogni giorno». Da svolgere soprattutto nelle fasi di passaggio: «Dalla scuola primaria a quella secondaria di primo grado, ad esempio, perché nei primi mesi dell'anno scolastico si svolgeranno le prove d'ingresso e si potranno vivere i primi insuccessi. Aver riguardato il lessico storico, geografico, scientifico aiuta». Perché: «Chi ripassa e ripete ricorda, chi no dimentica». E il ruolo dei genitori, qual è? «Devono dimostrarsi convinti e consapevoli dell'importanze che riveste la scuola per i propri figli, in caso contrario i ragazzi vivranno il loro atteggiamento. Poi, occorre manifestare umiltà e dire: "Tante cose non le conosco, le ho dimenticate". Così si dà importanza e quello che comunica l'allievo, che quindi si sente considerato. Da un punto di vista contenutistico, infine, non è opportuno aiutare perché ogni ragazzo ha bisogno di sentirsi riconosciuto, se gli si fa troppa ombra non cresce».


Stare a fianco, dunque, non al posto dei figli.
Ma le perplessità in molti adulti rimangono. «La società oggi è diversa da quella di una volta, quando la scuola aveva un peso e si pensava formasse e preparasse per il futuro. Ancora oggi, però, è nello studio che si riflette e si rielabora, utilizzando del tempo. Siamo abituati al mondo virtuale, veloce, dove tutto si dimentica: il genitore preferisce un'altra metodologia rispetto allo stare vicino, all'integrare con pazienza, al rispondere a quello che gli si chiede. Studiare costa fatica, a tutti ».

Compiti a casa? No grazie. Ne è convinto Daniele Novara, pedagogista, consulente e formatore, fondatore del centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti di Piacenza, istituto orientato alla formazione e ai processi di apprendimento nelle situazioni di conflittualità. «La petizione alla quale ho aderito, che propone l'abolizione dei compiti nella scuola dell'obbligo, pone un problema pedagogico: ridurre la pressione valutativa sugli alunni, cosa incombente e grave.

Gli studenti italiani, infatti, sono sottoposti già dalla scuola materna ed elementare a una pressione valutativa che è diventata ingestibile, che coinvolge in maniera impropria le famiglie - a scuola non ci vanno i genitori- e provoca disagi sull'apprendimento». Si parte da una premessa, dunque: «Gli insegnanti si sono messi a dare il voto ai compiti e quindi alle famiglie, tre insegnanti su quattro valutano i compiti fatti a casa. E questo crea discriminazione tra chi ha genitori in grado di aiutare o professori privati da pagare e chi non ha nessuno, come spesso gli alunni stranieri». Quindi la visione si allarga: «Visto che non si riesce a evitarne la valutazione, meglio abolirli. Continuare a sottoporre gli alunni a un'interferenza sui loro processi di acquisizione delle conoscenze dando dei voti crea danno alla loro capacità di riconnettere gli apprendimenti e riutilizzarli in maniera adeguata. In Italia abbiamo un tasso di disturbi dell'apprendimento tra i più elevati del mondo.

Con i voti numerici gli alunni sono nel panico, non riescono a seguire i programmi scolastici perché troppo valutativi e incalzanti». Dunque non ci si oppone agli esercizi in sé: «Questa è una campagna di provocazione: nessuno di noi, penso, sia contrario agli esercizi da fare per accompagnare l'apprendimento scolastico. Ma quel che conta è esercitarsi, a scuola, nel gruppo, valorizzando al massimo i coetanei, perché gli alunni imparano dagli alunni più che dall'insegnante. In alcune circostanze si può invitare a leggere un libro o a vedere un museo. A fare esercizio con la logica dell'applicazione: se è fine a sé stesso non serve a niente».

 
 
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