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"Noi cattolici nella regione somala dell'Etiopia, una piccola comunità che resiste"

08/03/2019  Nella parrocchia di Saint Joseph nella città di Jijiga padre Emanuele Bassa racconta della presenza della chiesa qui e delle difficoltà che i parrocchiani stanno ancora vivendo a seguito delle violenze interetniche scoppiate ad agosto del 2018.

Padre Emanuele Bassa con un gruppo di parrocchiani.
Padre Emanuele Bassa con un gruppo di parrocchiani.

(Sopra, foto di Yemane Gebremedhin: la chiesa di Saint Joseph a Jijiga)

Nella chiesa cattolica di Saint Joseph a Jijiga, capoluogo della regione somala in Etiopia orientale, a dare il benvenuto è il sorriso tranquillo di padre Emanuele Bassa, 38 anni. Accanto a lui, un piccolo gruppo di parrocchiani, soprattutto giovani. Saint Joseph qui è l'unica parrocchia cattolica. In questa città a stragrande maggioranza musulmana  la comunità cattolica conta più o meno 300 fedeli. Una presenza minuscola, ma molto attiva e ben radicata nel territorio. «La chiesa ha più di 100 anni», racconta padre Emanuele, «sosteniamo tantissime famiglie, non solo cristiane, senza distinzione di fede». Per molto tempo la comunità cattolica di Jijiga si è identificata con la figura di quello che tutti qui conoscono con il nome di Abba (padre) Gianni: don Gianmaria Premoli, un sacerdote salesiano che ha trascorso quindici anni nella regione somala dell’Etiopia fino alla sua morte nel 2010. Un prete dal carattere volitivo, profondamente carismatico, che si è impegnato con determinazione e generosità per  sostenere lo sviluppo di questa terra e aiutare la popolazione locale, lasciando un segno indelebile a Jijiga.

«L’impegno di Abba Gianni ha permesso di mostrare la chiesa cattolica qui in una luce diversa, perché il suo lavoro era rivolto a tutta la comunità nel suo insieme».  Su impulso di don Gianmaria Premoli a Jijiga è nata la Ong locale "Rapid" (Agro-pastoralist integrated development). Quando il sacerdote è scomparso l’associazione è diventata Don Gianmaria memorial development association (Dgmda), presieduta dal suo amico e stretto collaboratore Fuad Alamirew. Impegnata in particolare nel sostegno allo sviluppo del settore agro-pastorale, dal 2006 Dgmda è partner locale della Ong italiana Vis-Volontariato internazionale per lo sviluppo, che opera in varie regioni dell’Etiopia attraverso la sinergia con le missioni salesiane.

Lo scorso agosto la regione somala è stata colpita da un’ondata di violenze e scontri interetnici, tra somali e oromo, che hanno provocato decine di morti e un altissimo numero di sfollati. La regione somala del resto da anni è teatro di scontri fra le forze governative e i ribelli dell’Ogaden National Liberation Front, un gruppo che rivendica la secessione della regione (chiamata anche Ogaden).

Gli scontri dello scorso agosto hanno preso di mira anche le comunità cristiane, sette chiese copte sono state attaccate e bruciate, alcuni preti uccisi.  Neppure la piccola comunità cattolica di Jijiga è stata risparmiata.  «I gruppi paramilitari hanno approfittato della situazione di caos e attaccato la nostra nuova chiesa della Divina Provvidenza, che avremmo dovuto inaugurare», racconta padre Emanuele. «E tanti dei nostri fedeli hanno subito danni e saccheggi. Molti hanno perso il bajaj (veicolo a tre ruote, tipo rikshaw, usato nelle strade etiopi come taxi), il negozio, l’appezzamento di terra che coltivavano e non sanno come risollevarsi e ricominciare, perché le risorse sono poche».

Ma una cosa è ben chiara e padre Emanuele ci tiene a sottolinearla: «Le violenze non hanno alcun fondamento religioso, sono scontri etnici e politici», spiega il parroco. «In Etiopia c’è sempre stata una grande tolleranza tra fedi e noi cattolici abbiamo sempre avuto ottime relazioni con la maggioranza musulmana». E aggiunge: «Il problema qui è la discriminazione etnica, fra la grande maggioranza somala e le altre etnie minoritarie, tipo gli oromo. E' un forma di discriminazione sottile, velata, non ufficiale o riconosciuta. Chi non è somalo può lavorare come agricoltore, conducente di bajaj, commerciante, ma non potrà mai lavorare, ad esempio, in una banca, in un ufficio pubblico, in un'azienda». Alcuni giovani, come Joseph, pensano di andarsene, cercare lavoro ad Addis Abeba, la capitale. Ma per la comunità sarebbe una perdita enorme, una sconfitta. «Noi vogliamo che la storia e la siuazione di difficoltà della nostra piccola comunità arrivi fino in Italia», è l'appello di padre Emanuele. «Chiediamo di non essere dimenticati».

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