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domenica 01 agosto 2021
 
Il referendum sull'Europa
 

Con Brexit perdiamo tutti, non solo gli inglesi

22/06/2016  Per tutta l'Europa ci saranno conseguenze economiche sulla circolazione di uomini, merci, imprese e capitali. Ci allontaneremo da un'idea che ci ha garantito 70 anni di pace e prosperità

(Nella foto in alto: Nigel Farage, leader del partito xenofobo antieuropeo inglese Ukip)


L'Unione europea non è soltanto una congrega dispotica di banchieri che ci succhiano il sangue, dove prevalgono le politiche di bilancio degli Stati del Nord, guidata da un ex commercialista lussemburghese un po' alticcio, come lo dipingono i demagoghi euroscettici e xenofobi di mezza Europa. Nata sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, nacque per evitare che i popoli del Vecchio Continente continuassero a combattersi tra di loro, come avveniva da secoli, tra odio e risentimento. Non è un caso che l'embrione dell'Unione sia stata quella Comunità europea del carbone e dell'acciaio che avrebbe dovuto evitare lotte fratricide scandite dal cannone per l'accaparramento delle fonti di energia.

Un referendum sull'uscita della Gran Bretagna dall'Unione è già una sconfitta, comunque vada a finire. Per blandire i sudditi di Sua Maestà, tradizionalmente malati di "isolazionismo", il premier britannico David Cameron ha negoziato con le istituzioni europee una tale quantità di privilegi (il cosiddetto "opt out") che finiranno per limitare  fortemente l'anima e le finalità dell'Unione: a cominciare dalla libertà di circolazione di uomini, merci, servizi e capitali dentro un mercato unico, senza frontiere. E' probabile che anche altri Stati dell'Unione chiederanno gli stessi privilegi in nome dell'eguaglianza sostanziale del patto europeo sancito da 70 anni di trattati. Ma sarebbe molto peggio se dovesse prevalere l'anima eurofoba, quella che si annida nelle province interne dell'Inghilterra, da Manchester a Liverpool, l'Inghilterra disperata dei film di Ken Loach, dove la disoccupazione ha mietuto uomini e donne che non sono riusciti a riprendersi un lavoro e dove lo straniero viene percepito come un usurpatore, dove le politiche sociali sono assenti o quasi, allora sarebbe l'inizio della fine di quel sogno di libertà, di pace e di prosperità economica costruita dai padri fondatori. Di un sogno che con tutti i suoi difetti, le sue mancanze e le sue diseguaglianze, si è trasformato in realtà.

Tutto questo ricadrà anche su noi italiani, soprattutto sui giovani, ampiamente presenti a Londra e in altri parti dell'Isola. Se nel Regno Unito cade l'Unione, verranno a mancare tutti quei finanziamenti e incentivi al lavoro e all'occupazione garantiti dai trattati e dagli accordi di Bruxelles. Se cade l'Unione gli emigrati italiani potrebbero non vedersi riconosciuti quei diritti garantiti dalla Corte di giustizia europea del Lussemburgo. Intervistato sul futuro degli italiani residenti in Inghilterra, il leader del partito pro Brexit Farage ha risposto che verranno sottoposti a una sorta di entrata a punteggio, in base alle competenze, alla conoscenza dell'inglese, ecc. Un sistema di selezione soggetto più all'arbitrio che al diritto. Sarebbe molto probabilmente la fine del sogno europeo. Anche perché la vittoria di Brexit galvanizzerebbe i movimenti populisti, xenofobi e antieuropei che sorgono un po' in tutta Europa, portando molto probabilmente ad altri referendum. Sarebbe insomma il classico inizio della fine. Una fine di cui la politica miope germanocentrica e restrittiva dell'Unione degli ultimi anni ha certamente non poche responsabilità, ma pur sempre la fine.


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