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«Don Alberione, un carisma aperto sulla storia e sul mondo»

27/11/2021  Ad Alba lo storico Andrea Riccardi ricostruisce la figura del fondatore della Pia Società San Paolo: «Mai fu un prete avulso dalla storia del secolo passato: fu una persona calata nella realtà, che non si chiuse nelle istituzioni ecclesiastiche, nel piccolo mondo antico della Chiesa e della Langa, ma seppe sentire le spinte della storia».

Ad Alba, in piazza San Paolo, ad aprile è stato allestito il PalaAlba, padiglione sede degli appuntamenti proposti nell’anno in cui la città è stata designata Capitale della cultura d’impresa da Confindustria. Si trova davanti al Tempio e alla sede della Pia società San Paolo, dove nacquero la congregazione religiosa e il gruppo editoriale. Opera spirituale ma, allo stesso tempo, imprenditoriale. Per questo le celebrazioni per il cinquantenario della morte del beato Giacomo Alberione, iniziate ieri, venerdì 26 novembre, si tengono in questo luogo, per nulla inadeguato e altamente simbolico.

Il tema del primo incontro ha approfondito il ruolo che la figura di Alberione ebbe nel contesto ecclesiale del Novecento. Dopo l’introduzione del direttore di Gazzetta d’Alba don Giusto Truglia, che ha proposto la candidatura del fondatore dalla Famiglia paolina a «patrono degli imprenditori», ha preso la parola Andrea Riccardi, studioso di storia della Chiesa, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e ministro della Cooperazione con Mario Monti. «Alberione, nato nel 1884, è un uomo del Novecento, che vive le vicende dell’Italia saldamente unificata e muore nel 1971, in piena Guerra fredda» ha esordito. «Mai fu un prete avulso dalla storia del secolo passato: fu una persona calata nella realtà, che non si chiuse nelle istituzioni ecclesiastiche, nel piccolo mondo antico della Chiesa e della Langa, ma seppe sentire le spinte della storia».

Da sinistra, don Giusto Truglia, il vescovo di Alba monsignor Marco Brunetti, Andrea Riccardi e il direttore di "Vita Pastorale" don Antonio Sciortino, direttore di "Famiglia Cristiana" dal 1999 al 2016.
Da sinistra, don Giusto Truglia, il vescovo di Alba monsignor Marco Brunetti, Andrea Riccardi e il direttore di "Vita Pastorale" don Antonio Sciortino, direttore di "Famiglia Cristiana" dal 1999 al 2016.

L’episodio chiave riportato da Riccardi si colloca a cavallo tra due secoli: «La notte tra il 31 dicembre 1899 e l’1 gennaio 1900, il sedicenne seminarista Alberione la passa pregando con i compagni del seminario nella cattedrale di Alba, vagando con la mente nel futuro». Don Alberione non temeva la contemporaneità, la considerava «piena di risorse, pur restando intransigente nella fedeltà alla Chiesa. Nell’autobiografia Abundantes divitiae, dove parla in terza persona, afferma di essersi sentito, in quell’occasione, profondamente obbligato a prepararsi per fare qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo in cui avrebbe vissuto. L’interrogativo che si pone costantemente è: adattarsi o no? Ecco che allora sceglie di uscire dalle sacrestie e permette alla Chiesa di aprirsi al mondo».

Don Truglia con il direttore di Confindustria di Cuneo Giuliana Cirio.
Don Truglia con il direttore di Confindustria di Cuneo Giuliana Cirio.

Se da parte del vescovo albese trova inizialmente alcuni ostacoli, «forse più per timore di eventuali difficoltà economiche derivanti dall’attività di stampatore che altro», è con i papi che don Alberione cerca e incontra sempre un appoggio. Da Leone XIII a Pio XI, che approva la congregazione paolina, fino a Paolo VI, «figlio di un giornalista, che capisce l’importanza della sua opera e va a trovarlo in punto di morte. Alberione è stato in grado di applicare in anticipo e con istinto evangelico la lettura dei segni dei tempi. Qui sta il germe dell’intuizione di una vita, diventare imprenditore di Dio». Già nel 1923 la società è quotata in borsa e prevede che il settanta per cento degli utili vada agli azionisti. «Qualcuno pensò: questo fa il prete o si mette sul mercato? Le stesse critiche furono mosse al padre francescano Massimiliano Kolbe, che diede alle stampe il giornale Il cavaliere dell’Immacolata, con il quale raggiunse un milione di copie nel 1938».

Grazie alle attività di Alberione e dei confratelli, nelle parrocchie si diffusero La domenica e Vita pastorale, ma è con Famiglia cristiana che la sua opera contribuì a creare «una cultura cattolica, un vero movimento di opinione che non si limitasse a parlare a chi frequentava quotidianamente le chiese ma a tutto il mondo, trattando cristianamente ogni argomento. Don Giacomo è anche il primo ad auspicare che la Messa possa essere teletrasmessa per carcerati e malati. Il suo più grande successo editoriale è la Bibbia da mille lire, venduta in un milione e mezzo di copie».

 

Don Giacomo Alberione (1884-1971).
Don Giacomo Alberione (1884-1971).

In conclusione, Riccardi ha affermato: «In un tempo come il nostro, in cui non siamo più capaci di osare, credo valga la pena richiamare il valore mobilitatore del sogno di Alberione. Società e Chiesa non devono avere paura di fare la storia».

(Nella foto sopra, Andrea Riccardi con il direttore di Gazzetta d'Alba don Giusto Truglia, (già condirettore di "Famiglia Cristiana"), nel corso dell'evento al PalaAlba)

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