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lunedì 15 aprile 2024
 
veglia pasquale
 

Con Gesù nessuna pietra tombale può opprimerci il cuore

30/03/2024  Le donne vanno al sepolcro e si chiedono chi potrà rotolare via il grande masso messo all'ingresso del sepolcro, ma, alzando lo sguardo, vedono che è ià stato fatto rotolare. E così Dio, spiega papa Francesco, fa anche con i macigni che vogliono chiuderci nell amorte e nella disperazione. Per farci risorgere con Lui

La pietra è rotolata, il Signore è risorto. Una pietra che, come quella che chiudeva il sepolcro, sembra chiudere anche le nostre vite. Papa Francesco, dopo aver assistito alal via Crucis da casa Santa Marta, è invece presente alla Veglia pasquale, come annunciato dalla sala stampa. Legge personalmente l’omelia  e ricorda che le donne che vanno all’alba al sepolcro hanno, dentro di loro, il buio della notte. Sono in cammino, ma in realtà il loro cuore è rimasto fermo ai piedi della croce. «Annebbiate dalle lacrime del Venerdì Santo, sono paralizzate dal dolore, sono rinchiuse nella sensazione che ormai sia tutto finito, che sopra la vicenda di Gesù sia stata messa una pietra. E proprio la pietra è al centro dei loro pensieri. Si chiedono infatti: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”. Quando arrivano sul luogo, però, la sorprendente potenza della Pasqua le sconvolge: “Alzando lo sguardo – dice il testo – osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande”».

Francesco si sofferma su questi due momenti: il primo di angoscia, quando ci si chiede chi potrà far rotolare via la pietra e il secondo, invece, che ci porta alla gioia pasquale, perché ci fa alzare lo sguardo e vedere che essa è già stata fatta rotolare. La pietra «rappresentava la fine della storia di Gesù, sepolta nella notte della morte. Lui, la vita venuta nel mondo, è stato ucciso; Lui, che ha manifestato l’amore misericordioso del Padre, non ha ricevuto pietà; Lui, che ha sollevato i peccatori dal peso della condanna, è stato condannato alla croce. Il Principe della pace, che aveva liberato un’adultera dalla furia violenta delle pietre, giace sepolto dietro una grossa pietra. Quel masso, ostacolo insormontabile, era il simbolo di ciò che le donne portavano nel cuore, il capolinea della loro speranza: contro di esso tutto si era infranto, con il mistero oscuro di un tragico dolore che aveva impedito ai loro sogni di realizzarsi». Ed è quello che accade anche a noi quando sentiamo che «una pietra tombale è stata pesantemente poggiata all’ingresso del nostro cuore, soffocando la vita, spegnando la fiducia, imprigionandoci nel sepolcro delle paure e delle amarezze, bloccando la via verso la gioia e la speranza». Il Papa li chiama «macigni della morte». Ci pesano sul cuore quando ci troviamo in situazioni che ci tolgono la voglia di andare avanti «nelle sofferenze che ci toccano e nelle morti delle persone care, che lasciano in noi vuoti incolmabili; nei fallimenti e nelle paure che ci impediscono di compiere quanto di buono abbiamo a cuore; in tutte le chiusure che frenano i nostri slanci di generosità e non ci permettono di aprirci all’amore; sono veri muri di gomma come l’egoismo e l’indifferenza, che respingono l’impegno a costruire città e società più giuste e a misura d’uomo; in tutti gli aneliti di pace spezzati dalla crudeltà dell’odio e dalla ferocia della guerra. Quando sperimentiamo queste delusioni, abbiamo la sensazione che tanti sogni siano destinati ad essere infranti e anche noi ci chiediamo a voce alta: chi ci rotolerà la pietra dal sepolcro?».

Ma, alzando lo sguardo , anche noi vediamo che quella pietra è stata già fatta rotolare. È questo il senso della Pasqua: «La vittoria della vita sulla morte, il trionfo della luce sulle tenebre, la rinascita della speranza dentro le macerie del fallimento. È il Signore, Dio dell’impossibile che, per sempre, ha rotolato via la pietra e ha cominciato ad aprire i nostri cuori, perché la speranza non abbia fine. Verso di Lui, allora, anche noi dobbiamo alzare lo sguardo». E alzando lo sguardo, facendoci prendere per mano da Gesù «nessuna esperienza di fallimento e di dolore, per quanto ci ferisca, può avere l’ultima parola sul senso e sul destino della nostra vita. Da quel momento, se ci lasciamo afferrare dal Risorto, nessuna sconfitta, nessuna sofferenza, nessuna morte potranno arrestare il nostro cammino verso la pienezza della vita».

Francesco sottolinea che se diciamo il nostro sì a Dio «nessun macigno potrà soffocarci il cuore, nessuna tomba potrà rinchiudere la gioia di vivere, nessun fallimento potrà relegarci nella disperazione». E allora, citando Quellec, il Papa chiede di cantare la risurrezione di Gesù: «Cantatelo, contrade lontane, fiumi e pianure, deserti e montagne ... cantate il Signore della vita che sorge dalla tomba, più splendente di mille soli. Popoli spezzati dal male e percossi dall’ingiustizia, popoli senza luogo, popoli martiri, allontanate in questa notte i cantori della disperazione. L’uomo dei dolori non è più in prigione: ha aperto una breccia nel muro, si affretta a venire presso di voi. Nasca nel buio il grido inatteso: è vivo, è risorto! E voi, fratelli e sorelle, piccoli e grandi ... voi nella fatica del vivere, voi che vi sentite indegni di cantare ... una fiamma nuova traversi il vostro cuore, una freschezza nuova pervada la vostra voce. È la Pasqua del Signore, è la festa dei viventi».

E, come tradizione, nel corso della veglia pasquale il Pontefice battezza alcuni catecumeni di diversi Paesi del mondo. In tutto sono otto: Alvaro e Rosaria, coreani, Luca Piero, Cristina, Diana e Daniele, italiani, Luke, giapponese, Erisa Margherita, albanese.  

 
 
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