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giovedì 23 maggio 2024
 
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Con gli studenti a San Vittore da dove 80 anni fa partirono per Auschwitz 604 ebrei

26/01/2024  Anpi e Libera propongono alle scuole milanesi un percorso sui luoghi della memoria. Con una quinta dell'Istituto tecnico Moreschi siamo andati davanti al carcere di San Vittore in cui furono detenuti partigiani, ebrei, operai che scioperavano, dissidenti poltici. Tra questi anche Liliana Segre che il 31 gennaio 1944 faceva parte del convoglio diretto ad Auschwitz. Una lapide e due pietre di inciampo davanti all'ingresso ricordano quel momento buio della nostra storia

Le città sono custodi di memorie, anche se spesso chi ci vive lo ignora, specie i più giovani. E magari passiamo davanti a una lapide senza accorgercene, oppure calpestiamo una pietra di inciampo senza capire di che cosa si tratta. Risvegliare gli occhi alla memoria e aprire squarci di consapevolezza negli studenti milanesi è l’obiettivo del progetto “Milano, memoria in cammino” realizzato da Anpi - Associazione nazionale partigiani italiani e associazione Libera. Dopo aver individuato 11 luoghi simbolo sia della Resistenza sia della lotta alle mafie, propongono alle scuole secondarie di primo e secondo grado un ciclo di incontri gratuiti: due in classe e uno sul territorio.

In vista della Giornata della memoria abbiamo seguito la visita della classe “V R A” dell’Istituto tecnico Moreschi in due luoghi diversi della città: l’ingresso del carcere San Vittore, con le sue due pietre di inciampo e la lapide in memoria degli ebrei deportati, e il giardino di via Montello intitolato a Lea Garofalo, vittima della ’ndrangheta, uccisa proprio a Milano. A fare da guida agli studenti, accompagnati dalla professoressa di Diritto Paola Graziano, Roberto Cenati, presidente provinciale dell’Anpi, e Licia Cavazzoni, volontaria di Libera.

«Siamo abituati a pensare al carcere come a un luogo in cui si viene rinchiusi perché si è infranta la legge», racconta ai ragazzi Cenati. «Invece durante la Seconda guerra qui ci finivano dissidenti politici, operai che scioperavano e anche persone, donne, vecchi e bambini che, come ha detto Liliana Segre, avevano una sola colpa, quella di essere nati: gli ebrei».

Liliana Segre e il padre erano tra quei 604 ebrei che furono rinchiusi nel V raggio di San Vittore, tenuti in isolamento, senz’aria, senza cibo, percossi, svegliati nel cuore della notte. E poi partirono dal famigerato Binario 21 della Stazione Centrale con destinazione Auschwitz. Alla fine della guerra solo dieci di loro, tra cui Liliana, tornarono a casa. Proprio il 31 gennaio di quest’anno ricorrono gli 80 anni da quella infame deportazione.

«Ma anche in momenti così terribili», continua a spiegare Roberto Cenati, «c’erano cittadini che non si resero complici, anche solo con il silenzio, di quella barbarie. C’erano medici che per permettere ai detenuti di essere trasferiti in ospedale, e quindi sottratti ai maltrattamenti e alla morte, inoculavano loro il vaccino contro il tifo così che manifestassero i sintomi della malattia, e i tedeschi, terrorizzati dal possibile contagio, li facevano portare al Niguarda. C’erano le suore che cercavano di far arrivare da fuori i messaggi dei familiari. C’erano le guardie che si muovevano a compassione trafugando del cibo dalle cucine. Fu proprio per i resti di un pollo trovati nella cella di una famiglia ebrea che l’agente di custodia Andrea Schivo fu scoperto e mandato a Flossenbürg, dove poi morì».

Ad Andrea Schivo e a Sebastiano Pieri (anch’egli una guardia che portava ai parenti i messaggi dei prigionieri nel suo berretto e per questo mandato prima a Mauthausen poi a Gusen, dove morì) sono dedicate le due pietre di inciampo che si trovano davanti all’ingresso di San Vittore. I ragazzi le guardano incuriositi, e alcuni ricordano di aver visto pietre simili in altre parti della città. Sono infatti ben 171 quelle collocate a Milano. Quella di Alberto Segre (morto ad Auschwitz il 27 aprile 1944), papà di Liliana, si trova al civico 55 di corso Magenta, dove l’uomo viveva con la figlia.

I

l giorno dopo, in classe, chiediamo ai ragazzi le impressioni di queste visite: «La discriminazione esiste ancora», rivela Lucia Hu, «quante volte sono stata presa in giro per i miei occhi orientali». «Non basta parlare di quello che è accaduto nel passato», dice Sara, «ci sono ancora troppe guerre e ingiustizie, non abbiamo imparato nulla». «Ogni anno celebriamo a scuola la Giornata della memoria», ricorda Carlo, «ma sempre più in profondità, e credo sia importante continuare a farlo».

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