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Concilio, la lezione di Martini

13/09/2012  Il "Primopiano" di Famiglia Cristiana No. 38, in edicola da giovedì 13. Alla vigilia del 50° anniversario del Vaticano II, la figura di Martini si staglia nel panorama ecclesiale.

L’ondata di emozione che ha spinto decine di migliaia di persone a mettersi in fila per dargli l’ultimo saluto ha dimostrato quanto il cardinale Martini fosse entrato nel cuore della gente. Questa massiccia partecipazione popolare ha sorpreso chi lo considerava uomo di grande livello culturale, capace tuttavia di parlare più all’intelligenza che al cuore. Ma il suo segreto stava proprio nella capacità di coniugare fede, ragione e sentimento, nella certezza che il Vangelo si rivolge all’uomo nella sua interezza.

Ora ci si interroga sull’eredità di questo grande protagonista dei nostri tempi, in particolare su quanto lascia in dote alla Chiesa. Alla vigilia del cinquantesimo anniversario dell’apertura del Vaticano II, la figura di Martini si staglia nel panorama ecclesiale come quella di un autentico e coerente uomo del Concilio. Anche nel linguaggio.

L’11 ottobre 1962, nel discorso di apertura dell’assise conciliare, Giovanni XXIII prendeva le distanze dai “profeti di sventura”, che «nelle attuali condizioni della società umana non sono capaci di vedere altro che rovine e guai». Come Roncalli, Martini guardava alla cronaca con l’occhio di chi sa che la fede è prologo di speranza. E nel Discorso alla città del 6 dicembre 1996 ribadiva che «non saranno le analisi pessimistiche a migliorare il mondo». Per poi porsi nella linea conciliare del dialogo e non della contrapposizione nei confronti di una società in rapido cambiamento: «Dal momento che i nostri difetti li conosciamo bene, dobbiamo acquisire una visuale positiva, un sogno di futuro che ci permette di affrontare con energia e coraggio il passaggio al nuovo millennio».

Uomo profondamente ancorato alla Parola, tesoro che non conosce l’usura del tempo, Martini si ritrova ancora in sintonia con queste altre parole di Giovanni XXIII: «Noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli».

Come papa Giovanni, Martini sapeva che il futuro non lo costruiscono i nostalgici ma i “sognatori”. Che desiderano una Chiesa che non insegue il potere ma pratica il servizio, che alla condanna preferisce la misericordia, che è «consapevole delle sofferenze quasi insopportabili di tanta parte dell’umanità, sinceramente partecipe delle pene e desiderosa di consolare».

Proprio quella Chiesa i cui orizzonti di azione vengono così indicati nella premessa della Costituzione conciliare Gaudium et spes: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».

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