logo san paolo
sabato 28 maggio 2022
 
 

Congedo obbligatorio per i neopapà?

15/06/2010  Un'interessante iniziativa legislativa bipartisan in discussione alla Commissione lavoro della Camera.

«Sì, penso che sia importante definire la necessità di un congedo paterno attraverso la legge. Significa renderlo al tempo stesso un diritto e un dovere, riconoscendo che il padre è una figura chiave per il benessere del neonato e al tempo stesso per quello della compagna che è diventata madre». Il professor Alberto Pellai, Psicoterapeuta dell'età evolutiva, firma nota del nostro settimanale Famiglia Cristiana (cura insieme a Renata Maderna e Osvaldo Poli la rubrica "Essere Genitori") e padre di 4 figli, sintetizza così il suo pensiero sulle due proposte di legge al vaglio della Commissione Lavoro della Camera che vorrebbero rendere obbligatorio il congedo di 4 giorni, interamente retribuiti, dopo la nascita del figli. Una proposta destinata, se verrà convertita in legge, a far discutere, se non altro perché la normativa attualmente vigente, che consente al padre di prendersi entro gli 8 anni di età del bambino fino a 7 mesi di congedo a stipendio ridotto, langue con un misero 4% dei papà (10.000 ogni anno) che concretamente ne fanno richiesta. Abbiamo approfondito i vari aspetti della questione con il dott. Pellai.

- Dottore, cosa dice la psicologia sulla presenza del padre nei primissimi mesi di vita del bambino?
«La psicologia, in particolare modo la teoria dell’attaccamento enunciata da Bowlby, definisce che le prime settimane di vita del neonato sono cruciali per la costruzione sana di una relazione madre-bambino che si può meglio attivare grazie alla presenza fattiva e collaborante del papà. Nelle prime settimane, e ancora di più nei primi giorni di vita del suo bambino, la mamma sperimenta – a volte – emozioni che le creano forte disagio, un senso di tristezza e stanchezza difficile da governare, nei confronti del quale un uomo presente e accudente funziona da stabilizzatore emotivo. Inoltre un papà coinvolto riduce le fatiche di accudimento della neo-mamma e perciò le permette di superare più velocemente il senso di spossatezza che sperimenta dopo le fatiche del travaglio e del parto».

- Considerato che rendere obbligatorio un diritto può essere una forzatura, ritiene che la proposta vada nel verso giusto?
«Io penso che stabilire la necessità di un congedo parentale per legge rivolta ai neo-papà liberi molti uomini dal dilemma di sembrare fannulloni, sul luogo di lavoro, quando chiedono di poter usufruire del congedo parentale oggi disponibile. Tuttora, sul luogo di lavoro un papà che chiede di poter stare a casa con il proprio bambino, da poco venuto al mondo, viene preso per romantico e naif quando gli va bene e per uno scansafatiche quando gli va male. Inoltre, soprattutto in certi ambiti lavorativi, dove è necessario organizzare turni e sostituzioni, il dover chiedere di stare a casa è spesso vissuto come un tradimento ai colleghi di lavoro. Con la legge che sancisce l’obbligo dello stare a casa, la licenza per paternità diviene un diritto da non dover negoziare con chicchessia. Eventualmente, gli uomini che vorranno rinunciarvi potranno farlo con apposita richiesta, che, in questa prospettiva, è però l’esatto contrario di ciò che succede adesso».

- Non può essere visto come una velata denuncia, o più semplicemente un invito, ai padri a "darsi da fare" in famiglia?
«Io penso che per sostenere la paternità si devono fare molti cambiamenti sia su un piano legislativo che su quello culturale, sociale ed educativo. Gli uomini sono cresciuti con padri che andavano a lavorare e mamme che stavano a casa a curare i figli. Molti papà di oggi spesso hanno avuto padri assenti e latitanti. Molti uomini non sanno cosa vuol dire sentirsi padre perchè non hanno sentito il loro padre vicino quando erano figli. Bisogna cambiare una cultura “al maschile”, con nuove immagini e modelli di paternità che ampliano le possibilità e le potenzialità che l’uomo può giocare nella definizione della propria identità. Per troppi uomini, essere maschi significa garantire uno stipendio, la sopravvivenza dei bisogni primari al proprio nucleo famigliare. Ma a questo oggi pensano anche le donne, che giustamente reclamano invece al proprio fianco un uomo capace anche di gesti di cura e accudimento e di competenza emotiva».

- Qualcuno vede nella proposta un passo in avanti verso un lavoro sempre più “misura di  famiglia”. E' d'accordo?
«Cos'altro si potrebbe suggerire per favorire la famiglia? Sono d’accordo che questo è un passo per un lavoro sempre più a misura di famiglia, ma penso però che sia un piccolo, piccolissimo passo. Occorre approvare al più presto riforme economiche che riconoscano il tanto richiesto quoziente famigliare, alle famiglie con più figli e occorre che la famiglia sia messa al numero uno nell’agenda dei nostri politici. Sempre più spesso, le madri e i padri con i figli si trovano indeboliti da questa congiuntura economica e dalle riforme che a causa della crisi sono state promosse in questi anni. Molti genitori si trovano a crescere figli nella più totale precarietà professionale ed economica e questo ha un impatto sconvolgente sulla stabilità con cui una mamma e un papà stanno a fianco dei loro figli, sia sul piano concreto che su quello affettivo ed emotivo».

- La recente decisione del Governo di aumentare l'età pensionabile della donna a 65 anni parifica di fatto il trattamento previdenziale dei 2 sessi. Forse questa proposta di legge si inserisce in un progressivo cammino di riduzione della sperequazione tra uomo e donna nella gestione della famiglia (le donne erano favorite nell'età del pensionamento perché di fatto hanno un doppio lavoro). Ma non crede che sia ancora troppo poco?
«Me lo lasci dire, io credo che il nostro governo abbia ceduto troppo presto e facilmente alla richiesta della Comunità Europea, mentre per molte altre istanze la resistenza non è mancata. Oggi fa comodo far pensionare le donne, così come gli uomini ad età sempre più avanzate. Ma credo che questo possa essere sancito per legge solo quando le donne avranno gli stessi stipendi degli uomini, solo quando la percentuale femminile nei quadri dirigenziali sarà paritaria tra i due sessi. Solo in questo caso avremo la dimostrazione che il lavoro ha garantito le stesse opportunità ad entrambi i sessi e a questo punto mi troverà concorde nell’affermare la parificazione dell’età pensionabile. Per oggi, io tale parificazione la vedo molto più come un sopruso».

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo