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domenica 14 agosto 2022
 
 

La famiglia e i diritti dei gay

13/04/2013  L'appello della Corte Costituzionale a tutelare le coppie omosessuali non deve favorire la confusione fra matrimonio fondato sulla differenza sessuale e prerogative degli individui.

Le indicazioni della Corte Costituzionale sono certamente preziose, in un periodo così complesso per il nostro sistema istituzionale e sociale: forse però in questo caso mancano l’obiettivo. Oggi siamo di fronte a partiti che sono soprattutto occupati da faide interne, un Parlamento che non riesce ad esprimere un governo, processi e indagini per corruzione che spesso vengono prescritti per l’eccessiva lunghezza dei processi, un Presidente della repubblica a fine mandato che tenta in tutti i modi di custodire la coesione sociale. E ancora, fuori dal Palazzo: un sistema economico che ogni giorno si lecca le ferite di una battaglia internazionale che stiamo perdendo: crescono di settimana in settimana disoccupati, aziende che chiudono, uomini e donne disperate, spesso fino al suicidio.

Eppure proprio il Presidente Gallo scandisce: “Bisogna regolamentare i diritti delle coppie omosessuali nei modi e nei limiti più opportuni”;
e ovviamente questo è il tema principe, che i media riportano con dovizia di titoli e commenti trionfalistici. Questa vicenda sembra l’occasione migliore per un classico “studio di caso”: come un minoranza estremamente attiva, come quella omosessuale, è riuscita a occupare il pensiero comune, anteponendo gli interessi di pochi all’interesse generale. Per questo ci rivolgiamo rispettosamente proprio alla Corte Costituzionale e a tutte le istituzioni che governano questo Paese.

La stessa Corte Costituzionale, dopo aver dichiarato illegittima la riforma fiscale del cumulo dei redditi del 1973, chiedeva al Governo e al Parlamento “che sulla base delle dichiarazioni dei propri redditi fatte dai coniugi, ed in un sistema ordinato sulla tassazione separata dei rispettivi redditi complessivi, possa essere data ai coniugi la facoltà di optare per un differente sistema di tassazione (espresso in un solo senso o articolato in più modi) che agevoli la formazione e lo sviluppo della famiglia e consideri la posizione della donna casalinga e lavoratrice” (la famosa sentenza 176/1976), facendo così riferimento a sistemi quali il quoziente familiare e lo splitting. La Corte richiamava a più riprese l’invito a costruire un fisco a favore della famiglia (dalla sentenza 76/1983 alla 358/1995), passando per il fallimento della Commissione bicamerale (dei trenta), all’inizio degli anni Novanta.

Ma chi restituirà alle famiglie le tasse ingiuste che hanno versato? Dove sta l’armonizzazione con il quoziente familiare francese, o con il modello tedesco di no tax area familiare? E soprattutto, quanti milioni di famiglie, per quanti anni hanno subito questa ingiustizia? Questo avremmo voluto sentire, dal Presidente Gallo! Un’altra questione però rimane sullo sfondo, per tutto il Paese: l’incapacità di distinguere tra la tutela e la promozione della famiglia, società naturale fondata sul matrimonio (art. 29), naturalmente basata sulla differenza sessuale e sul rapporto tra le generazioni, e il doveroso riconoscimento dei diritti individuali delle persone omosessuali.

La stessa Corte Costituzionale con la sentenza 138/2010 ha per l’ennesima volta riconosciuto e ribadito questa distinzione, ma nel dibattito pubblico diritti delle persone omosessuali, diritto al matrimonio e diritto all’adozione sono troppo spesso rivendicati unitariamente. Dobbiamo invece costruire tutele individuali per tutte le persone, ma dobbiamo anche sostenere direttamente e con determinazione l’istituzione familiare.

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