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lunedì 22 aprile 2024
 
 

Contador, l'ultima follia del ciclismo

06/02/2012  Alla fine è arrivata la squalifica del Tas: due anni, niente Londra 2012 e niente Tour, revocate anche le vittorie del Tour 2010 e del Giro 2011, corso sub iudice. Resta lo smarrimento.

Il ciclista trentenne spagnolo Alberto Contador è stato squalificato ieri per doping dal Tribunale di Arbitrato Sportivo (Tas) di Losanna, estremo organo giudicante, dunque senza appello: due anni di squalifica a partire dal 5 agosto del 2010, quando finirono le analisi e le controanalisi del controllo antidoping del 21 luglio al Tour de France e lui fu ritenuto colpevole per la presenza nel suo sangue di clenbuterolo, prodotto anabolizzante che, presente fra l’altro in un vaso dilatatore bronchiale, sarebbe stato assunto per ”coprire” sostanze vietate.


Per il reo quest’anno niente Tour de France ed anche niente Olimpiade di Londra. Il Tas ha sancito che il clenbuterolo, non producibile dal nostro organismo, è già sintomo di doping di per se stesso, e non ha ritenuta valida la tesi del corridore, che aveva parlato di sua assunzione di carne come genesi della sostanza incriminata, peraltro rintracciata in quantità minima anzi risibile (pare lo 0,0000000000005 per 100). Da notare che la tesi della carne “inquinante”, prodotta specialmente in Messico e Colombia, ha fondamento scientifico, tanto è vero che la presenza del clenbuterolo nel sangue di 109 giovani calciatori impegnati appunto in Messico nel Mondiale Under 17 dello scorso anno, non ha dato luogo a sanzioni, mentre di due ciclisti, un italiano (Colò) e un danese, “rei” di clenbuterolo in una corsa messicana del 2010, uno (il nostro) è stato appiedato per un anno dalla procura del Coni ed ha chiuso con le corse, l’altro è stato indagato ed assolto dalla federazione danese.

La vicenda di Contador, il più forte pedalatore di questi ultimi anni (tre Tour, un Giro, una Vuelta), capace fra l’altro di superare una delicata operazione al cervello, è un duro colpo al ciclismo, oltre che si capisce al corridore, privato fra l’altro, con effetto retroattivo della sentenza, delle vittorie in quel Tour de France e nel Giro d’Italia 2011, oltre che messo di fronte all’obbligo di enormi risarcimenti (premi e stipendi e sponsorizzazioni). Il Tour “passa” al lussemburghese Andy Schleck, secondo classificato, il Giro all’italiano Michele Scarponi (si ripete la vicenda del Tour 2006, la maglia gialla vinta da Floyd Landis statunitense ma data dopo un anno allo spagnolo Oscar Pereiro). 

Il totale dell’iter giudiziario ha richiesto ben 565 giorni, una dmenzialità, nel corso dei quali Contador era stato assolto dalla federazione spagnola, con fretta forse provocatoria, e dunque aveva ripreso a correre (e vincere), mentre la federazione internazionale (Uci) e l’agenzia mondiale antidoping (Wada) avevano presentato ricorso al Tas, l’Uci fra l’altro chiedendo anche per il corridore una forte multa. La sentenza di Losanna turba per la lunghezza del procedimento, più che per la decisione finale, che era attesa sia pure sotto forma di una sospensione più breve. 

E’ possibile che ora Contador ricorra ad un tribunale civile, innescando una causa anche economica dai risvolti gravi e grevi. Ma intanto che il mondo del ciclismo si spacca. I colpevolisti parlano di doping ormai entrato nel costume, nell’uso, nelle abitudini, con la mostruosa sensazione, vissuta da chi pedala, che “senza chimica non si vince”. Gli innocentisti danno atto al ciclismo di praticare un antidoping serio e continuo, punendo assunzioni anche infinitesimali di sostanze vietate, e in pratica facendo sulla sua pelle quello che tanti altri sport non fanno. Non c’è terra di mezzo fra i due atteggiamenti, come non c’era fra chi giudicava lo statunitense Lance Armstrong (sette Tour vinti di seguito) un grandissimo e chi lo pensava (uso di prodotti sospetti per curare postumi di un tumore) disinvolto baro “chimico”.  

Personalmente siamo con la disperata ma costante volontà del ciclismo di ripulirsi, all’insegna di un nobile masochismo che le folle comunque continuano a ricambiare con amore, e dunque di ammettere che lo sporco c’è, a costo di passare come colpevole unico e di distrarre così l’attenzione da altri sport persino più inquinati chimicamente. Intanto però pensiamo che si debba ascrivere ad ancora troppi ciclisti  una perseveranza diabolica nell’errore, perseveranza che si spiega o con la speranza di farla franca o con la follia. 

E’ stato scientificamente provato che il clenbuterolo rintracciato in Contador non poteva avere il minimo effetto sul suo rendimento in corsa: e dunque lui sarebbe un folle. Alla faccia dei suoi stessi avversari che lo ritengono saggio e leale. La lunghezza mostruosa del caso è comunque tale da turbare, e far pensare ad altri interessi per ora misteriosi. Si è persino parlato, senza ufficialità, di minime tracce di plastica che potrebbero essere arrivate lì, nel sangue o nelle urine, dai sacchetti contenenti sangue usati dal celebre (purtroppo) dottor Fuentes, lo spagnolo dopatore riconosciuto di ciclisti e per questo colpito, dopatore sospettato di tennisti e calciatori celebri e per questo non indagato. 

Secondo noi, infine, quando si parla di ciclismo esiste una presunzione di colpevolezza. Tocca al ciclista, spesso, provare la non validità delle accuse, persin più di quanto tocchi a chi indaga provare la consistenza di esse. E molti in effetti sono portati a giudicare immediatamente colpevole il ciclista accusato di doping, offrendo invece la giusta presunzione di innocenza all’atleta di un altro sport. Da pensarci su: chiediamo troppo?

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