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sabato 28 maggio 2022
 
V Giornata dei poveri
 

Il Papa: «Contro le ingiustizie va organizzata la speranza»

14/11/2021  Papa Francesco, nella V Giornata dei poveri ricorda che non viene dallo Spirito Santo una Chiesa rigida e ordinata, ma che, invece, occorre sanare le ferite, stare vicini ai poveri con compassione e tenerezza e portare speranza concreta dove c'è la cultura dello scarto

A loro e a tutti, il Papa ricorda, con le parole di don Tonino Bello, che «occorre organizzare la speranza» Che bisogna fermarsi, seminare speranza nella povertà, negli irrigidimenti di chi vorrebbe solo una Chiesa ordinata. Spiega il Vangelo di Marco, Francesco, per dire che le pagine di oggi ci aiutano a «leggere la storia cogliendone due aspetti: il dolore di oggi e la speranza di domani. Da una parte, sono evocate tutte le dolorose contraddizioni in cui la realtà umana rimane immersa in ogni tempo; dall’altra parte, c’è il futuro di salvezza che la attende, cioè l’incontro con il Signore che viene, per liberarci da ogni male. Guardiamo a questi due aspetti con lo sguardo di Gesù».

Il Papa parla della storia «segnata da tribolazioni, violenze, sofferenze e ingiustizie, in attesa di una liberazione che sembra non arrivare mai» e sottolinea che sono soprattutto i poveri a essere feriti, oppressi e talvolta schiacciati perché sono «i più fragili di questa catena. La Giornata Mondiale dei Poveri, che stiamo celebrando, ci chiede di non voltarci dall’altra parte, di non aver paura a guardare da vicino la sofferenza dei più deboli, per i quali il Vangelo di oggi è molto attuale: il sole della loro vita è spesso oscurato dalla solitudine, la luna delle loro attese è spenta; le stelle dei loro sogni sono cadute nella rassegnazione ed è la loro stessa esistenza a essere sconvolta». E questo per la «povertà a cui spesso sono costretti, vittime dell’ingiustizia e della disuguaglianza di una società dello scarto, che corre veloce senza vederli e li abbandona senza scrupoli al loro destino».

C’è però anche la speranza. «Nel gemito della nostra storia dolorosa, c’è un futuro di salvezza che inizia a germogliare. La speranza di domani fiorisce nel dolore di oggi. Sì, la salvezza di Dio non è solo una promessa dell’aldilà, ma cresce già ora dentro la nostra storia ferita, abbiamo il cuore ammalato tutti, storia ferita, si fa strada tra le oppressioni e le ingiustizie del mondo. Proprio in mezzo al pianto dei poveri, il Regno di Dio sboccia come le tenere foglie di un albero e conduce la storia alla meta, all’incontro finale con il Signore, il Re dell’Universo che ci libererà in modo definitivo».

Occorre però chiedersi cosa dobbiamo fare noi come cristiani. A noi, dice il Papa «è chiesto di nutrire la speranza di domani risanando il dolore di oggi. Sono collegate. Se tu non vai avanti risanando il dolore di oggi difficilmente avrai la speranza di domani. La speranza che nasce dal Vangelo, infatti, non consiste nell’aspettare passivamente che un domani le cose vadano meglio, questo non è possibile, ma nel rendere oggi concreta la promessa di salvezza di Dio. Oggi, oggi, ogni giorno. La speranza cristiana non è infatti l’ottimismo beato, anzi direi l’ottimismo adolescente, di chi spera che le cose cambino e nel frattempo continua a farsi la sua vita, ma è costruire ogni giorno, con gesti concreti, il Regno dell’amore, della giustizia e della fraternità che Gesù ha inaugurato». Parla del Samaritano ricordando che «la speranza cristiana, per esempio, non è stata seminata dalla vita dei sacerdoti che sono passati davanti a quel ferito dai ladri, è stata seminata da un estraneo, da un samaritano, che si è fermato e ha fatto il gesto. La Chiesa di oggi ci dice fermati e semina speranza nella povertà, avvicinati ai poveri e semina speranza, la speranza di lui, la speranza tua e la speranza della Chiesa. A noi è chiesto questo: di essere, tra le quotidiane rovine del mondo, instancabili costruttori di speranza; di essere luce mentre il sole si oscura; di essere testimoni di compassione mentre attorno regna la distrazione; di essere presenze amanti e attente nell’indifferenza diffusa».

Se non siamo testimoni di compassione, dice il Pontefice, «non potremo mai fare del bene», ma al massimo «faremo cose buone, ma che non toccano la via cristiana perché non toccano il cuore. Quello che ci fa toccare il cuore è la compassione: ci avviciniamo, sentiamo la compassione e facciamo gesti di tenerezza. Proprio lo stile di Dio: vicinanza, compassione, tenerezza. Questo che ci chiede oggi». Così potremo costruire la speranza perché, come diceva don Tonino Bello: «Non possiamo limitarci a sperare, dobbiamo organizzare la speranza». E se, continua il Papa, «la nostra speranza non si traduce in scelte e gesti concreti di attenzione, giustizia, solidarietà, cura della casa comune, le sofferenze dei poveri non potranno essere sollevate, l’economia dello scarto che li costringe a vivere ai margini non potrà essere convertita, le loro attese non potranno rifiorire. A noi, specialmente a noi cristiani, tocca organizzare la speranza, bella quella espressione di don tonino bello, organizzare la speranza, tradurla in vita concreta ogni giorno, nei rapporti umani, nell’impegno sociale e politico». Pensa, Bergoglio, alle attività di tanti che operano nella carità, al lavoro dell’elemosineria apostolica. «Ma cosa si fa lì?»i chiede, «Si organizza la speranza. Non si dà una moneta, si organizza la speranza, questa la dinamica che oggi ci chiede la Chiesa».

E poi riprende l’immagine del Vangelo, delle foglie di fico che spuntano senza far rumore, quando il ramo diventa tenero e preannuncia l’estate. «Fratelli, sorelle», insiste il Papa, «ecco la parola che fa germogliare la speranza nel mondo e solleva il dolore dei poveri: la tenerezza. Compassione che ti porta alla tenerezza. Sta a noi superare la chiusura, la rigidità interiore, che è la tentazione di oggi dei restaurazionisti che vogliono una Chiesa tutta ordinata , tutta rigida, questo non é lo Spirito Santo. E noi dobbiamo superare e far germogliare in questa rigidità la speranza. E sta a noi anche superare la tentazione di occuparci solo dei nostri problemi, per intenerirci dinanzi ai drammi del mondo, per compatire il dolore. Come le foglie dell’albero, siamo chiamati ad assorbire l’inquinamento che ci circonda e a trasformarlo in bene: non serve parlare dei problemi, polemizzare, scandalizzarci – questo lo sappiamo fare tutti –; serve imitare le foglie, che senza dare nell’occhio ogni giorno trasformano l’aria sporca in aria pulita. Gesù ci vuole “convertitori di bene”: persone che, immersi nell’aria pesante che tutti respirano, rispondono al male con il bene. Persone che agiscono: spezzano il pane con gli affamati, operano per la giustizia, rialzano i poveri e li restituiscono alla loro dignità. Come ha fatto quel samaritano».

E infine, conclude Francesco: «È bella, è evangelica, è giovane una Chiesa che esce da sé stessa e, come Gesù, annuncia ai poveri la buona notizia. Mi fermo su quell’ultimo aggettivo: è giovane una Chiesa così. La gioventù è seminare speranza. Questa è una Chiesa profetica, che con la sua presenza dice agli smarriti di cuore e agli scartati del mondo: “Coraggio, il Signore è vicino, anche per te c’è un’estate che spunta nel cuore dell’inverno. Anche dal tuo dolore può risorgere la speranza”. Fratelli e sorelle portiamo questo sguardo di speranza nel mondo. Portiamolo con tenerezza ai poveri, con vicinanza, con compassione, senza giudicarli, noi saremo giudicati. Perché lì, presso di loro, c’è Gesù; perché lì, in loro, c’è Gesù, che ci attende».

 
 
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