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venerdì 07 agosto 2020
 
Europa e Italia
 

Ma la Corte di Strasburgo non dice sì al matrimonio gay

22/07/2015  La sentenza della Corte europea dei Diritti dell'Uomo fa pressing sull'Italia perché riconosca una qualche forma di protezione legale per le coppie dello stesso sesso ma non parla di matrimonio e passa la palla al Parlamento

C’è chi dice che la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) di Strasburgo è un chiaro invito a introdurre anche in Italia le nozze gay e chi prende la palla al balzo per dire che siamo il solito Paese perennemente indietro sui diritti civili. Polemiche già viste e sentite.

La Corte, in realtà, ha espresso un parere sul caso di tre coppie di omosessuali italiani che vivono insieme da anni accogliendone i ricorsi e chiedendo all’Italia di adottare qualche forma di riconoscimento legale per questo genere di convivenze ma senza specificare che debba trattarsi di matrimonio. Anzi, un particolare omesso nei resoconti, è che la Cedu ha dichiarato «inammissibile» il ricorso delle tre coppie italiane nella parte che invoca l’articolo 12 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo (diritto al matrimonio) perché esso «non impone un obbligo agli Stati di garantire l’accesso al matrimonio a coppie dello stesso sesso come le ricorrenti». Gli Stati possono legalizzare le nozze per queste coppie (alcuni lo hanno già fatto) ma la scelta resta a discrezione dei Parlamenti nazionali, secondo una consolidata giurisprudenza della stessa Corte europea su materie come la famiglia e la vita.

Capofila dei ricorrenti è la coppia composta da Enrico Oliari, presidente dell'associazione di omosessuali di centrodestra Gaylib, e dal suo compagno. Tutte e tre hanno chiesto ai loro Comuni di fare le pubblicazioni per potersi sposare ma si sono viste opporre un rifiuto. Da qui è cominciata la lunga strada dei ricorsi alla magistratura e alla Consulta, fino alla Corte di Strasburgo, che ha condannato il nostro Paese. Il caso di Enrico Oliari peraltro era già approdato alla Corte Costituzionale, dopo due sentenze del Tribunale di Trento avverse alla richiesta di potersi sposare, con un verdetto molto chiaro che nel 2010 negò l’accesso al matrimonio invitando però il Parlamento a intervenire con riferimento alla coppia come formazione sociale e non solo agli individui.

La Consulta, ricorda il collegio europeo (presieduto da un magistrato finlandese e composto da 7 giudici, uno dei quali italiano, Guido Raimondi) dichiarò «inammissibile» la loro richiesta ricordando che «toccava al Parlamento regolare, nei tempi, con i mezzi e i limiti fissati dalla legge, il riconoscimento giuridico dei diritti e dei relativi doveri». La Cedu ora nota che c’è «conflitto tra la realtà sociale dei ricorrenti, che in Italia per la maggior parte vivono la loro relazione apertamente, e la legge», che non gli garantisce «alcun riconoscimento ufficiale».

Secondo la Corte europea, «un obbligo a provvedere al riconoscimento e alla protezione delle unioni dello stesso sesso non comporta nessun onere particolare per lo Stato italiano». I giudici aggiungono che «in assenza del matrimonio, l’opzione di una unione civile o di una partnership registrata sarebbe la via più appropriata per le coppie dello stesso sesso». La Cedu argomenta questa richiesta all’Italia affermando che tra i 47 Stati membri del Consiglio d’Europa 27 «hanno approvato leggi in favore di questo riconoscimento». Se l’altra metà ancora non l’ha fatto qualche motivo ci sarà.

E poi aggiunge che «secondo recenti sondaggi, una maggioranza della popolazione italiana sostiene il riconoscimento legale delle coppie omosessuali». Una motivazione che non ha alcun valore giuridico visto che le sentenze, e neppure le leggi, si fanno in base ai sondaggi. Ammesso che questi siano attendibili.

La Cedu, quindi, invita l’Italia a individuare una «struttura legale specifica che provveda al riconoscimento e alla protezione» delle coppie formate da persone dello stesso sesso.  Quale sia questa «struttura legale» per assicurare «una qualche forma di riconoscimento legale» la Corte non lo dice. Spetta al Parlamento italiano individuarla.

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