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mercoledì 15 luglio 2020
 
reportage
 

Viaggio tra i poveri di Torino: «La crisi sanitaria è diventata sociale»

03/05/2020  Dalla mensa francescana del convento di Sant’Antonio al centro “Le due tuniche” della Caritas diocesana: «Le persone che chiedono aiuto sono quasi triplicate», spiegano i responsabili (foto Paolo Siccardi Walkabout)

Oggi in fila per ritirare il sacchetto con il pasto ci sono 410 persone. A inizio marzo erano meno della metà. Torino, mensa del convento francescano di Sant’Antonio da Padova, storico punto di riferimento per i poveri della città: questo è uno dei luoghi in cui l’emergenza si vede e si tocca con mano. In breve tempo la crisi sanitaria è divenuta crisi sociale, travolgendo migliaia di persone che fino a poche settimane fa riuscivano, seppur con fatica, a restare a galla. In coda per il pasto ci sono i poveri “storici”, che i frati conoscono e chiamano per nome, ma ci sono anche tantissimi volti nuovi. C’è il pensionato con il carrello della spesa, c’è la signora che sembra l’immagine perfetta della nonna italiana. Ci sono uomini robusti, sulla quarantina: facevano lavori di fatica, come montare e smontare i banchi al mercato, pagati quasi sempre in nero. Ora non hanno di che vivere. Passano, ritirano velocemente il cibo e corrono via a occhi bassi, dopo un “grazie” sussurrato, quasi stretto tra i denti. Negli ultimi due mesi, i cinque religiosi che vivono nel convento hanno dovuto stravolgere completamente le loro abitudini. Le iniziative ordinarie (ad eccezione della pastorale giovanile, che prosegue con incontri a distanza) sono sospese. È l’attività caritativa ad assorbire quasi tutte le energie. «All’inizio di marzo accoglievamo ogni giorno 80 persone ai tavoli della mensa e distribuivamo un centinaio di sacchetti alimentari. Ma con l’inizio della quarantena c’è stato un aumento di richieste impressionante» racconta Fra Mauro Battaglino, 50 anni, guardiano del convento di Sant’Antonio. Per assicurare un pasto a tutti è stato necessario attingere a nuove risorse. Attualmente 150 pasti vengono consegnati dal Comune di Torino, mentre i restanti 250 vengono preparati per metà dal convento e per metà da una decina di ristoratori della zona, che si sono resi disponibili.

«Nonostante tutto, la Provvidenza c’è e si fa sentire» dice ancora Fra Mauro. «E in questo momento così difficile sentiamo una speciale gratitudine verso i tanti amici e benefattori che non ci fanno mancare il loro aiuto». Reggere questi ritmi è comunque difficile, soprattutto se si considera che l’emergenza avrà sicuramente tempi lunghi.

Torino, la preparazione dei pasti da distribuire all'interno della mensa francescana di Sant'Antonio

  

Le prescrizioni sanitarie non consentono assembramenti, così la distribuzione del cibo si è spostata dalla mensa alla strada. Alle 10.30 i frati sistemano un banchetto all’ingresso della struttura e la lunga fila si mette in movimento [CLICCA QUI E GUARDA LE IMMAGINI]

Fra Davide Ferla, 44 anni, sta sulla porta insieme a un aiutante. Recitato un Padre Nostro, inizia a dare i sacchetti, ciascuno dei quali contiene un pasto completo e abbondante: primo, secondo, contorno, pane, frutta e uno snack dolce. I musulmani possono scegliere vivande senza carne di maiale. Oggi tra le portate ci sono anche le lasagne al sugo preparate nella cucina del convento, molto apprezzate e richieste. Non è un semplice “take-away”, ma un luogo di incontro e di fraternità. Ogni sacchetto è accompagnato da un saluto, da una parola di incoraggiamento e di affetto. C’è chi corre via subito, chi si ferma a scambiare due parole. Nonostante le precauzioni (mascherine, guanti e tentativi di distanziamento) rispettare alla lettera le prescrizioni sanitarie è praticamente impossibile. Molti, tra la gente in coda, si avvicinano (senza alcuna protezione) a Fra Davide. Qualcuno addirittura lo vuole abbracciare. Questa è davvero una prima linea. «Cerchiamo di essere prudenti e facciamo tutto il possibile per rispettare le regole. Ma nello stesso tempo facciamo un atto di fede» dicono i religiosi. E del resto quando si ha a che fare con persone fragili (talvolta anche affette da problemi psichici) una certa dose di contatto fisico è ineliminabile. Impossibile non pensare a San Francesco e al suo abbraccio con il lebbroso. «Cerchiamo, come possiamo, di rinnovare e attualizzare quel gesto. Di camminare accanto agli ultimi e di lavare loro i piedi, come il Signore ci ha insegnato a fare». In questo periodo gli abituali volontari della mensa (tra cui alcuni anziani) sono a casa. Ad aiutare nella distribuzione del cibo ci sono una decina di ragazzi, che vivono in convento insieme ai frati. Quasi tutti provengono da contesti difficili e ora stanno facendo un percorso di rinnovamento. Oltre alla mensa, i francescani gestiscono un punto d’ascolto, dove le famiglie possono trovare prodotti alimentari più a lunga scadenza: una sorta di spesa settimanale. Anche lì c’è stato un aumento esponenziale delle richieste, passate da 60 a 230.

La consegna dei pacchi alimentari da parte dei volontari di Caritas negli alloggi popolari della città

  

La tendenza è confermata da quasi tutte le strutture caritative presenti a Torino. «Nel 2019 tra febbraio e marzo abbiamo aiutato circa 1.300 persone. Quest’anno, nello stesso periodo, gli interventi sono stati 2.970» racconta Vally Falchi, responsabile del centro “Le Due Tuniche” della Caritas diocesana. «Tantissime le persone nuove: lavoratori in nero, addetti delle pulizie, badanti, persone in attesa della cassa integrazione, o che vivono nel terrore di essere licenziate».

Le storie in bilico sono tantissime. «In questo momento ci stiamo concentrando con particolare attenzione su alcune situazioni quanto mai critiche: anziani soli, famiglie di persone disabili o non autosufficienti, detenuti in regime extracarcerario», aggiunge Pierluigi Dovis, direttore Caritas Torino. Anche per i volontari questo è il tempo della prova. «Tra loro ci sono pensionati che vorrebbero continuare a svolgere il servizio così come facevano prima, ma si rendono conto del rischio cui esporrebbero se stessi e i propri cari» spiega ancora Dovis. «Molti però stanno iniziando a sperimentare vie nuove. Anche a distanza, ad esempio usando il telefono, possiamo stare accanto a chi ha bisogno di noi. L’emergenza ridefinisce i contorni della relazione d’aiuto. E questo è un aspetto su cui dovremo puntare, anche in futuro».

E tra le tante proposte ideate per aiutare a chi fa più fatica, c’è la Pizza Solidale, un’idea lanciata da Caritas Torino, insieme al Banco Alimentare e alla cooperativa Synergica. Il 30 aprile, giorno della festa liturgica del beato Giuseppe Benedetto Cottolengo (figura cardine della solidarietà, particolarmente cara ai torinesi) è stata organizzata una distribuzione di alimenti in uno stabile di edilizia popolare, a pochi passi dalla stazione di Porta Nuova. Gli inquilini, un’ottantina di famiglie, tutte esposte alla fragilità, hanno ricevuto sacchetti con pizze (prodotti che, anche a livello simbolico, danno un’idea di condivisione e convivialità), ma anche latte, riso, pasta e cibi a lunga scadenza. Un’iniziativa accolta dai residenti con gratitudine.

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Coronavirus e povertà, la distribuzione dei pacchi alimentari della Caritas a Torino
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