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venerdì 10 luglio 2020
 
Coronavirus
 

Coronavirus, giornata di preghiera interreligiosa, parla padre Sebastian Vazhakala

13/05/2020  Nel dibattito che precede e prepara la giornata interreligiosa di preghiera, digiuno e carità per chiedere a Dio la fine della pandemia interviene il "co-fondatore", con Madre Teresa di Calcutta, dei "Missionari della Carità".

Alla fine del Regina Caeli di domenica, 3 maggio 2020, dedicata a Gesù Buon Pastore, il Santo Padre, Papa Francesco, ha invitato tutte le persone di buona volontà di tutte le religioni a unirsi spiritualmente giovedì, 14 maggio 2020, in una giornata di preghiera, di digiuno e opere di carità per superare la pandemia di coronavirus.

Tutte le nazioni e i popoli del mondo si sono resi conto che il coronavirus è al di sopra di ogni potere umano e che c’è una potenza superiore alla quale dobbiamo ricorrere con la preghiera, il digiuno e l’elemosina o opere di carità. Il covid-19 non è più il problema di una nazione o di una religione, ma di tutte le persone di ogni colore, nazione o religione, dei ricchi e dei poveri, dei potenti e degli impotenti. E’ vitale che tutti gli esseri umani si uniscano per implorare da Dio la sua misericordia. Solo Dio può fare qualcosa per porre fine a questa impresa che è al di sopra di ogni potere umano, di ogni abilità e intelligenza! Il covid-19 ha superato ogni limite umano e confine! 

Sottolineando l’importanza della preghiera in questo tempo difficile, Papa Francesco ha detto che ha accolto la proposta dell’Alto Comitato per la Fratellanza Umana affinché il prossimo 14 maggio “i credenti di tutte le religioni si uniscano spiritualmente in una giornata di preghiera, digiuno e opere di carità, per implorare Dio di aiutare l’umanità a superare la pandemia di coronavirus”.

Il coronavirus ha fatto capire all’umanità che siamo tutti ugualmente deboli e fragili, non importa se ricchi e potenti. C’è dovunque un senso di timore e di impotenza. Non riusciamo a sconfiggere il covid-19 con le nostre forze, non importa a quale religione apparteniamo o a quale religione vogliamo appartenere. In seguito alle richieste di molte persone di diverse religioni, è diventato importante riunirsi spiritualmente, specialmente il 14 maggio prossimo, in una intensa giornata di preghiera, digiuno e opere di carità, secondo gli insegnamenti e le pratiche di ogni religione.

Senza contare le varie sette o i vari gruppi, ci sono nel mondo quattro religioni maggiori: la religione ebraica, il cristianesimo, l’islamismo e l’induismo. Ciò che è importante negli insegnamenti religiosi, nelle pratiche tradizionali e nello stile di vita è che Dio è accettato e considerato come l’Assoluto, non solo come Creatore di tutto e di tutti, ma anche come Padre amorevole, onnipotente, onnisciente e onnipresente! Gesù ci insegna che lui e il Padre sono una cosa sola, che è stato mandato dal Padre per amore, che non è venuto per giudicare, punire, uccidere o distruggere il mondo, ma per essere la via al Padre, la verità, la vita e la risurrezione.

Tra tutte le creature, solo l’uomo ha un’anima immortale, creata a immagine e somiglianza di Dio stesso (cfr. Gen 1, 26), non importa a quale religione appartenga. Non appena concepito nel grembo, viene infusa nell’uomo l’anima immortale, che è anche il principio vitale di ogni essere umano. Dio non ha creato l’uomo affinché si perda in questo mondo, ma per raggiungere la sua meta finale che è Dio stesso.

Questo è il principio e il fondamento della nostra fede: l’essere umano è stato creato per conoscere, amare e servire Dio, nostro Signore, e così ottenere la propria salvezza. Tutte le altre creature create da Dio sono soggette all’uomo, affinché l’uomo e la donna non solo riconoscano, lodino e ringrazino Dio, ma anche ottengano la loro salvezza.

 

SULLE ORME DEI DISCEPOLI DI EMMAUS

Tutte le creature della terra sono per l’uomo mezzi per raggiungere la meta finale che è il Dio Uno Trino. Dovremmo leggere il primo capitolo della Genesi con il racconto della creazione. Il sesto e ultimo giorno della creazione Dio Disse: “Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza…Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse” (Gen 1, 26-28). Nel creare l’uomo e la donna al culmine della creazione, Dio aveva uno scopo e un progetto preciso mentre creava tutte le altre creature. Dio diede all’uomo e alla donna il compito di ricreare, sviluppare e soggiogare la terra. Dio diede agli esseri umani la facoltà di distinguere il bene dal male, le creature dal loro Creatore, come si legge chiaramente nelle prime pagine della Bibbia. Secondo gli insegnamenti di tutte le religioni maggiori del mondo, Dio è al centro, egli è l’Assoluto che si deve lodare, ringraziare, adorare e glorificare. In tutte le religioni esiste l’elemento culto, che significa che Dio deve essere adorato pubblicamente. IL cristianesimo è la religione del cuore, la religione dell’amore. Questo amore ha due dimensioni, inseparabili l’una dall’altra. La nostra religione si può riassumere in questo duplice amore, senza il quale il cristianesimo muore e scompare: amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l’anima e con tutte le forze, e amare il prossimo come se stessi. “Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti” (cfr. Mt 22, 37-40). Nel Vangelo di San Luca si trova una spiegazione pratica di questo duplice amore nella parabola del Buon Samaritano (Lc 10, 25-37).

Attraverso questa parabola Gesù insegna che l’amore del prossimo deve andare insieme all’amore di Dio e viceversa! L’amore non si fonda su ciò che si può ottenere dagli altri, ma su ciò che si può dare agli altri senza badare al costo, senza cercare riposo o ricompensa. La domanda non è ciò che si può ricevere dagli altri o come gli altri possono farci felici, ma come si può fare felici gli altri. Non si calcola la perdita di tempo e di energie, non ci si preoccupa e non si ha paura di spezzare il pane e condividere. Quando la paura controlla la propria vita, non si sperimenta vera pace e gioia! Non c’è vera gioia senza condivisione. Ci si può chiedere: sono più beato quando ricevo o quando dono e condivido? Gesù disse: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!” “Beatius est dare quam accipere” (At 20, 35). Sperimentiamo nello stesso momento dolore e beatitudine, sofferenza e gioia: dolore nello spezzare e beatitudine nel donare e condividere. Inoltre più si spezza e si dona, più si riceve. “La farina della giara non venne meno e l'orcio dell'olio non diminuì” (cfr. 1Re 17, 7-16). Vale la pena leggere questo brano dal primo libro dei Re paragonandolo alla nostra esperienza.

L’intera storia di Santa Teresa di Calcutta e della Famiglia dei Missionari della Carità è una conferma di questo duplice spezzare e condividere, come lo è la storia dei due discepoli diretti a Emmaus, totalmente confusi e turbati, senza speranza e disperati, senza luce e avvolti nell’oscurità. Tuttavia, nella loro disperazione il soggetto della conversazione era Gesù. Allora Gesù si avvicina, camminando e conversando con loro, chiedendo la ragione per la quale avevano lasciato Gerusalemme e il perché della loro delusione. Essi avevano la loro idea di come doveva essere il Messia, non sapendo che si sbagliavano. La vera ragione della loro pena, della disperazione e dell’abbandono del gruppo degli apostoli era l’idea errata di come doveva essere il Messia! Gesù conosceva le loro ragioni. Li ascolta e li rimprovera per la loro poca fede. La sua domanda è sorprendente: “Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiega loro in tutte le Scritture ciò che si riferisce a lui. Ma i loro occhi sono ancora chiusi. Solo quando invitano il loro compagno di viaggio a restare con loro la sera, solo quando sono pronti a spezzare il pane con lui, i loro occhi si aprono e lo riconoscono. Ora la loro idea del Messia è cambiata, e così pure la loro vita. La speranza e la luce sono ritornate. Ora possono ritornare nella stessa sala superiore e incontrare le stesse persone che avevano lasciato poco tempo prima. Gli stessi discepoli disperati sono diventati apostoli di speranza e gioia. “Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: ‘Davvero il Signore è risorto!’ “ (cfr. Lc 24, 33.34). “Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Lc 24, 35). Il Signore Risorto non solo aprì i loro occhi nello spezzare il pane, ma aprì anche le loro menti alla comprensione delle Scritture (cfr. Lc 24, 45).

Essi diventarono missionari di fede, speranza, carità, pace e gioia. Quando non abbiamo le idee chiare sulla nostra vocazione, quando non abbiamo motivi validi per scegliere lo stile di vita dei Missionari della Carità e dei LMC, quando non abbiamo un’adeguata conoscenza di ciò che la sequela di Cristo comporta, quando siamo confusi, non solo confondiamo gli altri, ma anche soffriamo, ci scoraggiamo e ci disperiamo, come i due discepoli di Emmaus.

La crisi può essere un pericolo o un’occasione per riscoprire il vero motivo e scopo della propria vocazione e il costo dell’essere discepoli. Tutti sappiamo che il Movimento dei LMC iniziò con un gruppo di collaboratori che volevano appartenere alla Chiesa di Madre Teresa di Calcutta. Ricordiamoci che non esistono Congregazioni, Movimenti o Associazioni senza la Chiesa. La Chiesa è la nostra madre e maestra, Mater et Magistra.

Il Papa è il capo visibile della Chiesa, il vescovo di Roma e di tutto il mondo, Urbi et orbi. Dopo San Pietro, il primo papa, fino all’attuale Papa Francesco, ci sono stati 266 papi, dei quali solo 81 sono stati canonizzati. Molti di loro non sono stati canonizzati e alcuni non hanno dato buon esempio. Ma cosa ha detto Gesù agli scribi e ai farisei? “Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere” (Mt 23, 1-3). Ricordiamo che siamo tutti deboli, peccatori, indegni e miserabili. Alla pesca miracolosa, Pietro si gettò ai piedi di Gesù e disse: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore” (Lc 5, 8). Gesù gli ha dato la forza, tutto l’aiuto e le ispirazioni, compreso i doni della guida e del martirio.

C’è molto male nella parte migliore di noi e molto bene nella parte peggiore di noi. Come cristiani, Missionari della Carità e LMC, viviamo umilmente e con gioia la nostra vocazione, cercando di appartenere totalmente a Gesù, “Totus tuus ego sum”, prestando servizio gratuito e di tutto cuore ai più poveri tra i poveri, cominciando dai membri della propria famiglia, dal gruppo dei LMC al quale apparteniamo, dalle comunità dei Missionari e 4 delle Missionarie della Carità.

I poveri sono sempre con noi, nelle sembianze sofferenti di Gesù. Aiutiamo i nostri poveri con le preghiere. Offriamo preghiere per i cardinali, i vescovi, i sacerdoti e tutti i religiosi, per tutti quelli che hanno chiesto le nostre preghiere, quelli ai quali abbiamo promesso preghiere, quelli per i quali dovremmo pregare, quelli che non pregano, quelli che non possono pregare e quelli che hanno perso lo spirito di preghiera. Preghiamo molto per il Papa, affinché il Signore lo preservi, gli dia forza e lo liberi dai suoi nemici! I LMC che dovevano pronunciare i primi voti o i voti per la vita o rinnovare i voti la Domenica della Misericordia 2020, lo possono fare, se lo desiderano, il primo sabato di Ottobre 2020. Non devono aspettare un altro anno per pronunciare i voti, perché non è colpa loro se non hanno pronunciato o rinnovato i voti.

Come Missionari della Carità e LMC, i nostri voti richiedono rispetto e obbedienza al Magistero della Chiesa. Non solo riconosciamo, rispettiamo e seguiamo gli insegnamenti autorevoli della Chiesa Cattolica Romana (Magisterium), ma ci leghiamo ad essa con i nostri voti. Ogni volta che penso a voi, prego per voi, e ogni volta che prego per voi prego con gioia e gratitudine per il modo con cui vivete la vostra vocazione di Missionari della Carità e di LMC in questo momento di prova e di sofferenza. San Giacomo, apostolo scrive: “Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla” (1, 1-4). Questo è il tempo favorevole, questo è il giorno della salvezza. Cerchiamo di avere pazienza fino alla fine, pregando più ferventemente, offrendo più sacrifici, aiutandoci e incoraggiandoci a vicenda, e cercando di raggiungere i bisognosi. Aggrappiamoci all’essenziale, perché nell’essenziale ci deve essere unità, nelle cose casuali libertà e in tutto la Carità. Partecipiamo generosamente alla giornata di preghiera, digiuno e carità, giovedì, 14 maggio p.v., come ha chiesto Papa Francesco a tutte le religioni. Con affetto, gratitudine e preghiere. Dio vi benedica e vi ricompensi.

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Il 14 maggio giornata di preghiera di tutte le religioni per invocare la fine della pandemia
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