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mercoledì 08 luglio 2020
 
Il Papa
 

«Preghiamo per i defunti anonimi del virus sepolti nelle fosse comuni»

30/04/2020  Francesco nella messa a Santa Marta ricorda le vittime, soprattutto quelle senza nome, della pandemia e ricorda: «Andare in missione non è proselitismo ma dare testimonianza della propria fede. Noi non convertiamo nessuno, è Dio Padre che attira»

Le immagini delle fosse comuni, soprattutto negli Stati Uniti e in America Latina, dove sono state seppellite migliaia di vittime anonime del coronavirus, hanno colpito papa Francesco che giovedì mattina ha rivolto un pensiero a queste persone nella Messa celebrata a Santa Marta: «Preghiamo oggi per i defunti, coloro che sono morti per la pandemia; e anche in modo speciale per i defunti – diciamo così – anonimi: abbiamo visto le fotografie delle fosse comuni. Tanti…».

Nell’omelia, riportata da Vatican News, il Papa commenta il passo odierno degli Atti degli Apostoli che racconta l’incontro di Filippo con un etíope eunùco, funzionario di Candàce, desideroso di comprendere chi fosse quanto descritto dal profeta Isaìa: “Come una pecora egli fu condotto al macello”. Dopo che Filippo gli spiega che si tratta di Gesù, l’etiope si lascia battezzare. Francesco nella sua riflessione parte dal Vangelo di Giovanni: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre”.

«Gesù», spiega, «ricorda che anche i profeti avevano preannunciato questo: “E tutti saranno istruiti da Dio” (Gv 6,45). È Dio che attira alla conoscenza del Figlio. Senza questo, non si può conoscere Gesù. Sì, si può studiare, anche studiare la Bibbia, anche conoscere come è nato, cosa ha fatto: quello sì. Ma conoscerlo da dentro, conoscere il mistero di Cristo è soltanto per coloro che sono attirati dal Padre a questo. Questo è quello che è successo a questo ministro dell’economia della regina d’Etiopia. Si vede che era un uomo pio e che si è preso il tempo, in tanti dei suoi affari, per andare ad adorare Dio. Un credente. E tornava in patria leggendo il profeta Isaia. Il Signore prende Filippo, lo invia in quel posto e poi gli dice: “Va’ avanti e accòstati a quel carro”, e sente il ministro che sta leggendo Isaia. Si avvicina e gli fa una domanda: “Capisci?” – “E come potrei capire, se nessuno mi guida?” , e fa la domanda: “Di chi dice questo, il profeta?”. “Ti prego, sali in carrozza”, e durante il viaggio – non so quanto tempo, io penso che almeno un paio di ore – Filippo spiegò: spiegò Gesù. Quella inquietudine che aveva questo signore nella lettura del profeta Isaia era proprio del Padre, che attirava verso Gesù: lo aveva preparato, lo aveva portato dall’Etiopia a Gerusalemme per adorare Dio e poi, con questa lettura, aveva preparato il cuore per rivelare Gesù, al punto che appena vide l’acqua disse: “Posso essere battezzato”. E lui credette. E questo - che nessuno può conoscere Gesù senza che il Padre lo attiri - questo è valido per il nostro apostolato, per la nostra missione apostolica come cristiani. Penso anche alle missioni. “Cosa vai a fare nelle missioni?” – “Io, a convertire la gente” – “Ma fermati, tu non convertirai nessuno! Sarà il Padre ad attirare quei cuori per riconoscere Gesù”. Andare in missione è dare testimonianza della propria fede; senza testimonianza non farai nulla. Andare in missione – e sono bravi i missionari! – non significa fare strutture grandi, cose … e fermarsi così. No: le strutture devono essere testimonianze. Tu puoi fare una struttura ospedaliera, educativa di grande perfezione, di grande sviluppo, ma se una struttura è senza testimonianza cristiana, il tuo lavoro lì non sarà un lavoro di testimone, un lavoro di vera predicazione di Gesù: sarà una società di beneficenza, molto buona – molto buona! – ma niente di più».

«Io do testimonianza di vita cristiana con il mio stile di vita?»

Se io, prosegue il Papa, «voglio andare in missione, e questo lo dico se io voglio andare in apostolato, devo andare con la disponibilità che il Padre attiri la gente a Gesù, e questo lo fa la testimonianza. Gesù stesso lo disse a Pietro, quando confessa che Lui è il Messia: “Tu sei felice, Simon Pietro, perché questo te lo ha rivelato il Padre”. È il Padre che attira, e attira anche con la nostra testimonianza. “Io farò tante opere, qui, di qua, di là, di educazione, di questo, dell’altro …”, ma senza testimonianza sono cose buone, ma non sono l’annuncio del Vangelo, non sono posti che diano la possibilità che “il Padre attiri alla conoscenza di Gesù”. Lavoro e testimonianza. “Ma come posso fare perché il Padre si preoccupi di attirare quella gente?”. La preghiera. E questa è la preghiera per le missioni: pregare perché il Padre attiri la gente verso Gesù. Testimonianza e preghiera, vanno insieme. Senza testimonianza e preghiera non si può fare predicazione apostolica, non si può fare annuncio. Farai una bella predica morale, farai tante cose buone, tutte buone. Ma il Padre non avrà la possibilità di attirare la gente a Gesù. E questo è il centro: questo è il centro del nostro apostolato, che “il Padre possa attirare la gente a Gesù”.

La nostra testimonianza apre le porte alla gente e la nostra preghiera apre le porte al cuore del Padre perché attiri la gente. Testimonianza e preghiera. E questo non è soltanto per le missioni, è anche per il nostro lavoro come cristiani. Io do testimonianza di vita cristiana, davvero, con il mio stile di vita? Io prego perché il Padre attiri la gente verso Gesù?».

Questa, conclude Bergoglio, «è la grande regola per il nostro apostolato, dappertutto, e in modo speciale per le missioni. Andare in missione non è fare proselitismo. Una volta, una signora – buona, si vedeva che era di buona volontà – si è avvicinata con due ragazzi, un ragazzo e una ragazza, e mi ha detto: “Questo ragazzo, Padre, era protestante e si è convertito: io l’ho convinto. E questa ragazza era …” - non so, animista, non so cosa mi ha detto - “e l’ho convertita”. E la signora era buona: buona. Ma sbagliava. Io ho perso un po’ la pazienza e ho detto: “Ma senti, tu non hai convertito nessuno: è stato Dio a toccare il cuore della gente. E non dimenticarti: testimonianza, sì; proselitismo, no”. Chiediamo al Signore la grazia di vivere il nostro lavoro con testimonianza e con preghiera, perché Lui, il Padre, possa attirare la gente verso Gesù».

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale con questa preghiera: «Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te».

Prima di lasciare la Cappella dedicata allo Spirito Santo, è stato intonato il Regina Caeli che si canta nel tempo pasquale.

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