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venerdì 10 luglio 2020
 
Il Papa
 

«Quanti finti pastori nella Chiesa che sfruttano il gregge per fare carriera e soldi»

03/05/2020  Francesco a Santa Marta ricorda i medici e i sacerdoti «che anche in questa pandemia hanno dato la vita» nel loro servizio. E avverte: «La gente riconosce i finti pastori che cercano solo la politica e i soldi e cerca Dio per le sue strade»

È la quarta domenica di Pasqua, dedicata a Gesù Buon Pastore, e la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Nell’introduzione della Messa celebrata a Santa Marta, papa Francesco ha rivolto il suo pensiero a sacerdoti e medici: «A tre settimane dalla Risurrezione del Signore, la Chiesa oggi nella quarta domenica di Pasqua celebra la domenica del Buon Pastore, Gesù Buon Pastore. Questo mi fa pensare a tanti pastori che nel mondo danno la vita per i fedeli, anche in questa pandemia, tanti, più di cento qui in Italia sono venuti a mancare. Penso anche ad altri pastori che curano il bene della gente, i medici. Si parla dei medici, di quello che fanno ma dobbiamo renderci conto che, soltanto in Italia, 154 medici sono venuti a mancare, in atto di servizio. Che l’esempio di questi pastori, preti e pastori medici, ci aiuti a prenderci cura del santo popolo fedele di Dio».

Quella odierna è la cinquantesima celebrazione eucaristica in diretta streaming dalla cappella di Santa Marta dal 9 marzo scorso, segno di vicinanza del Papa ai fedeli che in tante parti del mondo non possono recarsi a messa per l'emergenza coronavirus.

Nell'omelia, riportata da Vatican News, il Papa ha commentato la prima lettera di San Pietro in cui l’apostolo dice che dalle piaghe di Gesù siamo stati guariti: “Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime” e il Vangelo di Giovanni che parla della porta attraverso la quale si entra nel gregge: tutti quelli che non entrano attraverso questa porta sono ladri e briganti, i finti pastori.

«La Prima Lettera dell’apostolo Pietro, che abbiamo sentito», esordisce Francesco, «è un passo di serenità. Parla di Gesù. Dice: “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime”. Gesù è il pastore - così lo vede Pietro - che viene a salvare, a salvare le pecore erranti: eravamo noi. E nel salmo 22 che abbiamo letto dopo questa lettura, abbiamo ripetuto: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla”. La presenza del Signore come pastore, come pastore del gregge. E Gesù, nel capitolo 10 di Giovanni, che abbiamo letto, si presenta come il pastore. Anzi, non solo il pastore, ma la “porta” per la quale si entra nel gregge. Tutti coloro che sono venuti e non sono entrati per quella porta erano ladri o briganti o volevano approfittarsi del gregge: i finti pastori. E nella storia della Chiesa ci sono stati tanti di questi che sfruttavano il gregge. Non gli interessava il gregge ma soltanto far carriera o la politica o i soldi. Ma il gregge li conosce, li ha conosciuti sempre e andava cercando Dio per le sue strade».

«Soltanto il pastore che assomiglia a Gesù dà fiducia al gregge»

Ma quando c’è un buon pastore, continua il Pontefice, «c’è proprio il gregge che va avanti, che porta avanti. Il pastore buono ascolta il gregge, guida il gregge, cura il gregge. E il gregge sa distinguere fra i pastori, non si sbaglia: il gregge si fida del buon pastore, si fida di Gesù. Soltanto il pastore che assomiglia a Gesù dà fiducia al gregge, perché Lui è la porta. Lo stile di Gesù deve essere lo stile del pastore, non ce n’è un altro. Ma anche Gesù buon pastore, come dice Pietro nella prima lettura: “Patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta”, era mite. Uno dei segni del buon pastore è la mitezza, è la mitezza. Il buon pastore è mite. Un pastore che non è mite non è un buon pastore. Ha qualcosa di nascosto, perché la mitezza si fa vedere come è, senza difendersi. Anzi, il pastore è tenero, ha quella tenerezza della vicinanza, conosce le pecore una ad una per nome e si prende cura di ognuna come se fosse l’unica, al punto che quando tornano a casa dopo una giornata di lavoro, stanco, si accorge che gliene manca una, esce a lavorare un’altra volta per cercarla e… la porta con sé, la porta sulle spalle. Questo è il buon pastore, questo è Gesù, questo è chi ci accompagna nel cammino della vita, a tutti. E quest’idea del pastore, e quest’idea del gregge e delle pecore, è un’idea pasquale. La Chiesa nella prima settimana di Pasqua canta quel bell’inno per i nuovi battezzati: “Questi sono gli agnelli novelli”, l’inno che abbiamo sentito all’inizio della Messa. È un’idea di comunità, di tenerezza, di bontà, di mitezza. È la Chiesa che vuole Gesù e lui custodisce questa Chiesa. Questa domenica è una domenica bella, è una domenica di pace, è una domenica di tenerezza, di mitezza, perché il nostro pastore si prende cura di noi. “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla».

Il Papa ha terminato la celebrazione con l'adorazione e la benedizione eucaristica e ha invitato a fare la Comunione spirituale recitando questa preghiera: «Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che mi abbia mai a separare da Te».

Al termine della celebrazione, il Papa ha ringraziato le Acli che hanno portato nella cappella la statua di San Giuseppe in occasione della festa di San Giuseppe lavoratore del 1° maggio. Quindi è stata intonata l’antifona mariana Regina caeli, cantata nel tempo pasquale.

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