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venerdì 19 agosto 2022
 
Appello
 

Coronavirus, «migranti, rifugiati e carcerati i più colpiti»

01/09/2020  Appello congiunto del Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso e del Consiglio mondiale delle Chiese per «servire un mondo ferito»: la pandemia «ha esacerbato i pregiudizi razziali e portato a un aumento della violenza», bisogna cooperare con fedeli di altre religioni e persone di buona volontà

La pandemia «ha esacerbato i pregiudizi razziali e portato a un aumento della violenza» contro le persone ai margini della società, e «le persone ai margini, in particolare migranti, rifugiati e prigionieri, sono state le più colpite». Nasce da questa consapevolezza un appello congiunto del Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso e del Consiglio mondiale delle Chiese per «servire un mondo ferito» e scoprire, oltre le differenze religiose, «nuove forme di solidarietà per ripensare il mondo post-COVID-19».

«Mentre l'intera umanità è gravemente ferita», si legge nel documento pubblicato oggi, «la pandemia ci ha ricordato lo scandaloso divario tra ricchi e poveri, tra privilegiati e svantaggiati. In molti luoghi, i malati, gli anziani e i disabili hanno sofferto più gravemente, spesso con poca o nessuna assistenza medica. Ha esacerbato i pregiudizi razziali e portato ad un aumento della violenza contro coloro che sono stati a lungo considerati una minaccia per il corpo politico dominante, che è strutturato e sostenuto da sistemi di disuguaglianza, esclusivismo, discriminazione e dominio. Le persone ai margini, in particolare migranti, rifugiati e prigionieri, sono state le più colpite da questa pandemia».

Il Consiglio mondiale delle Chiese (World Council of Churches, WCC) è un’organizzazione con sede a Ginevra è la più ampia organizzazione ecumenica, con 350 Chiese protestanti, ortodosse e anglicane di oltre 110 paesi.

La parabola del buon samaritano, si legge ancora nel testo diramato dal Vaticano, «sfida i cristiani a pensare a come vivere in un mondo ferito dalla pandemia COVID-19 e dal flagello dell'intolleranza religiosa, della discriminazione, del razzismo, dell'ingiustizia economica ed ecologica e di molti altri peccati. Dobbiamo chiederci: chi è ferito e chi abbiamo ferito o trascurato? E dove potremmo essere sorpresi nel vedere in azione la compassione cristiana?».

 

Il cardinale Miguel Angel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio consiglio per il Dialoto interreligioso, ha sottolineato, in una nota, che la solidarietà dei cristiani in un mondo ferito è già dall’anno scorso nell’agenda del dialogo tra il dicastero vaticano e il Consiglio mondiale delle Chiese. Il coronavirus ha indotto a tradurre in pratica questo dialogo come «tempestiva risposta ecumenica e interreligiosa» e spinge i cristiani a rispondere a questa crisi «con una solidarietà inclusiva, aperta ai seguaci di altre religioni e alle persone di buona volontà, dato che la preoccupazione riguarda l’intera famiglia umana».

 

Il documento formula sette raccomandazioni specifiche: 1. trovare modi per testimoniare la sofferenza, attirando l'attenzione su di essa e sfidando tutte le forze che mirano a mettere a tacere o escludere la voce dei feriti e dei vulnerabili, responsabilizzando le persone e le strutture dietro questa sofferenza; 2. Promuovere una cultura di inclusione che celebri le differenze come un dono di Dio; 3. Nutrire la solidarietà tramite la spiritualità; 4. Approfondire la formazione del clero, dei membri delle comunità religiose, dei laici, degli operatori pastorali e degli studenti; 5. Coinvolgere e sostenere i giovani, il cui idealismo e la cui energia può essere un antidoto alla tentazione del cinismo; 6. Creare spazi di dialogo che siano aperti e inclusivi; 7. Ristrutturare i progetti e i processi per la solidarietà interreligiosa attraverso l’esame dei progetti in corso: il nostro lavoro può rispecchiare la pienezza dell’umanità se resistiamo alla tentazione di rimanere tra di noi. Servire un mondo ferito insieme ci rende tutti vicini.

 

«L'accresciuta consapevolezza della nostra vulnerabilità condivisa», si legge ancora nel documento, «è un richiamo a nuove forme di solidarietà che attraversano tutti i confini. In quest'ora di crisi, riconosciamo con gratitudine il servizio eroico reso dagli operatori sanitari e da tutti coloro che offrono servizi, anche mettendo a rischio la propria salute, a prescindere dall'identità. Abbiamo anche visto fiorenti segni di solidarietà con i bisognosi, manifestata attraverso il volontariato e la carità. Ci rallegriamo che i cristiani, così come le persone di ogni fede e buona volontà, collaborino per costruire una cultura della compassione, raggiungendo i bisognosi e i vulnerabili con assistenza materiale, psicologica e spirituale, a livello individuale e istituzionale. Poiché siamo un'unica famiglia umana, siamo tutti imparentati come fratelli e sorelle e abitiamo tutti nella stessa terra, la nostra casa comune. La nostra interdipendenza ci ricorda che nessuno può essere salvato da solo. Questo è il momento per scoprire nuove forme di solidarietà per ripensare il mondo post-COVID-19».

 

 

 
 
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