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lunedì 13 luglio 2020
 
LA TESTIMONIANZA
 

Il Papa confinato e la pandemia: «Prego di più, lavoro, penso alla gente»

08/04/2020  Come sta vivendo Bergoglio la crisi causata dal Covid-19? E come prepararsi al dopo? Intervista con Francesco realizzata dal giornalista e scrittore britannico Austen Ivereigh (La Civiltà Cattolica pubblica la traduzione ufficiale italiana). Il Santo Padre spazia da particolari di vita quotidiana («A Santa Marta facciamo pranzo su due turni per attenuare l'afflusso») a riflessioni profonde e generali (« È tempo di recuperare la memoria. Non è la prima pestilenza dell’umanità. Le altre sono ormai ridotte ad aneddoti. Vedo segnali di conversione a un'economia più umana. È il momento di veder il povero»)

«La Curia cerca di continuare a lavorare, di vivere normalmente, organizzandosi in turni affinché non ci siano mai troppe persone tutte insieme. Una cosa ben pensata. Manteniamo le misure stabilite dalle autorità sanitarie. Qui nella Casa S. Marta sono stati fissati due turni per il pranzo, che aiutano ad attenuare l’afflusso. Ciascuno lavora nel suo ufficio o da casa, con strumenti digitali. Sono tutti al lavoro, nessuno resta in ozio».

Così papa Francesco ha risposto alla prima domanda del giornalista e scrittore britannico Austen Ivereigh, che ha realizzato un'ampia intervista sulla crisi mondiale causata dalla pandemia di coronavirus pubblicata mercoledì 8 aprile simultaneamente da The Tablet (Londra) e Commonweal (New York): ABC offre il testo originale in spagnolo e La Civiltà Cattolica (nel suo sito laciviltàcattolica.it) la sua traduzione ufficiale in italiano.

«Come lo vivo io spiritualmente?», dice il Santo Padre: «Prego di più, perché credo di doverlo fare, e penso alla gente. Mi preoccupa questo: la gente. Pensare alla gente mi unge, mi fa bene, mi sottrae all’egoismo. Ovviamente ho i miei egoismi: il martedì viene il confessore, ed è allora che metto a posto quel genere di cose. Penso alle mie responsabilità attuali e nel dopo che verrà. Quale sarà, in quel dopo, il mio servizio come vescovo di Roma, come capo della Chiesa? Quel dopo ha già cominciato a mostrarsi tragico, doloroso, per questo conviene pensarci fin da adesso. Attraverso il dicastero per lo Sviluppo umano integrale è stata organizzata una commissione che lavora su questo e si riunisce con me. La mia preoccupazione più grande – almeno, quella che avverto nella preghiera – è come accompagnare il popolo di Dio e stargli più vicino. Questo è il significato della Messa delle sette di mattina in live streaming, seguita da molti che si sentono accompagnati; come pure di alcuni miei interventi e del rito del 27 marzo in piazza S. Pietro. E di un lavoro piuttosto intenso di presenza, attraverso l’Elemosineria apostolica, per accompagnare le situazioni di fame e di malattia. Sto vivendo questo momento con molta incertezza. È un momento di molta inventiva, di creatività».

 

A un certo punto Ivereigh ha domandato se l’impatto della crisi può portare a rivedere i nostri modi di vivere, a una conversione ecologica e a società ed economie più umane...

E il Papa ha replicato «Dice un proverbio spagnolo: "Dio perdona sempre, noi qualche volta, la natura mai". Non abbiamo dato ascolto alle catastrofi parziali. Chi è che oggi parla degli incendi in Australia? E del fatto che un anno e mezzo fa una nave ha attraversato il Polo Nord, divenuto navigabile perché il ghiaccio si era sciolto? Chi parla delle inondazioni? Non so se sia la vendetta della natura, ma di certo è la sua risposta. Abbiamo una memoria selettiva. Vorrei insistere su questo».

«Mi ha impressionato la celebrazione del settantesimo anniversario dello sbarco in Normandia», ha continuato Francesco. «C’erano personaggi di punta della politica e della cultura internazionale. E festeggiavano. Certo, è vero che fu l’inizio della fine della dittatura, ma nessuno si ricordava dei 10.000 ragazzi caduti su quella spiaggia. Quando sono stato a Redipuglia, nel centenario della fine della Prima guerra mondiale, si vedeva un bel monumento e nomi sulla pietra, e nient’altro. Ho pianto pensando a Benedetto XV (alla «inutile strage»), come pure ad Anzio, nel giorno dei defunti, pensando a tutti i soldati nordamericani sepolti là. Ognuno aveva una famiglia, al posto di ciascuno di loro potevo esserci io. Oggi, in Europa, quando si cominciano a sentire discorsi populisti o decisioni politiche di tipo selettivo non è difficile ricordare i discorsi di Hitler nel 1933, più o meno gli stessi che qualche politico fa oggi. Mi viene ancora in mente un verso di Virgilio: Meminisce iuvabit. Farà bene recuperare la memoria, perché la memoria ci aiuterà. Oggi è tempo di recuperare la memoria. Non è la prima pestilenza dell’umanità. Le altre sono ormai ridotte ad aneddoti. Dobbiamo recuperare la memoria delle radici, della tradizione, che è «memoriosa». Negli Esercizi di sant’Ignazio, tutta la prima settimana e poi la contemplazione per raggiungere l’amore nella quarta settimana seguono interamente il segno della memoria. È una conversione con la memoria».

«Questa crisi ci tocca tutti: ricchi e poveri. È un appello all’attenzione contro l’ipocrisia. Mi preoccupa l’ipocrisia di certi personaggi politici che dicono di voler affrontare la crisi, che parlano della fame nel mondo, e mentre ne parlano fabbricano armi. È il momento di convertirci da quest’ipocrisia all’opera. Questo è un tempo di coerenza. O siamo coerenti o perdiamo tutto. Lei mi chiede della conversione. Ogni crisi è un pericolo, ma è anche un’opportunità. Ed è l’opportunità di uscire dal pericolo. Oggi credo che dobbiamo rallentare un determinato ritmo di consumo e di produzione (Laudato si’, 191) e imparare a comprendere e a contemplare la natura. E a riconnetterci con il nostro ambiente reale. Questa è un’opportunità di conversione. Sì, vedo segni iniziali di conversione a un’economia meno liquida, più umana. Ma non dovremo perdere la memoria una volta passata la situazione presente, non dovremo archiviarla e tornare al punto di prima. È il momento di fare il passo. Di passare dall’uso e dall’abuso della natura alla contemplazione. Noi uomini abbiamo perduto la dimensione della contemplazione; è venuto il momento di recuperarla».

«E a proposito di contemplazione vorrei soffermarmi su un punto: è il momento di vedere il povero. Gesù ci dice che «i poveri li avete sempre con voi». Ed è vero. È una realtà, non possiamo negarla. Sono nascosti, perché la povertà si vergogna. A Roma, in piena quarantena, un poliziotto ha detto a un uomo: «Non può starsene per strada, deve andare a casa sua». La risposta è stata: «Non ho una casa. Vivo in strada». Scoprire la quantità di persone che si emarginano… e siccome la povertà fa vergognare, non la vediamo. Sono là, gli passiamo accanto, ma non li vediamo. Fanno parte del paesaggio, sono cose. Santa Teresa di Calcutta li ha visti e ha deciso di intraprendere un cammino di conversione. Vedere i poveri significa restituire loro l’umanità. Non sono cose, non sono scarti, sono persone. Non possiamo fare una politica assistenzialistica come con gli animali abbandonati. E invece molte volte i poveri vengono trattati come animali abbandonati. Non possiamo fare una politica assistenzialistica e parziale».

«Mi permetto di dare un consiglio: è ora di scendere nel sottosuolo. È celebre il romanzo di DostoevskijMemorie del sottosuolo. E ce n’è un altro più breve, Memorie di una casa morta, in cui le guardie di un ospedale carcerario trattavano i poveri prigionieri come oggetti. E vedendo come si comportavano con uno che era appena morto, un altro detenuto esclamò: «Basta! Aveva anche lui una madre!». Dobbiamo ripetercelo molte volte: quel povero ha avuto una madre che lo ha allevato con amore. Non sappiamo che cosa sia successo poi, nella vita. Ma aiuta pensare a quell’amore che aveva ricevuto, alle speranze di una madre. Noi depotenziamo i poveri, non diamo loro il diritto di sognare la loro madre. Non sanno che cosa sia l’affetto, molti vivono nella dipendenza dalla droga. E vederlo può aiutarci a scoprire la pietà, quella pietas che è una dimensione rivolta verso Dio e verso il prossimo». È

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