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giovedì 26 novembre 2020
 
Coronavirus
 

Salute e fede, un rapporto con tante sfumature: la riflessione di monsignor Bertolone

28/04/2020  La lotta al virus e la difesa della libertà di culto. Le ragioni per chiudere e quelle per aprire. Oltre la polemica: un'articolata analisi del vescovo di Catanzaro Squillace e presidente della Conferenza episcopale calabra sul filo del diritto e del buon senso, non senza qualche pennellata di garbata ironia (e autoironia). Un'ampia sintesi del suo scritto

«Dobbiamo riconoscerlo: troppo spesso da parte delle autorità governative ma anche da noi stessi si è ritenuto che l’unica risposta alla pandemia fosse da trovare solamente negli ambiti, pur legittimi, della medicina (quali terapie da attivare per ridurre al minimo i danni del contagio), della biologia (quali farmaci ed eventuali vaccini che potrebbero prevenire le ondate di pandemia o almeno ridurne i danni), delle strategie politiche (quali ordinanze promulgare per evitare la principale fonte di contagio, ovvero gli assembramenti di persone), della finanza e dell’economia (quali misure adottare per ripristinare il lavoro in tante imprese ed anche strategie per ovviare al crollo dei mercati e all’impoverimento generale). Tutte risposte e strategie legittime, data anche l’urgenza dei fatti. Solo che le risposte si sono fermate al livello della salute e del benessere del corpo, considerando di secondo piano la salute delle anime».

Monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro Squillace, interviene nel dibattito suscitato dall'ultimo decreto del Governo. Lo fa con pacata fermezza non eludendo nessun argomento. E lo fa con la precisione del giurista, l'affetto del pastore, la garbata ironia dell'uomo di cultura  rispondendo agli accorati interrogativi di una fedele che lo interpella (qui il testo completo della sua riflessione). «Se Dio non può volere il male, ma al massimo permetterlo per un disegno più grande, non si dovrebbe sentire l’esigenza di chiedergli incessantemente d’intervenire sulla sua creazione, perché fermi ogni male (libera nos a malo) e trasformi in bene disagi, sofferenze, dolore, morte? Alla salvezza, infatti, contribuiscono entrambe le ali: della scienza e della fede». 

Il presule affronta anche i profili concordatari insiti nelle limitazioni al concorso di popolo nelle chiese: «Come mai nella sua autonomia la Chiesa non ha rivendicato maggiore spazio pubblico per gli atti di culto, per la preghiera, per la devozione popolare? E dopo l’ultima conferenza-stampa e relativo nuovo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, si possono allargare le maglie soltanto sul numero dei partecipanti ai funerali, senza nulla prevedere sulle questioni essenziali della partecipazione ai sacramenti, soprattutto all’Eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana? È un profilo, questo, evidenziato dalla stessa Conferenza episcopale italiana. Difatti, rappresentando la posizione della Chiesa e il disagio di molti fedeli che si sono visti limitare la possibilità di recarsi a pregare nei luoghi di culto prima, durante e dopo Pasqua, a più riprese la Cei ha posto alcuni quesiti al Ministero dell’Interno, in particolare, sulla possibilità di raggiungere le chiese, la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni della Settimana Santa e la celebrazione dei matrimoni in chiesa. E ora, in vista della fase 2, un Nota non firmata della Cei ha puntualizzato che “I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”. Non è soltanto in questione l’esercizio del culto e di legittimo spazio alla religiosità personale di ogni cittadino, ma è riconoscere la “pertinenza” del divino e del sacro come possibile strategia di ordine spirituale allo stato generalizzato di disagio, anzi di male, che angustia singoli e collettività. Di più: è riconoscere che il servizio ecclesiale ai poveri ha senso soltanto se sgorgante dalla dimensione di annuncio e di culto della comunità ecclesiale. Se l’arte e il canto hanno contribuito a sollevare gli animi intristiti dalla pandemia, perché non potrebbe farlo anche la musica dello spirito?»

Riconosce i giustificati motivi per cui si è arivati a una situazione come questa, l'arcivescovo di Catanzaro Squillace.  «Il motivo di “forza maggiore”, cioè la tutela della salute e il modo rapido e diffusivo del contagio da coronavirus, ha spinto legittimamente il Governo a limitare alcune libertà, tra le quali il concorso di popolo agli atti pubblici di culto», riconosce infatti monsignor Bertolone. «E sulla medesima linea, il Dpcm per la fase 2 continua a proporre (dal 4 maggio in poi) misure urgenti di contenimento del contagio, assicurando, per quanto riguarda quelle che continua a chiamare “le cerimonie civili e religiose” (ma gli atti culto non sono cerimonie!), qualche apertura soltanto per “le cerimonie funebri con l’esclusiva partecipazione di parenti di primo e secondo grado e, comunque, fino a un massimo di quindici persone”. Tanto il Concordato, quanto la fede ed il buon senso (semplice ragione) non potevano che suggerire qualche limitazione per tutelare un bene più grande (nel caso specifico, la salute pubblica). D’altronde, è vero che l’art. 19 della Costituzione prevede che i riti religiosi non subiscano altra limitazione a parte quella del buon costume (dunque non potrebbero essere conculcati per motivi di ordine pubblico). In questo senso, chiarisce il Ministero dell’Interno, le celebrazioni non sono in sé vietate, ma possono continuare a svolgersi senza la partecipazione del popolo, proprio per evitare raggruppamenti che potrebbero essere potenziali occasioni di contagio».

Ma solleva anche degli interessanti quesiti di natura giuridico-filosofica. Che possono orientare il dibattito oderno e quello futuro. «È evidente, dice a un certo monsignor Bertolone, che l’articolo 19 della Costituzione va letto insieme all’art. 9 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (1950), per la quale la legge di un singolo Stato può stabilire limitazioni alla libertà di manifestazione di religione in presenza di motivi di salute pubblica. Teniamo presente che la Convenzione è nata in seno al Consiglio d’Europa, al quale anche la Santa Sede partecipa come “osservatore”. In particolare, secondo l’interpretazione della Nota ministeriale, le disposizioni governative limitano il diritto di uscire di casa per accedere agli edifici di culto, consentendo, tuttavia, di accedervi subordinatamente agli «spostamenti determinati da comprovate esigenze lavorative, ovvero per situazione di necessità e che la chiesa sia situata lungo il percorso», di modo che, in caso di controllo da parte delle Forze di polizia, possa essere accertato il motivo di necessità. Come dire che probabilmente si è ritenuto prioritario provvedere ai mezzi essenziali di sussistenza e solo subordinatamente permettere di visitare in chiesa il Santissimo Sacramento dell’altare? Quanto alla richiesta partecipazione di almeno poche unità ai riti della Settimana Santa, la nota precisò che il «servizio liturgico, pur non essendo un lavoro, è assimilabile alle ‘comprovate esigenze lavorative’». Su questa assimilazione del servizio liturgico alle esigenze lavorative, ci sarà da discutere molto in sede teologica e pastorale, ma resta che la decisione limitativa degli atti di culto è considerata un impianto di fondo nell’orientamento del governo, anche dopo le sollecitazioni della CEI, che comunque non contestava, ma aderiva pienamente alle disposizioni di tutela del benessere pubblico».

La chiusa lascia spazio alla speranza. «Pure in un quadro a tinte fosche, non sono mancate le luci. A me pare che la chiusura di ogni chiesa (il riferimento è volutamente provocatorio, visto che nessuna chiesa è stata mai chiusa, ma è stato consentito ai fedeli di recarvisi per momenti di preghiera in solitudine o comunque nel rispetto delle norme di prevenzione) abbia portato all’apertura di migliaia di altre “chiese”, le ecclesiae domesticae. Posto che viene il tempo in cui non si adora né su un monte, né in un tempio, abbiamo constatato effettivamente, grazie alle limitazioni, che «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori» (Gv 4,23). Per una volta, infatti, e da tanto tempo non accadeva, la fede intima è stata vissuta anche pubblicamente: nelle case, dai balconi, nelle scale dei condomini, in spirito. Quanti sacerdoti hanno celebrato messa nel silenzio delle chiese, ascoltati in migliaia di abitazioni attraverso i canali facebook? Quanti milioni di italiani, a più riprese, hanno ascoltato il Verbo dalla voce del Papa, seguendolo in preghiera sul piccolo schermo? Quanta gente, in questo periodo di apparente estraniamento dalla normalità, si è fermata a riflettere su se stessa, sulla condizione propria e del prossimo, riscoprendo peraltro in tempi di lontananza il valore della vicinanza? Quante famiglie, esercitando il sacerdozio battesimale, hanno benedetto la mensa, pregato insieme il Rosario, approfondito le letture liturgiche del giorno? Quanti hanno colto finalmente la connessione tra atti di culto e prossimità ai più disagiati, posto che ogni raccolta, offerta, contributo… è sempre finalizzato al sostentamento dei ministri del culto e, soprattutto, al sovvenire alle esigenze e necessità degli invisibili e dei poveri? Paradossalmente, il divieto di concorso di popolo nella frequenza degli edifici di culto ci ha fatto riscoprire il senso del culto pubblico. Abbiamo constatato che il web non è soltanto uno dei tanti mezzi di comunicazione sociale, ma qualcosa di più; è diventato il modo virtuale, ma reale, di essere e di vivere nella new techonology Era. Da luogo che dà una certa idea di comunità, stiamo forse passando a un luogo che crea comunità, ossia da spazio soltanto comunicativo a spazio anche liturgico? In questa linea, non a caso, si è mosso il Dicastero pontificio per la comunicazione con il libro “Forti nella tribolazione”, disponibile gratuitamente: aiutare a scoprire la vicinanza di Dio in un contesto dove, guardandosi intorno, sembra di scorgere solo dolore, sofferenza, paura, solitudine, isolamento».

 

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