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mercoledì 08 luglio 2020
 
IL TEOLOGO
 

Coronavirus, la giornata interreligiosa: chi preghiamo e perché

13/05/2020  Non si tratta di un minimo comun denominatore e quindi della rinuncia alla propria identità, nel nostro caso radicalmente e profondamente cristiana, ma di “partecipare” alla dimensione umana della fede. Siamo chiamati a vivere esperienze profonde di “alleanza” e “amicizia” con l’unico Dio, padre di tutti. La preghiera comune può condurci a percepire il senso profondo dell’essere donne e uomini religiosi, “legati” e orientati a una realtà ulteriore e trascendente, che ci supera e ci comprende. L'esempio dell'incontro di Assisi, voluto da papa Wojtyla il 27 ottobre 1986. La riflessione di don Pino Lorizio, della Pontificia Università Lateranense

Le fotografie di questo articolo sono dell'agenzia Reuters.
Le fotografie di questo articolo sono dell'agenzia Reuters.

Non è una novità il fatto che, oltre le notevoli e numerose iniziative di dialogo interreligioso e interconfessionale, si partecipi ad una preghiera “comune”, come espressione pubblica e profonda delle diverse appartenenze. Nella storia, e, se vogliamo nel mito, non possiamo non ricordare l’evento di Assisi del 1986, promosso da san Giovanni Paolo II (di cui il 18 di questo mese ricordiamo il centenario dalla nascita). L’iniziativa ha dovuto sopportare tante, anche feroci, critiche e levate di scudi da parte di ambienti fondamentalisti, anche interni alla chiesa cattolica. All’epoca l’intenzione di quella preghiera si rivolgeva alla pace nel mondo e l’invocazione diventava appello perché i conflitti cessassero e non si perpetrasse la distruzione delle vite umane, soprattutto più fragili e più esposte.

Oggi l’iniziativa nasce dall’esperienza globale della fragilità cui ci espone l’insidia di un virus tanto ingovernabile, quanto micidiale. Ognuno potrebbe continuare, come già, si spera faccia, in casa propria, o, tra non molto, nelle chiese, nelle sinagoghe, nelle moschee o nei templi adibiti al culto, abitati da individui “mascherati”, che renderanno ciascuno omaggio al dio in cui credono. Ma, prima di ritornare nel nostro ambiente di appartenenza, siamo chiamati a partecipare ad un’esperienza (tale speriamo che sia, anche se probabilmente solo “virtuale”) che si innesta sul comune, umanistico, “sentire” religioso. Non si tratta di un minimo comun denominatore e quindi della rinuncia alla propria identità, nel nostro caso radicalmente e profondamente cristiana, ma di “partecipazione” a quella dimensione umana della fede, che un grande teologo come Karl Barth indicava nell’orizzonte dell’umanità di Dio.

Il fatto di ritrovarci non a programmare o calcolare, ma a meditare e pregare, significa anche condividere un senso dell’esistenza che non si può ridurre al mondano, ossia all’al di qua, ma ci proietta e già contiene, il riferimento ad un andare oltre (ulteriorità), tale da consentire, anche a chi è chiamato a proporre soluzioni immediate (penso alla politica), di porsi in un orizzonte diverso da quello del mercato, ossia alla prospettiva della persona. La fede e le fedi, infatti, non sono semplicemente e frettolosamente da relegare nella cosiddetta sfera privata di un individualismo intimistico, ma hanno e possono/devono esibire/testimoniare, anche attraverso il culto e la preghiera, la loro valenza pubblica, in quanto, come afferma il noto sociologo statunitense Michael Walzer: “la fede è virtù pubblica”. E ciò perché la persona è soggetto in relazione a Dio e agli altri.

Nell’udienza del 13 maggio 2020 papa Francesco ha opposto una visione della religione come “sudditanza, “schiavitù”, “vassallaggio” (che sarebbe in linea con lo schema del patto veterotestamentario) alla fede cristiana, nella quale siamo chiamati a vivere esperienze profonde di “alleanza” e “amicizia”. Alleanza e amicizia dell’umanità con l’unico Dio, padre di tutti, perché creatore (“creatore e padre” diceva Platone), ma anche alleanza e amicizia con tutte le appartenenze etniche, culturali, religiose, persino politiche, che abitano il pianeta.

E qui ci raggiunge la terza parola, che si accompagna alle altre due e a cui si intitola l’iniziativa della preghiera interreligiosa: “fratellanza”. E l’alleanza dovrà innestarsi anche sul rapporto fra le civiltà e le culture. Giovanni Paolo II ha fortemente osteggiato lo slogan del “conflitto delle civiltà” (Samuel P. Huntington), che ahimé riemerge anche nelle cronache che accompagnano il racconto di una conversione. Tale conflitto vede contrapposti i fondamentalismi di marca diversa ma in fondo simili. Quanti insultano e denigrano chi dice di essersi convertito, in ultima analisi, proseguono e perseguono lo stesso fondamentalismo di cui la persona è stata vittima. In tale conflitto l’Occidente cristiano risulterebbe perdente: avrebbe ceduto alle richieste di un gruppo armato e avrebbe accolto un’infedele (come nel Medioevo si definivano gli appartenenti all’ebraismo e all’islam), aggiungendo al danno “economico”, la beffa “religiosa”. Questa sconfitta ci consegna al contrario la cifra di una capacità fondamentale della nostra cultura, che è appunto quella del rispetto e dell’accoglienza anche verso chi compie (non sappiamo quanto liberamente) scelte diverse.

La preghiera comune potrà condurci a riflettere e percepire il senso profondo dell’essere donne e uomini religiose/i, ossia “legate/i” e orientate/i a una realtà ulteriore e trascendente, che ci supera e ci comprende. La invocheremo perché venga incontro alla nostra debolezza e ci consenta di stipulare autentiche alleanze a tutela dell’umano, del pianeta e della libertà di ciascuno e di tutti.

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Il 14 maggio giornata di preghiera di tutte le religioni per invocare la fine della pandemia
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