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lunedì 17 gennaio 2022
 
 

Corsini: con Francesco una nuova fase dei rapporti Stato-Chiesa

16/02/2014  Maggiore autonomia, ruolo profetico della Chiesa, maggiore responsabilità dei laici. La "terza fase" inaugurata da papa Francesco

«Con Papa Francesco il Tevere è tornato più largo. C’è una maggiore valorizzazione del laicato cattolico, il rifiuto di ogni ingerenza, una maggiore disponibilità alla funzione della mediazione». Lo storico Paolo Corsini, senatore del Pd e studioso del movimento cattolico in Italia analizza gli ultimi 30 anni di rapporti tra Stato e Chiesa e precisa che «la distanza dalla politica, questa sorta di “impoliticità” di papa Bergoglio non è una estraneità, ma dice di una differenza, di una distinzione tra i due campi, recuperando anche il senso dell’accordo del 18 febbraio 1984».  
L’impostazione di papa Francesco influenza anche i rapporti tra la Chiesa italiana e la politica?
«Certamente. La Chiesa italiana, proprio per la sua particolare vicinanza al Vaticano, è la prima a risentire del clima che si respira oltre Tevere. Direi che si è aperta una nuova fase dopo le precedenti due».  
Quali erano le altre?
«Un decennio è quello che va dallo storico convegno di Loreto, del 1985, a quello successivo di Palermo del 1995. A Loreto è stata molto forte la teorizzazione del nesso tra dottrina sociale e unità dei cattolici, sostanzialmente lì è il punto di avvio della cosiddetta pastorale della presenza e del dialogo. Dopo la fine della Dc e l’avvio delle fasi che portano alla formazione dell’Ulivo, la Chiesa italiana, a Palermo prende atto, sostanzialmente, della diaspora politica, della rottura dell’unità partitica dei cattolici. Cerca però di impegnarli in una unità culturale. In sostanza si afferma la linea del cardinal Ruini, quella dei valori non negoziabili. Linea che si accompagna a una svalutazione della funzione mediatrice della politica. In sostanza c’è il rovesciamento della scelta religiosa di Bachelet. Senza la Democrazia cristiana la Chiesa diventa interlocutrice diretta della politica». 
E dunque che succede?
«La Chiesa italiana, in sostanza, si muove come un gruppo di pressione in una duplice direzione: nei confronti del centro sinistra si insiste sulla scuola cattolica e sui temi di bioetica, nei confronti del centro destra sui temi dell’immigrazione, del federalismo e delle spese militari. Con una evidente preferenza per lo schieramento del centro destra e con l’affermazione di una autorità ecclesiastica che diventa unica interprete dei valori naturali. In pratica c’è una sorta di riclericalizzazione della Chiesa, un processo neoguelfo in cui il Papa e i vescovi sono i custodi dei valori».  
E oggi?
«Con Papa Francesco si recupera la metodologia del dialogo, il discernimento, l’idea di frontiera non come confine, ma come orizzonte. C’è il popolo di Dio e la santa madre gerarchia, una santità che è presenza intesa come sostegno, come prossimità. E anche la conferenza episcopale si pone come aiuto, non come censura. Si prende atto che la Chiesa minoranza non è una disgrazia, ma la conferma di una vocazione missionaria. I laici, che sono impegnati in politica correndo in proprio il loro rischio, come avrebbe detto Martinazzoli, sono chiamati, in questa ottica, a vivere dei processi più che a occupare degli spazi. Recuperando in questo anche tutto il Paolo VI della Populorum progressio e la linea di Lazzati. Mi sembra che la fase che si sta aprendo sia quella di una marginalizzazione dei potentati, di un sostegno all’autonomia della Chiesa e, nello stesso tempo, di un recupero della sua funzione profetica. Con un riconoscimento ampio della funzione di mediazione della politica e dei cattolici che in essa sono impegnati».

 
 
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