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martedì 30 novembre 2021
 
Film
 

Antonio Albanese in "Mamma o papà?": «Raccontiamo il bisogno dei genitori di essere educati»

28/02/2017 

Antonio Albanese ci dà appuntamento in un luogo insolito: un negozio di fiori nel cuore di Milano. Appena varcato l’ingresso, però, scopriamo che oltre a vendere piante di ogni tipo è una deliziosa caffetteria. Mai fermarsi alle apparenze, insomma. Proprio come accade in Mamma o papà?, la commedia che vede l’attore per la prima volta in coppia con Paola Cortellesi.

Lui interpreta un medico, lei un ingegnere. Sono sposati da molti anni e hanno tre figli. Una sera a cena da amici, come se fosse la cosa più naturale del mondo, comunicano la loro intenzione di divorziare. Si sono stufati l’uno dell’altra perché, dicono, «così va la vita», ma hanno intenzione comunque di restare buoni amici perché «siamo persone civili».

Ma appena entrambi ricevono un’allettante proposta di lavoro all’estero e lei scopre che lui da tempo la tradisce con un’altra donna, inizia una guerra furibonda. Una guerra in cui la posta in gioco non è, come capita nella realtà, l’affidamento dei figli, ma al contrario “liberarsi” di loro convincendoli a scegliere di vivere con l’altro genitore. Per questo, gliene combinano di tutti i colori: fanno a gara a collezionare figuracce, rovinano le loro feste di compleanno, li trascinano a vivere in case diroccate.

Un cortocircuito che sullo schermo produce una raffica di risate, seppur amare, e che ha sullo spettatore un effetto catartico: «Questo ‚lm rompe un tabù, quello che i figli sono sempre e comunque “sangue del mio sangue”», spiega Albanese. «Chiunque di noi, padre o madre, ha pensato almeno una volta, magari in un momento di rabbia verso il proprio figlio: “No, oggi si arrangia, non vado a prenderlo, voglio dedicarmi solo a me”. Nelle persone normali è il pensiero di un momento, mentre nel film tutto è virato sul paradosso. Confesso che, da padre di due figli, mi sono sentito spesso in forte imbarazzo a girare alcune scene. Come quella in cui porto mia figlia adolescente a vedere uno spettacolo di lap dance. “Ricordati che siamo in un film!”, ripetevo a Marianna Cogo, la ragazzina che la interpreta. E lei, ridendo: “Lo so, lo so, Antonio...”». Ma il discorso di fondo è serissimo: «Oggi spesso anche i genitori hanno bisogno di essere “educati” al loro ruolo. Al tempo stesso, mi piace il finale del film, così vitale e salvifico».

Così com’è assolutamente realistico il velo di perbenismo e di ipocrisia che anestetizza i sentimenti della coppia protagonista del film. Un velo che si squarcia rumorosamente alla scoperta del tradimento di lui. «Oggi tendiamo a nasconderci, forse soprattutto con le persone che dovremmo sentire più vicine. Qualche sera fa, durante una cena un’amica mi ha raccontato della sua separazione dal marito con cui ha avuto tre figli. Ho cercato di capire se c’è stato un motivo scatenante e lei mi ha risposto: “No, ci siamo allontanati piano piano”. Ma cosa significa “piano piano”? Un rapporto si alimenta con la fiducia e il rispetto, che non possono esserci se manca un continuo confronto, anche aspro. Sembrano banalità e invece io credo ci sia un gran bisogno di ripeterle».

Finita la promozione di Mamma o papà?, Albanese si concentrerà su un altro film a cui tiene moltissimo e che lo vedrà impegnato anche come regista: «Sto lavorando a un tema delicatissimo, l’immigrazione, in una chiave finora inedita: la leggerezza, nel rispetto di tutte le parti coinvolte. Per riuscirci, dovrò centellinare ogni parola, ogni sguardo, ma è una sfida che mi intriga».

Parlando di immigrati, è inevitabile accostare Donald Trump a Cetto La Qualunque, una delle “maschere” più popolari dell’attore, il politico che disprezza le regole, la natura e le donne e che, già dall’improbabile capigliatura, ricorda il magnate divenuto presidente degli Stati Uniti. Preveggenza?

«Macché. Rispetto a Trump, Cetto è un moderato che opera in un paesino del Sud, mentre l’altro sta destabilizzando l’intero pianeta scegliendo le strade meno coraggiose. E questo mi spaventa. È facile ragionare così: quello che non mi piace, lo elimino. È come se avessi un amico cuoco e, dopo aver mangiato male una volta, decidessi di non tornare più nel suo ristorante. No, se è un mio amico devo dirglielo. Torniamo così al discorso di prima, alla necessità del dialogo per risolvere i problemi. Anche se è più faticoso».

Tra un film e l’altro, Albanese coltiva il suo grande hobby: la pesca. «Sono nato a Olginate, a dieci metri dal Lago di Como. Quindi sono nato nell’acqua. Ho un gruppo di amici con cui appena possiamo ci ritroviamo: durante il viaggio si scherza, ma appena arriviamo ci zittiamo per lasciare che la natura ci depuri».

Un attore che usa come strumento di lavoro la voce ha dunque bisogno del silenzio: «Ho un caro amico che viene spesso con me: fa l’oncologo e tutti i giorni ha a che fare con il dolore. Quando siamo insieme, peschiamo “a mosca”, una tecnica che prevede di risalire continuamente il fiume. Immersi per otto ore nell’acqua con la corrente che ti spinge in giù, ti dimentichi di parlare. A sera siamo distrutti, ma questo contatto così fisico con la natura mi dona un’incredibile carica di infinito».

Albanese non dimentica le sue origini siciliane. I genitori si trasferirono da Petralia Soprana, paesino abbarbicato sulle Madonie, per cercare lavoro. Il padre diventò muratore e, come tutti gli emigranti, ogni estate affrontava estenuanti viaggi in auto per tornare nella sua terra.

«Non torno in Sicilia da due anni, ma conto di farlo presto perché ho saputo che dopo tanto tempo dovrebbe passare nel nostro paese la Targa Florio, la più antica corsa automobilistica del mondo. Mio padre con me ricordava quando lui da ragazzo assisteva alla gara. I suoi racconti erano come film, con l’arrivo di questi bolidi bellissimi, guidati spesso da nobili. Per un giorno, era come se nel paese arrivasse un po’ della luce del benessere. Spero di ritrovare almeno in piccola parte quelle storie di papà».

 
 
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