logo san paolo
martedì 28 giugno 2022
 
 

"Corvi" in Vaticano: si ricomincia

03/11/2012  Lunedì il processo a Sciarpelletti, grande attesa per la testimonianza del nipote di monsignor Viganò.

Paoo Gabriele, al centro, durante il processo. A destra il suo avvocato Cristiana Arru. In copertina Paolo Gabriele quando era a servizio del Papa (foto Ansa)
Paoo Gabriele, al centro, durante il processo. A destra il suo avvocato Cristiana Arru. In copertina Paolo Gabriele quando era a servizio del Papa (foto Ansa)

Vatileaks atto secondo. Dopo la condanna di Paolo Gabriele per la fuga di documenti dall’appartamento del Papa, questa volta tocca a Claudio Sciarpelletti finire sul banco degli imputati. La posizione del tecnico informatico, impiegato nella Segreteria di Stato, rinviato a giudizio per favoreggiamento, era stata stralciata dal processo principale che si è concluso con la condanna a un anno e sei mesi per il maggiordomo del Papa.

Lunedì mattina il tribunale vaticano, presieduto dal professor Giuseppe Dalla Torre, riaprirà i battenti per ascoltare cinque testimoni: lo stesso Paolo Gabriele, il vicecomandante della Guardia svizzera, William Kloter, il comandante della gendarmeria vaticana, Domenico Giani, il gendarme Gauzzi Broccoletti e monsignor Carlo Polvani, responsabile informazione della segreteria di Stato.

Sciarpelletti era stato arrestato per una notte, il 25 maggio, dopo che nella scrivania del suo ufficio erano stati rinvenuti alcuni documenti, «non riservati» precisa il suo avvocato, contenuti in una busta con la scritta Paolo Gabriele e alcuni timbri della segreteria di Stato. Seppure si tratti di un processo a una figura minore in tutta la vicenda, il processo di lunedì calamita le attese in particolare per la testimonianza di monsignor Polvani, nipote di monsignor Carlo Maria Viganò. Era stato lo stesso Paolo Gabriele, nel processo a suo carico, a dichiarare che era stata la vicenda dell’allontanamento di monsignor Viganò dalla segreteria del Governatorato a spingerlo a sottrarre in modo sistematico i documenti che sono poi finiti nel libro di Gianluigi Nuzzi, Sua Santità. Tra questi anche le lettere che Viganò, oggi nunzio negli Stati Uniti, aveva indirizzato al Papa denunciando la corruzione che aveva visto in Vaticano.

Intanto Paolo Gabriele, dopo che lo scorso 25 ottobre è divenuta definitiva la sentenza che lo riguarda, sta scontando la pena nella cella della caserma della Gendarmeria. La Segreteria di Stato ha anche precisato che, con il passaggio in giudicato della sentenza «si apre a suo carico la procedura per la destituzione di diritto, prevista dal Regolamento Generale della Curia Romana». La destituzione di diritto è la sanzione disciplinare più grave nel regolamento emanato nel 1999 sotto papa Wojtyla e prevede, tra l'altro, che «il destituito di diritto non può essere riassunto in altro Dicastero o Ufficio dipendente dalla Santa Sede».

Sulla ventilata grazia che può essere concessa dal Papa il comunicato della segreteria di Stato precisa che «è un atto sovrano del Santo Padre. Essa tuttavia presuppone ragionevolmente il ravvedimento del reo e la sincera richiesta di perdono al Sommo Pontefice e a quanti sono stati ingiustamente offesi. Se rapportata al danno causato, la pena applicata appare al tempo stesso mite ed equa».

Avendo già scontato cinque mesi di carcerazione preventiva, Paolo Gabriele, se non sopraggiungono fatti nuovi, resterà in carcere fino a Natale del 2013.

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo