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venerdì 23 ottobre 2020
 
 

Cosa c'è dentro la riforma sul lavoro di Renzi

12/01/2014  I tre punti del "Job Act" del segretario Pd: costi dell'energia, piano industriale e, soprattutto, un contratto unico di inserimento.

Con un termine inglese altisonante, “Job Act”, Matteo Renzi irrompe sulla scena politica per dare via a una riforma del lavoro che aiuti il Paese a ripartire. “Act”  è il nome delle grandi, spesso epocali, riforme sociali attuate nel Regno Unito e negli Stati Uniti (l’Unemployment Insurance Act del 1920, o il Pension Act, che assicurò una rendita a vedove e orfani inglesi, o  ancora il Civil Rights del 1866 che abolì la schiavitù in America). Per la serie, se devi puntare in alto, fallo fino in fondo. Ma al di là della definizione, cosa vorrebbe Renzi? Come spesso succede, il sindaco di Firenze non va molto nei dettagli e si tiene sul generico. Da grande tattico, sa che il dettaglio può diventare un appiglio per buttare a gambe all'aria la trattativa e che più si è generici e più si ha potere di mediazione. Ma proviamo ad andare un po’ più a fondo, per capire cosa c’è di concreto nella proposta del neosegretario per aggredire una disoccupazione giovanile che è oltre 41 per cento.

Il documento si compone in tre parti. Si parte dai costi dell’energia. Renzi propone di ridurre del 10 per cento quelli per le aziende, soprattutto per le piccole imprese che sono quelle che soffrono di più. Taglio alle tasse anche per chi produce lavoro mentre "chi si muove in ambito finanziario paga di più", consentendo una riduzione del 10 per cento dell'Irap. In pratica, sposterebbe le risorse dai cosiddetti “rentiers”, come li chiamnava Keynes, all’economia che produce, dalla finanza all’industria. Vi è poi il solito capitolo sulla revisione della spesa (la cosiddetta spending review). Vincolo di ogni risparmio di spesa corrente che si trasformerà nella  corrispettiva riduzione fiscale sul reddito da lavoro. In pratica per abbassare le tasse sul lavoro renzi propone di tagliare la spesa pubblica.

A tutto questo il segretario del Pd aggiunte un pacchetto che prevede tutta una serie di ammodernamenti e sburocratizzazioni per svecchiare e rendere più efficienti le aziende:  fatturazione elettronica, pagamenti elettronici, semplificazione amministrativa, maggiore trasparenza, investimenti sulla Rete, eliminazione dell’obbligo di iscrizione alle Camere di Commercio, eliminazione della figura del dirigente a tempo indeterminato nel settore pubblico, per limitare i privilegi dei “mandarini” di Stato che non pagano mai dei propri errori. Amministrazioni pubbliche, partiti e sindacati dovranno pubblicare online ogni entrata e ogni uscita, in modo chiaro, preciso e circostanziato.

Nella seconda parte il Job Act renziano  contiene un singolo piano industriale e proposte concrete per creare posti di lavoro in aree ben precise: cultura, turismo, agricoltura e cibo, Made in Italy (dalla moda al design, passando per l'artigianato e per i makers), Green Economy , Nuovo Welfare, Edilizia, Manifattura. Ma è nella terza parte che Renzi si fa un po’ più concreto. Entro otto mesi il neosegretario del Pd annuncia  un codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero. Il codice prevede la riduzione delle varie forme contrattuali, oltre 40, che a sua detta hanno prodotto uno spezzatino insostenibile. I pezzi forti, di cui si sta parlando ampliamente,  sono un contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti. E un assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto, con l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di occupazione. In ogni riforma nuova che si rispetti non può mancare una nuova Agenzia, ed ecco comparire l’Agenzia Unica Federale che coordina e indirizza i centri per l'impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali. Renzi promette poi una legge sulla rappresentanza sindacale per permettere anche alle minoranze che non firmano i contratti ma radicate in azienda di continuare a rappresentare i lavoratori. Di più, finora, non è dato di sapere. Ma per molte forze politiche e sociali è già un passo avanti e materia di discussione. Dopo la Cisl, Scelta Civica e Forza Italia, si sono fatti avanti anche la Fiom di Landini e persino la Cgil di Susanna Camusso. I prossimi giorni diranno se si tratta di proposte concrete o di un bluff.  

 
 
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