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lunedì 27 gennaio 2020
 
tragedia d'immigrazione
 

Cosa ci dice quel bambino morto nel carrello di un aereo a 10 mila metri di quota

09/01/2020  Morire a dieci anni, assiderati a meno 50°durante un volo, nascosti tra le ruote di un Boeing. E' l'ultima tragedia dell'immigrazione consumatasi nella rotta tra Abidijan e Parigi: vittima un bimbo della Costa d'Avorio che tentava di raggiungere l'Europa

La notizia del ritrovamento del corpo senza vita di un bambino africano nascosto nel vano del carrello d’atterraggio del Boeing 777 giunto a Parigi il mattino dell’8 gennaio scorso proveniente dalla Costa d’Avorio è passata in secondo piano, sovrastata dagli avvenimenti che stanno agitando il Medioriente e dall’escalation innescata dall’uccisione del  generale Soleimani. Ovviamente.

D’altra parte, qualcuno potrebbe dire, non si tratta neanche di una “notizia”, nel senso primo del termine, cioè di una novità: trattasi di un’ordinaria cronaca di clandestinità, dell’ennesima storia di migranti finita in dramma. Né la prima, quindi, né tantomeno sarà l’ultima del genere. Così “derubricato” tra i fatti di “nera” nelle pagine degli esteri, potrebbero bastare dieci righe, come dieci sarebbero gli anni del piccolo assiderato. Poche di più di quelle spese per lo scarnissimo comunicato, via twitter diffuso da Air France, la compagnia del volo in cui è accaduto l’incidente, che “esprime il suo cordoglio ed è partecipe per il dramma umano”. Tutto qui. Del piccolo “clandestino” non si conoscono né il nome, né l’età precisa.     

   Ma se ci fermiamo un momento e riflettiamo, cercando di  immaginare le scene della tragedia, le sequenze finali di quell’horror, non possiamo che inorridire di fronte all’abisso del “dramma” di questo ragazzino e al terrore provato una volta chiusosi il carrello sotto i suoi piedi. Lo ha fatto, per esempio, Roberto Saviano, dalle colonne di “Repubblica”, descrivendo crudamente cosa può accadere a un corpicino sottoposto ai -50°, la temperatura esistente tra i 9.000 e i 10.000 metri d’altitudine alla quale volano gli aerei di linea. D’altra parte la realtà dell’accaduto, in questo caso, non può che essere stata cruda. Anzi di più.

L’aereo era decollato poche ore prima dall’aeroporto della città ivoriana di Abidijan. Qui, eludendo i sistemi di sicurezza e i controlli, il piccolo africano era riuscito a entrare in pista e introdursi, arrampicandosi sui grandi pneumatici, nell’angusto spazio destinato al carrello. Senza sapere che quel vano non è pressurizzato, né tantomeno riscaldato, avrà pensato di poter resistere alle poche ore di volo che lo separavano dall’Europa e chissà, magari da una madre, o un padre, o un fratello maggiore che lo attendevano da qualche parte del Vecchio Continente. Forse scappava via, invece, per primo della sua famiglia, spinto, magari, dal racconto di un coetaneo, ma anzitutto  dalla fame e dalla disperazione, senza pensare di ricongiungersi con nessuno, bramando  solo di allontanarsi per sempre dall’inferno, dalla morte. Come tanti, troppi “minori non accompagnati”, come vengono definiti dalle fonti ufficiali, che altro non sono che bambini, bambine, ragazzini e adolescenti che, da soli, tentano di raggiungere dopo perigliosi viaggi uno dei Paesi Europei con la chimera di iniziare non una nuova vita, ma unicamente a vivere. E lo fanno all’età in cui i nostri bambini non muovono nemmeno un passo fuori di casa se non tenendo stretta la nostra mano. A cosa deve aver pensato quel bimbo ivoriano prima di tentare un’impresa così estrema e dall’epilogo già scritto? Quali meccanismi devono essere scattati per portarlo a fare questa scelta? Disperazione, appunto, e temerarietà. La prima figlia di un destino poco amico, la seconda di un’età troppo acerba.   

Quel folle sistema di fuga era già stato usato da altri ragazzi che simili, tristi cronache ci hanno già raccontato. L’ultima delle quali non è più vecchia di qualche mese: nel luglio scorso, infatti, il cadavere di un migrante imbarcatosi clandestinamente in Kenya nel vano carrello di un aereo della Kenya Airways partito da Nairobi, precipitava prima dell’atterraggio all’aeroporto londinese di Heathrow. Cambiano hub e compagnia aerea, non la storia. E se non è la pancia gelida di un Boeing, quante volte è stata l’intercapedine senz’aria di un camion, o gli appigli troppo pericolosi sotto il vagone di un treno merci a consegnarci vittime innocenti, colpevoli solo di esser nate nell’emisfero sbagliato, che hanno cercato di evitare i viaggi in Mediterraneo su gommoni sgonfi per arrivare da noi? E stiamone certi: porti “chiusi”, trafficanti  di uomini, doganieri attenti e incidenti di percorso non fermeranno certo queste morti “bambine”, se qualcosa non cambierà nelle politiche dell’occidente e nei nostri atteggiamenti predatori nei confronti del continente africano.

Quel piccolo cadavere gelato ritrovato accanto alle ruote di una aereo dice molte cose, che magari non vogliamo sentirci dire o che ignoriamo. Anzitutto che la Costa d'Avorio, tra i più poveri Paesi al mondo, è al 19° posto assoluto nella poco ambita classifica dei Paesi con minor sviluppo umano, indice che unisce pil, speranze di vita e alfabetizzazione; un Paese dove il salario minimo è pari a 100 euro al mese e nel quale quasi la metà degli abitanti  vive sotto la soglia di sussistenza minima.  

   Allora, aldilà dei modi in cui si può narrare una vicenda come questa, dei buonismi, e delle retoriche quasi inevitabili nel darne conto, l’importante è raccontarla e tenerla a futura memoria. Il giornoin cui la notizia di un piccolo africano morto  assiderato tra i carrelli gelidi di un aereo non trovasse più spazio nei nostri media avremmo davvero di che preoccuparci: sarebbero il segnale agghiacciante che lo spazio per la pietà e la responsabilizzazione è davvero finito.

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