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martedì 03 agosto 2021
 
L'intervento
 

Cosa si cela nel 5x1000?

06/08/2020  Esiste da 15 anni la possibilità di destinare questa elargizione alle associazioni, alle Ong e al Terzo settore. Eppure, questo istituto, divenuto tanto importante per il mondo del volontariato, lo si conosce poco, sia da punto del contribuente che deve fare la scelta, sia riguardo all’identikit dei beneficiari. Sul tema, di grande attualità visto che quest’anno la dichiarazione dei redditi è stata posticipata per via della pandemia, intervengono Giulia Frangione, Ceo di Italia non profit e Samanta Bernardini, Analista Marketing di Banca Etica. Che svelano, sulla base di una ricerca di Banca Etica, alcuni aspetti. Alcuni curiosi, altri quanto mai interessanti e rilevanti

Il 5 per mille è un teenager, un quindicenne – prima edizione 2006 – con tutti i problemi, le speranze e le incognite che la giovane età offre. Come tutti gli adolescenti, anche il 5 per mille sa nascondersi bene; si crede di conoscerlo, dato che i numeri ci sono, resi pubblici dall’Agenzia delle Entrate che stila ogni anno le classifiche per settore.

In realtà i dati sono scarni: per una platea di oltre 50 mila beneficiari si conoscono solo gli importi e i contribuenti; è un po’ come conoscere – del ragazzino – solo l’altezza e il peso. Un po’ poco, ammettiamolo.

Pertanto, bisogna scavare molto più a fondo, provando a fare correlazioni e indagini di più ampio spettro.

Tra le non molte ricerche, ricordiamo quella dell’Isfol (fine 2011) che analizzava tra l’altro sulla base di quali criteri il contribuente sceglieva l’ente beneficiario. Altra pietra miliare è stata l’indagine della Corte dei Conti che a partire dal 2013 ha spronato le diverse amministrazioni pubbliche coinvolte a rendere più omogeneo il quadro regolamentativo del 5 per mille; l’invito pressante dei magistrati contabili ha portato alla promulgazione della nuova normativa (D. Lgs. 111/17) che, operando in simbiosi con la Riforma del terzo settore, aspetta ancora l’ultimo decreto attuativo per entrare pienamente in vigore.

Anche Banca Etica ha contribuito a svelare il “carattere” dell’adolescente, promuovendo (ormai dal 2017) una ricerca che tra l’altro mette in correlazione la diffusione dello strumento presso i contribuenti (quanti cittadini sottoscrivono il 5 per mille, regione per regione) con altri indicatori quali il livello di istruzione, la pratica del volontariato, la partecipazione culturale, il livello di fiducia verso il prossimo.

Nello studio appena uscito relativo ai dati del 2018 le regioni che hanno visto una maggiore sottoscrizione da parte dei contribuenti sono quelle dove gli indicatori proposti registrano valori più alti.

Il 5 per mille si conferma, nei dati esposti da Banca Etica, uno strumento di raccordo tra i singoli individui, che vedono nella partecipazione attiva un modo di essere protagonisti nella società, e le organizzazioni che letteralmente “alimentano” questa fame di partecipazione.

Ma il 5 per mille conferma anche, nell’attribuzione delle somme e nella sua distribuzione regionale, una polarizzazione degli estremi. A poche organizzazioni – molto conosciute e molto seguite dai cittadini oltre che con cospicui mezzi per veicolare i propri messaggi – i molti contribuenti assegnano somme cospicue. Alle numerosissime organizzazioni anche molto “locali” arrivano le poche risorse che i cittadini gli attribuiscono. I primi 10 enti beneficiari per importo infatti raccolgono il 26,7% del totale delle risorse erogate nel 2018.

Al di là dell’ovvia conclusione di uno strumento che premia prima di tutto la notorietà - guadagnata in anni di realizzazione di progetti e risultati raggiunti -, spicca la distribuzione delle somme per regione, con in testa – a parte il Lazio – le maggiori Regioni del Nord, confermando la collocazione geografica delle organizzazioni di maggior “peso”.

TABELLA 1

(Fonte: Studio di Banca Etica, Il 5 per mille per lo sviluppo del non profit)

Altra conferma di “normalità” – se così si può dire di una chiara situazione di disuguaglianza reddituale – è offerta dal valore medio del 5 per mille per regione, con il solito posizionamento Nord-Sud nelle posizioni rispettivamente alte e basse della classifica, con le ultime regioni che soffrono una differenza del 36% rispetto alle prime.

TABELLA 2

(Fonte: Studio di Banca Etica, Il 5 per mille per lo sviluppo del non profit)

Continuando con la metafora, è come dire che l’adolescente è lo specchio della famiglia e, anche con le sue contraddizioni, la unisce. Ma la domanda è se i componenti della famiglia - parliamo soprattutto di contribuenti e enti non profit - conoscano l’adolescente.

In merito ai contribuenti, si è ancora lontani dal fare il pieno, dato che poco più di un terzo di questi sceglie a chi assegnarlo firmando e compilando i riquadri del 5 per mille nella dichiarazione dei redditi. Detto che un altro terzo non ha redditi a sufficienza per versare l’imposta (e quindi per dare il 5 per mille), sarebbe comunque utile una loro espressione di voto, perché comunque sposterebbe le preferenze tra i beneficiari e quindi la distribuzione delle somme agli stessi.

Per ciò che riguarda gli enti non profit, appare chiaro che debbano iniziare a indagare in modo più approfondito le cause di successi, insuccessi, fluttuazioni del loro 5 per mille.

Non è semplice, dato che l’amministrazione finanziaria, pur pressata, ha sempre negato la possibilità di introdurre in dichiarazione dei redditi la scelta del contribuente di cedere i propri dati – esclusi quelli reddituali – all’ente prescelto del 5 per mille.

Come insegnano i fundraiser, se non si riesce a dare un volto, la relazione donatore - ente è davvero molto più complessa. Questo in generale, ma vale soprattutto per quella galassia di organizzazioni dal minuscolo bilancio, senza entrate o quasi, per le quali il 5 per mille sta assumendo un ruolo crescente. Va ricordato, infatti, che il 40% delle istituzioni non profit (circa 130 mila) ha un bilancio inferiore ai 10 mila euro annui. Per questa - rilevante - parte del non profit, 4-5 mila euro di risorse possono discriminare tra continuazione o cessazione dell’attività; pertanto, ha particolare valore la possibilità di creare una relazione forte con una rete di sostenitori, anche attraverso questa misura fiscale.

Negli ultimi tempi si parla molto di impatto sociale intendendo premiare l’efficacia dell’azione degli enti non profit; le rendicontazioni richieste dai Ministeri raccontano soltanto di impieghi di somme ma non di impatto delle stesse.

Perché l’errore sta sempre nel porre la domanda sbagliata: non si deve chiedere “dov’è finito il mio 5 per mille” ma “cosa ha prodotto”.

Solo un cambio di mentalità di amministrazioni pubbliche ed enti non profit potrà far finalmente maturare il nostro carissimo adolescente “5 per mille”.

 

Giulia Frangione, Ceo di Italia non profit

Samanta Bernardini, Analista Marketing Banca Etica

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