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martedì 29 settembre 2020
 
25 LUGLIO 1943
 

Quando il Re accettò le dimissioni del Duce con la pistola in tasca

25/07/2019  Benito Mussolini era stato sfiduciato in una burrascosa riunione del Gran Consiglio del Fascismo: salì al Quirinale per comunicare a Vittorio Emanuele III l'esito della votazione sulla mozione Grandi e il Sovrano lo fece arrestare. I ricordi dei Savoia protagonisti di quelle ore nella ricostruzione di Luciano Regolo

Alle 17 del 24 luglio nella sala del Pappagallo di Palazzo Venezia si riunì lo storico Gran Consiglio, protrattosi fino alle prime ore del 25, che, a larga maggioranza,  approvò la mozione presentata da Dino Grandi per le dimissioni  del duce e l'uscita immediata dal conflitto. Ma, incoraggiato da alcuni messaggi di pentiti, tra coloro che lo avevano sfiduciato, ricevuti nella stessa mattinata, Mussolini -chiese al re di poter anticipare l'udienza: pensava di poter godere del suo appoggio per rimettere a posto le cose. Perciò, il piano, fu immediatamente cambiato: Vittorio  Emanuele III avrebbe visto Mussolini alle 17 a Villa Savoia, poiché era domenica e il sovrano si trovava nella sua residenza privata e, uscendo da lì, il duce sarebbe stato portato via dalla famosa autoambulanza.

Del piano per la cattura  del  Duce,  Maria Josè  sapeva  fin dal 19, quando Ferdinando Arena (medico, tenente colonnello) ne era stato informato da Castellano. Così come sapeva che la mozione Grandi avrebbe provocato la caduta del regime. Tuttavia, apprese solo dalla radio che l'arresto era stato anticipato di  un giorno. Inoltre, la notte del  24,  in  ansia  per  il  protrarsi  del Gran  Consiglio,  aveva  mandato  Sofia  dai  Colonna, nel cui salotto si era riunito un gruppo di persone che aspettava la telefonata di conferma da parte di Galeazzo Ciano.  Quest'ultimo,  però,  chiamò  soltanto alle 3.30 del mattino. E a quell'ora Sofia, trafelata, si precipitò al Quirinale dove, con  la  complicità  di  un  corazziere,  riuscì a informare di tutto la  principessa,  anche  del  commento che Ciano aveva  sentito  borbottare  al  suocero,  subito dopo essere stato sfiduciato: «Almeno al Quirinale, la Principessa di Piemonte sarà soddisfatta» Ma lei non è tipo di vane  esultanze.  Rievocando  quel giorno decisivo nella storia del nostro Paese, rammentava la  collera  della  regina  Elena  verso  il  marito  che si era prestato a fare arrestare Mussolini in casa propria, violando i doveri di ospitalità, ancora più sacri nella sua cultura montenegrina, ma  anche  una  rara  confidenza del Re, il quale aveva svelato al figlio e agli altri familiari di aver tenuto una rivoltella in tasca durante l'ultimo colloquio con il duce: «Perché di quello lì, non c'è da fidarsi».

 

Maria Josè del Belgio (1906-2001), sposa di Umberto II. La Principessa mandò questa foto (con dedica) al generale Vittorio Ambrosio la notte del 25 luglio 1943, ricordando i comuni sforzi per rovesciare il regime. In copertina: il Re, Hitler e Mussolini in una rara immagine scattata  a Santa Marinella nel 1938.
Maria Josè del Belgio (1906-2001), sposa di Umberto II. La Principessa mandò questa foto (con dedica) al generale Vittorio Ambrosio la notte del 25 luglio 1943, ricordando i comuni sforzi per rovesciare il regime. In copertina: il Re, Hitler e Mussolini in una rara immagine scattata a Santa Marinella nel 1938.

Il 26 luglio, mentre teneva in braccio la piccola Maria Beatrice, Maria Josè vide da una finestra del Quirinale abbattere con violenza un busto del Duce e altre insegne fasciste in via della Dataria e non poté fare a meno di pensare come fosse mutevole la folla, che fino a pochi giorni prima aveva osannato il capo del fascismo. Con lo stesso spirito, partecipando a una riunione della Croce Rossa, accompagnata da Zanotti Bianco e Sofia, il 27 luglio appunta sul suo diario di aver notato che molti dirigenti, a cominciare dall'allora  presidente,  «tenevano la mano in tasca, per non ricadere nell'automatico saluto romano» Tra il 26 e il 27 molti di quei personaggi politici che il suocero aveva sempre tenuto in disparte si fanno vivi con la principessa, gioendo per la caduta del fascismo: Bonomi, De Gasperi, Carandini, Storoni. La chiama, al Quirinale, anche Croce e smorza l'euforia di Zanotti Bianco: liberatasi di Mussolini, «l'Italia doveva ancora affrontare Hitler che era un osso molto più duro!»235 .

Il 26 luglio rivà dalla principessa anche Carlo  Antoni, che scrive nei suoi ricordi: Del colpo di stato del 25 luglio ebbi  notizia) due ore prima dell’annuncio ufficiale) dalla Benzoni. Il giorno dopo mi recai in udienza dalla Principessa. Ero felice e) credendo di farle piacere) dissi che ritenevo che la Monarchia fosse salva. Sorrise con scetticismo. Ottenni da lei che intervenisse per far mettere in libertà subito i miei amici Guido De Ruggiero e Guido Calogero, che erano detenuti nel carcere di Bari.

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