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giovedì 18 agosto 2022
 
Colloqui col Padre
 

«Insieme al lavoro ho perso la voglia di vivere»

22/08/2016  «Alcuni anni fa la ditta per cui lavoravo ha chiuso i battenti, lasciandomi a piedi, senza neanche farsi tanti problemi. Mi sono rimboccata le maniche e ho cominciato a bussare a tutte le porte, ma invano. La speranza si è trasformata in delusione e rassegnazione. Ho solo voglia di piangere»

Caro don Antonio, chi le scrive è una quarantenne, arrivata ormai agli sgoccioli. Il buon Dio ha concesso a me e a mio marito la grazia di diventare genitori, compito che cerchiamo di portare avanti con impegno. Alcuni anni fa la ditta per cui lavoravo ha chiuso i battenti, lasciandomi a piedi, senza neanche farsi troppi problemi. Da allora è cominciato per me un vero e proprio calvario. Sono sempre stata una persona grintosa e positiva, non mi sono mai lasciata abbattere dalle difficoltà e dalle situazioni difficili (un aborto, la perdita di una persona cara, un problema di salute non grave ma costante). Così mi sono rimboccata le maniche e ho cominciato a bussare a tutte le porte, a fare colloqui su colloqui, prove di lavoro, spesso nemmeno retribuite. Ma adesso non ce la faccio davvero più.
La speranza s’è trasformata in delusione e rassegnazione. I lavoretti saltuari che ho fatto qua e là non si sono mai trasformati in un normale contratto. C’era sempre qualcuno più capace o che “costava meno” di una dipendente. Quante illusioni, quante false speranze che qualcosa cambiasse. So di essere una brava lavoratrice, onesta e professionale, mi adatto a tutto. A poco a poco ho cominciato a spegnermi. L’allegria e la voglia di stare insieme agli altri hanno lasciato il posto alla tristezza e alla solitudine. Mancando uno stipendio in famiglia, ho dovuto rivedere il mio modo di vivere e di gestire il denaro. Centellino il centesimo, ogni giorno. Non possiamo permetterci svaghi. Tutto va nelle bollette, nelle tasse, nella macchina, nel sostentamento quotidiano. Per noi non esistono vacanze o uscite in compagnia. Non oso immaginare quando arriverà qualche spesa improvvisa.
Quando sono in casa sola, piango. Sono stanca. Il tempo passa e nessuno ti chiama. È umiliante. Mi accontenterei di un lavoro modesto, onestamente pagato. Ho perso anche la voglia di stare in mezzo alla gente, non ho voglia di vedere gli amici di sempre o i parenti per non dover sentirmi fare la solita domanda: «Allora, non hai trovato ancora niente?», come se dipendesse da me. Quante umiliazioni, quante frustrazioni.
Anche in famiglia i rapporti sono più complicati. Mi rendo conto di essere sempre nervosa, di avere meno pazienza, di “scattare” per un nonnulla. Con mio marito, che mi ama e che amo davvero, i rapporti si sono ormai raffreddati. Non ho più interesse per nulla. Vado a letto la sera piangendo, mi sveglio la mattina già con un senso profondo di malessere. Anche il rapporto con Dio ne ha risentito. Da quando ho perso il lavoro ho intensificato la preghiera e la devozione ai santi. Non è lecito pregare per una cosa che non è un capriccio, ma una necessità? Non riesco a uscire da questa situazione. Né mi vergogno ad ammettere che ho accarezzato l’idea di farla finita, ma avrei causato troppa sofferenza ai miei cari. Non so bene perché le ho scritto, forse perché non ci conosciamo di persona e per me è più facile parlare... Preghi per me e scusi lo sfogo.

LORETTA

Cara Loretta, non è facile trovare le parole per lenire, almeno per un po’, il dolore e la profonda amarezza che ormai segnano ogni momento della tua vita, dal mattino alla sera. Una situazione, al momento, senza uno sbocco plausibile, che ti fa vedere tutto nero, fino a sfiorare l’idea di una via estrema, senza ritorno. Per fortuna, l’amore per tuo marito e i tuoi gli ti ha fatto desistere dal dare seguito alla disperazione.
Non sei la sola, purtroppo, a lamentare la perdita del lavoro, con tutte le conseguenze negative che ricadono a cascata sulla vita personale e familiare. Una precarietà che rende il futuro pieno di incognite e incertezze. Ti assicuro il ricordo nella preghiera, con la speranza che un raggio di sole possa, prima o poi, giungere a rischiarare il buio della tua vita. Il lavoro è anche dignità, non solo una necessità per vivere e sopravvivere.
Una lettera come la tua, mi piacerebbe che i politici la leggessero e rileggessero in continuazione, per comprendere quali sono i problemi reali da risolvere e per i quali sono stati eletti. Il primo articolo della Costituzione recita che «l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Parole che richiederebbero un seguito concreto o, per lo meno, la stessa passione con la quale i nostri parlamentari affrontano altri temi di minor valore rispetto al bene comune.
In Italia la disoccupazione giovanile è alle stelle; dai venticinque anni in giù raggiunge la soglia del quaranta per cento. Cifra che non può passare inosservata, senza balzare in cima alle priorità del Paese. Il futuro deve essere garantito a tutti, evitando che la ricchezza si concentri nelle mani di pochi privilegiati. «Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi raccomandati», ha detto più volte papa Francesco, «è un diritto per tutti». L’economia deve servire l’uomo, non servirsi delle persone. Se non si comprendono questi elementari princìpi, la politica è inutile, va rifondata. A partire da un nuovo umanesimo del lavoro.

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