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domenica 05 luglio 2020
 
analisi
 

Così il Coronavirus ha tirato fuori il peggio di noi

09/03/2020  L’unica arma per vincere la «guerra», come l’ha chiamata il capo della Protezione Civile Borrelli, è il senso civico degli italiani. A giudicare da quello che è successo negli ultimi giorni, dai treni assaltati verso Sud alle evasioni dalla zona rossa, non c’è da sperarci molto

La parola tabù, «guerra», arriva sabato, a metà dell’ennesimo pomeriggio da tregenda. A pronunciarla è Angelo Borrelli, commissario all'emergenza Coronavirus e capo della Protezione Civile: «Vinciamo questa guerra se i nostri concittadini adottano comportamenti responsabili», è l’appello, «cambiamo modo di vivere, specie se siamo nelle categorie più fragili ed esposte».

La situazione è senza precedenti e le soluzioni richieste sono altrettanto inedite. Sembra assurdo che noi italiani ci trasformiamo, e di colpo, in gente responsabile che osserva con scrupolo tutte le regole. Che noi, così arruffoni e pasticcioni, voltiamo le spalle a quello che sembra l’imprinting di un Paese che, come cantava De Gregori, è «metà dovere e metà fortuna». Eppure bisogna farlo per portare a casa la pelle, nostra e di chi rischia di più. Perché il senso di responsabilità è decisivo nel tutelare quelle trincee che sono divenute gli ospedali, soprattutto in Lombardia ma non solo, dove la Società italiana di anestesia e rianimazione in un appello drammatico e paradossale si è spinta a dire che è «necessario porre un limite di età all'ingresso in terapia intensiva» e «riservare risorse a chi ha più probabilità di sopravvivenza e più anni di vita salvata». Mors tua, vita mea, insomma. Esattamente come in guerra.

La sfida più difficile e drammatica dal Dopoguerra a oggi ha una sola possibilità per essere vinta: il senso civico degli italiani. E se questo non ci entra in testa stiamo freschi. Finora, e l’aumento esponenziale dei casi di contagio lo dimostra, il Coronavirus ha solo tirato fuori il peggio di noi.

Da #Milanononsiferma alla Lombardia diventata tutta zona rossa

  

Quando è scoppiato il bubbone, due settimane fa, nella Bassa Lodigiana, a Milano e dintorni siamo andati a saccheggiare i supermercati per fare incetta di Amuchina e cibo, che nel frattempo, non essendo riusciti a consumare, abbiamo magari buttato nella spazzatura. Tempo tre giorni e ci siamo detti che no, non potevamo davvero barricarci in casa come chiedevano tutte le autorità, dal presidente dell’Istituto superiore di sanità alla Protezione Civile. Che la vita doveva continuare, che il Pil avrebbe subito un tracollo quasi mortale, che l’happy hour, nell’ex Milano da bere, non si poteva abolire per decreto. #Milanononsiferma era l’appello social del sindaco Sala. E il 27 febbraio Nicola Zingaretti, suo collega di partito, si precipitava sotto la Madonnina a fare l’aperitivo, stringere mani a una cinquantina di persone e chiedere a tutti «normalità». Nove giorni dopo, il sequel: Zingaretti positivo al Covid-19 s’è messo in quarantena. Beppe Sala s’è precipitato sui social per dire ai suoi concittadini che bisogna cambiare radicalmente stile di vita per sconfiggere il contagio invitando a «stare a casa il più possibile». Per non parlare degli attacchi immediati del governatore lombardo, Fontana, al governo per il decreto d’urgenza emesso la notte del 7 marzo, per lui «pasticciato». Sono solo tre esempi del campionario di superficialità che ha contagiato, come e più del Coronavirus, anche la città-Stato, come qualcuno ha definito Milano, e la Lombardia, la città e la Regione del senso civico, dell’ordine e della disciplina, delle regole osservate da tutti con scrupolo e diligenza. L’area che s’è ritagliata, a torto o a ragione, una superiorità morale sul resto d’Italia. E invece, mai come in questo caso, purtroppo, tutto il mondo è Paese.

Alla vigilia di un weekend che già si sapeva complicatissimo, è arrivato il richiamo, misurato, del presidente della Repubblica Mattarella che ha invitato a mettere da parte «ansie controproducenti» esortando alla «condivisione e all'unità di intenti: nelle istituzioni, nella politica, nella vita quotidiana, nei mezzi di informazione». Quel che è accaduto dopo racconta l’esatto contrario: le bozze del decreto del governo che istituiva la zona rossa al Nord fatte improvvidamente trapelare all’esterno innescando panico, polemiche e scene di caos. Per non parlare di certi titoli come quello di Libero di lunedì mattina: «Umiliata la prima regione d’Italia».

Lo Spritz e il weekend in montagna prima di tutto

  

Di quello che succede negli ospedali, intanto, vediamo poco (e quel poco che vediamo, come accaduto giovedì sera nel reportage di Piazzapulita su LA7, è solo grazie a cronisti seri e scrupolosi che fanno il loro mestiere anche a rischio della salute) e assai meno ce ne importa, forse. Non sono bastati gli appelli di anestesisti e rianimatori che, disperati, stanno predisponendo posti letto nei corridoi. Non sono bastati i numeri che raccontano che il contagio sta galoppando alla velocità della luce.

La verità è che non riusciamo e non vogliamo abbandonare la nostra vita comoda e viziosa, di cui lo Spritz e il weekend fuori porta al mare e in montagna sono imperativi categorici. Rivendichiamo la nostra libertà come un diritto sacrosanto e inalienabile. E non capiamo che la nostra libertà finisce esattamente dove comincia quella dell’altro. Che potrebbe essere il nostro vicino di casa, amico o congiunto che, in questi giorni, si becca magari un ictus o un infarto e in ospedale non ci può andare perché i posti letto sono tutti occupati dai contagiati di Covid-19. «Finora in Lombardia», ha detto Antonio Pesenti, coordinatore dell’Unità di Crisi della regione, «le ambulanze sono sempre arrivate in 8 minuti, adesso rischiano di non arrivare entro un’ora. Un pericolo enorme per chi ha un infarto, e non solo».

Mentre sabato a Roma il governo discuteva la stretta terribile da imporre su quasi tutto il Nord, eccoci scappare allegramente in montagna per farci la sciatina sulla neve di questa inquietante primavera. Come la coppia della zona rossa di Codogno che ha pensato bene di fuggire in Trentino dove aveva la casetta. Poi tosse, raffreddore e febbre. Panico. Si sono presentati in Pronto Soccorso (altra cosa da non fare) e hanno fatto il tampone: positivi al Covid-19. Eccoci affollare i Navigli per il drink del sabato sera.

L'assalto ai treni: Siamo come i profughi

  

Il tranquillo weekend dell’irresponsabilità italica s’è completato sabato notte alla stazione Garibaldi di Milano dove l’Intercity notturno per Salerno è stato letteralmente preso d’assalto con la gente che nella concitazione di salire a bordo, anche senza biglietto, si paragonava ai profughi. Sì, ai profughi siriani che scappano dalle bombe, dall’inferno della guerra e della fame e dai campi in Turchia dove vivono ammassati in condizioni disumane. Dei profughi veri, ça va sans dire, nulla c’importa. Ma siccome dobbiamo giustificare la nostra fuga, irragionevole e in violazione delle leggi dello Stato, per mangiare il timballo di riso di mammà li chiamiamo in causa in spregio a ogni minima decenza, anche morale.

Più che il magistrale racconto della peste fatto dal Manzoni nei Promessi Sposi, in questi giorni di quarantena dovremmo forse riprendere in mano La leggenda del Grande Inquisitore dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Finiremmo per dare ragione a quel cinico del cardinale che di fronte a Gesù, tornato sulla terra e messo subito in prigione per paura di disordini, gli dice che si è sbagliato sugli uomini, i quali altro che libertà o spiritualità, vogliono il pane e il godimento. E tutto il resto al diavolo. Sembra la cronaca di questi giorni.

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