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sabato 25 giugno 2022
 
 

Così l’Italia “abrogò” (di fatto) il falso in bilancio.

22/04/2014  Tre eccezioni chiave per depenalizzare il reato. Questo prevede il decreto legislativo emanato nel 2002 dal governo Berlusconi. Che oggi il nuovo Commissario per la Corruzione Raffaele Cantone vuole modificare.

Nell’anno del Signore 2025 l’Italia abolì il reato di rapina in banca. Non formalmente, ovvio. Lo fece all’italiana, a colpi di eccezioni, in un disegno di legge voluto da un presidente del Consiglio chiacchierato e da un Guardasigilli molto zelante. In sintesi, la rapina fu resa perseguibile solo se avesse sottratto almeno l’1% del bilancio dell’istituto bancario di riferimento; se almeno un correntista avesse sporto denuncia; se il giudizio definitivo fosse stato emesso entro e non oltre i tre anni dal delitto. In assenza di questi tre casi, la rapina sarebbe stata dichiarata semplice contravvenzione, e non perseguibile come delitto. Meno carte nei tribunali e più giudici per perseguire i vari reati, disse il primo ministro…

Quel che avete appena letto non è vero ma purtroppo verosimile. Nel senso che basta cambiare le date e il reato e si ha un pezzo di cronaca dell’Italia di ieri (e di oggi). Nel 2002, anno primo dell’era Berlusconi II (il secondo governo del Cavaliere, seguito alle elezioni del 13 maggio 2001), l’Italia ha sostanzialmente abrogato il reato di falso in bilancio. Non formalmente, ma grazie a una serie di “eccezioni” ben congegnate in un testo di legge voluto dall’allora presidente del Consiglio e dal suo zelante Guardasigilli (Roberto Castelli, ingegnere prestato alla nuova edificazione dei codici).  
Il decreto legislativo n. 61 dell’11 aprile 2002 ha infatti posto le seguenti restrizioni al reato di falso in bilancio: 1) che ci sia danno per i soci dell’azienda di cui si sono truccati i bilanci; 2) che da questi sia stata sporta querela; c) che il giudizio definitivo arrivi entro cinque anni pena prescrizione del reato (prima prevista in anni 15).  

Il testo di legge, che come  potrete capire è fatto per concedere una sostanziale impunità, non è privo di involontari effetti comici. Uno su tutti: il danno doveva essere quantificato in una “variazione del risultato economico della società in questione di almeno il 5%” o una “variazione del patrimonio netto di almeno l’1%”. Il che equivale a dire che una rapina non merita di essere perseguita per esiguità del bottino.

Sarà che a pensar male si fa peccato ma ci si indovina, il fatto è che la depenalizzazione del falso in bilancio è servita anche a Silvio Berlusconi. Il 30 gennaio 2008 è stato assolto dalla I sezione penale del tribunale di Milano perché i “fatti non sono più previsti dalla legge come reato”. Si parlava di uno stralcio di procedimento nato con il caso Sme, fatti che risalivano alla fine degli anni Ottanta e dunque sarebbero ampiamente caduti in prescrizione. Ma i giudici hanno detto (o dovuto dire) di più.  Che il reato non era più tale, era uscito dal confine della delittuosità, si era ridotto a reato bagattellare, come si dice in gergo. Cose minori, quisquilie, pinzellacchere direbbe Totò.

Eppure queste bagattelle sono la leva per cose più gravi. E’ con il falso in bilancio che si creano fondi neri. E’ con i fondi neri che si pagano le tangenti. Sarà anche per questo che il nuovo Commissario per la Corruzione, Raffaele Cantone, nella sua prima intervista ha chiarito che per fare sul serio bisogna rivedere la prescrizione del falso in bilancio. Cantone è uno che se ne intende, avendo per decenni lottato contro i capitali delle cosche di Camorra. Vive sotto scorta e  non risulta che figuri tra i giudici comunisti di cui l’ex premier suole dolersi. Fin qui almeno.

Ecco perché siamo curiosi di vedere se Cantone riuscirà nell’intento. Perché ci piacerebbe un Paese in cui falsificare i bilanci - che sono la carta d’identità di una società -  non venisse più derubricato a innocuo lifting contabile, come fosse alzare gli zigomi o svuotare le borse sotto gli occhi di un settantenne invecchiato male. Ci piacerebbe che fosse considerato di per sé un reato  - e anche grave -  senza querela di parte, perché altera il mercato e la concorrenza, parole che di solito piacciono agli artefici delle rivoluzioni liberali.  E anche perché vorremmo non essere più presi in giro, cioè costretti a pensare che nel Paese dei processi lumaca si possa davvero arrivare a sentenza per un reato del genere nel giro di cinque anni.
Infine, ci piacerebbe non dovere leggere tra qualche anno che in Italia si è abrogata la rapina per esiguità del bottino. In Italia, diceva Flaiano, non c’è nulla di più definitivo del provvisorio. E nulla di più inflessibile delle eccezioni alla legge.

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