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sabato 13 agosto 2022
 
 

Marion Cotillard: "La mia fragile eroina licenziata"

24/11/2014  L'attrice premio Oscar racconta la sua esperienza nel film dei fratelli Dardenne "Due giorni, una notte": "Ho realizzato il sogno di quando, bambina, vedevo mamma e papà recitare".

Marion Cotillard ha vissuto questi anni sulla cresta dell’onda. Dopo la vittoria dell'Oscar nel 2008 è oggi la parigina più famosa e amata nel mondo. Più della patinata Juliette Binoche, o della matura Catherine Deneuve. Non per nulla, è stata subito voluta da Dior come volto immagine della maison. Da allora, per lei, i ruoli in pellicole hollywoodiane sono fioccati, pioli per salire sempre più in alto sulla scala della popolarità. Prove intense anche se non memorabili. Tanto che per restituirle il plauso della critica c’è voluto un altro piccolo film francese, Un sapore di ruggine e ossa, firmato dal regista Jacques Audiard. «È stato sul set di quel film che ho conosciuto Luc e Jean-Pierre Dardenne», ricorda la Cotillard. «Un incontro breve, che però mi ha molto colpita perché ammiro da sempre il loro cinema. Qualche mese dopo ho saputo che mi volevano proporre una parte. Per me, girare un film con loro era come raggiungere l’inaccessibile. Altro che Oscar».

Addirittura!
«Beh, non posso certo lamentarmi quanto a fortuna professionale, ne ho avuta parecchia, ma lavorare con i Dardenne mi ha reso immensamente felice. Nessuno più di loro incarna oggi l’idea del film d’autore. Eppure, il loro cinema è universale, tocca i cuori, riesce a farsi capire da tutti. Tra l’altro, non sono soliti lavorare con attori che hanno già una certa fama. Per questo la loro chiamata per interpretare Due giorni, una notte mi ha sorpresa».  

Eppure non sapeva nulla del ruolo…
«È stato leggendo la sceneggiatura che ho scoperto la storia di Sandra: una donna normale, un’operaia che conosce il prezzo delle cose perché spesso non può permettersele. Mi sono resa conto di quale magnifica eroina della realtà fosse. E di quale sfida fosse per me».

I film dei Dardenne hanno una forza asciutta, elegante, senza orpelli. Dialoghi e musiche sono ridotti al minimo. Non fanno fiction, raccontano brandelli di vita vera. La cinepresa s’incolla ai personaggi e precipita lo spettatore in un vortice di emozioni che nasce da racconti minimi. Storie da nulla eppure capaci di centrare il cuore di grandi problemi: l’indigenza sociale, l’ingiustizia, la criminalità, il senso di paternità, l’immigrazione. Senza mai annoiare. Ed ecco le immagini della sommessa quotidianità di Due giorni, una notte. Lei è Sandra, mamma trentenne che vive nella periferia belga. Le difficoltà economiche, i bimbi piccoli, il lavoro in un’azienda che produce pannelli solari: forse troppo. Da mesi soffre di depressione. Ma proprio quando sta tornando al lavoro viene a sapere che verrà licenziata. Con il beneplacito degli altri dipendenti, che si divideranno il lavoro in più spartendosi un premio. Sandra vacilla. Il marito, amorevole, la incoraggia a reagire. Sandra ottiene dal titolare che la votazione sul suo destino si ripeta il lunedì successivo. Durante il weekend contatterà i colleghi. E con enorme sacrificio, mettendo da parte dignità e incertezze personali, chiederà loro a uno a uno: «Sei disposto a votare perché io mantenga il lavoro, di cui ho bisogno, rinunciando al premio?». Ogni faccia a faccia sarà una fitta amara, uno squarcio di speranza o di disperazione. Toccherà a Sandra trovare da sola una via d’uscita, capace di lasciare un segno profondo nell’anima di chi guarda. Già due volte Palma d’oro a Cannes (per Rosetta e per L’enfant) i fratelli Dardenne stavolta non hanno vinto. Ma il film è un miracolo di profondità e tenerezza. Nessuno ha mai raccontato in modo così intimo il dramma della perdita del lavoro. Marion Cotillard, senza un filo di trucco, smessi i panni da star, l’espressione ora dolce ora persa nel vuoto della disperazione, dà al personaggio le stimmate della verità.  

Lei come definirebbe Sandra?
«Una donna vera. Capisce i colleghi che preferiscono intascare il premio piuttosto che votare perché lei conservi il lavoro. Neppure lei sa cosa avrebbe fatto nei loro panni. Non giudica ed è questa la sua forza».

Ma soffre di depressione...
«Arriva a dire: “Io non sono niente”. Un senso d’inutilità radicato in quegli individui che non sanno come confrontarsi con la perdita del lavoro. Nei mesi scorsi, in Francia, ci sono stati parecchi casi di persone che si sono tolte la vita schiacciate da quel senso d’inutilità».

Sandra è molto diversa dai personaggi che le propone Hollywood?
«Avevo già fatto belle esperienze, ma questa con i Dardenne è stata la più profonda. Sul set eravamo complici. Con loro ho realizzato le mie fantasie di ragazzina quando, vedendo recitare papà Jean-Claude e mamma Monique, sognavo che un giorno sarei stata anch’io un’attrice».

 
 
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