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giovedì 13 agosto 2020
 
COVID-19
 

Quelle luci fioche nella notte buia, il diario di Riccardo Maccioni

19/06/2020  I post scritti su Facebook dal giornalista di Avvenire sono diventati un e-book dal titolo "Dalla strada arriva profumo di pane", pubblicato dalle Edizioni Ares. Pagina dopo pagina, un mosaico di aneddoti, emozioni, sentimenti a metà tra cronaca e viaggio interiore. Sulle tracce di una speranza ancora possibile

Ci riconsegna quel tempo sospeso chiamato lockdown, che ha raccontato giorno dopo giorno in un seguitissimo diario su Facebook, svelandone l’anima racchiusa in un intreccio di parole e di silenzi, di luci e di oscurità, di paure e di speranze, di dolori e di gioie (sì, anche quelle, giustamente colte e giustamente valorizzate). Oggi caporedattore del quotidiano Avvenire, Riccardo Maccioni conserva del cronista che è stato una sana inquietudine che lo rende uomo di frontiera e una vivace curiosità che lo fa investigatore di bellezza ovunque si nasconda. I post sono diventati libro. Dalla strada arriva profumo di pane, edizione Ares, è un agile e-book che si legge d’un fiato. «I pensieri raccolti», spiega l’autore «sono nati dal desiderio di capire che cosa accadeva davvero, dentro e oltre i numeri dell’emergenza. Piccole riflessioni maturate dal pre isolamento all’inizio della fase 2, scritte al mattino presto, guardando il cielo dalla finestra. Con gli occhi e il cuore alla ricerca di quel sottile filo di luce che resta acceso anche nel buio della notte più nera».

Le prime righe sono datate 7 marzo, le ultime 5 maggio. In mezzo c’è tutto l’isolamento forzato dell’#iorestoacasa, «vuoti, nostalgie, strappi di umanità da ricucire». Intriga (ri)leggere gli originali auguri alle donne nel giorno della festa a loro dedicata, auguri formulati shakerando «un po’ di parole al femminile» legate a filo doppio al tempo del Covid: «sicurezza, vigilanza, attenzione, prudenza, cura, terapia, mani, amuchina, mascherina, quarantena; ma anche Quaresima, Messa (che non c’è), preghiera in tutte le sue forme, finestra (aperta sul cielo), copertina (del libro che non hai voglia di leggere), foto (per ricordare questi giorni). E alla fine: guarigione, normalità, rinascita, vita nuova»). Commuove tornare al 15 marzo: «Oggi sul quotidiano di Bergamo dieci pagine – dieci! – di necrologi. Non li conoscevi ma sono la tua gente. L’essenziale è non perdersi, è sentirsi insieme. L’essenziale è la comunità». Spiazza quanto è stato scritto due giorni dopo: «Usiamo tante, troppe parole. Ci stiamo accorgendo che spesso ne bastano tre: “Tu come stai?”. “Ti sono vicino”. “Ti chiamo io”».

Strappa un tenero sorriso il post del primo aprile, che Maccioni usa per setacciare «racconti di resistenza, di normalità anche rattoppata e di seconda mano, di libertà difesa o riconquistata». «Ne ho trovata una bellissima. Parla di due anziani, lei danese di 85 anni, lui 89enne tedesco, che hanno trovato un modo originalissimo per aggirare l’obbligo della distanza, a quelle latitudini un po’ più blando che da noi. Cosi anziché limitarsi al telefono, ogni giorno i due innamorati prendono una borsa con qualcosa da mangiare, una seggiolina pieghevole e passano le ore una davanti all’altro separati “solo” dal confine, reale, di Aventoft. Certo, si potrebbe dire che contemplando un muro, la storia lascia l’amaro in bocca. Vero, eppure questo piccolo frammento di vita, mi sembra rivoluzionario. Sarà che parla della forza di un sogno con i capelli bianchi, forse perché testimonia come la fantasia del bene condiviso abbia un’infinita riserva di idee.

 

Riccardo Maccioni, giornalista, caporedattore del quotidiano Avvenire.
Riccardo Maccioni, giornalista, caporedattore del quotidiano Avvenire.

Nutre lo spirito quanto riportato il 12 aprile, Domenica di Pasqua: «L’amore è più forte anche del contagio. Come nel racconto di chi dimentica le sue paure per combattere quelle degli altri. Senza eroismi o frasi a effetto, puntando, semplicemente, a fare bene il bene. Tracce, semi, germogli di questo coraggio senza vetrine e luci a effetto, li trovi ovunque. Li riconosci perché hanno la fantasia della vita quotidiana, perché sorridono, perché mettono a disposizione degli altri quello che sanno fare meglio. Il medico che benedice l’anziano rimasto solo, il parroco che regala piantine fiorite perché oggi nessuno rinunci alla festa, lo scrittore che ogni giorno appende alla porta di casa il testo di una poesia, la monaca che nella sua preghiera ricorda anche il tuo nome. La luce vince il buio, lo ripetiamo spesso. Ed è davvero così, le basta una fessura per annunciare che la notte è finita… Chi andava a piangere un morto ha trovato una tomba vuota e la vita nuova».

Non fa bilanci né offre “morali”, Riccardo Maccioni. Alla fine racconta di sé in punta dei piedi. Con pudore. «Personalmente non credo di essere migliorato; solo, nel bene e nel male, ho alzato il volume delle emozioni fino a renderle musica o al contrario un rumore molesto, che senti male alle orecchie. Succede sempre così, della libertà che perdi diventano importanti anche i dettagli, e a trasformare la sensazione di perdita in rabbia o, peggio, in rassegnazione, è un attimo. Però un cosa, spero, l’ho imparata, ho capito di più quanto contano le scelte minime, la banalità del quotidiano. E la misura del tempo, che non è un’agenda di doveri, ma un ordine di priorità, diverso ogni giorno, come in un puzzle dove il disegno finale è sempre lo stesso ma cambia la grandezza e il numero delle tesserine».

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€ 6, 99 Editore: Ares Tipo protezione:Filigrana digitale Anteprima:Permesso limitato. Pagine:20 ISBN: 9788881559725 vota, segnala o condividi Alla fine tutte le crisi diventano racconti al passato. È una regola di sopravvivenza: scopri il nemico, combatti il drago e se proprio non riesci a vincerlo, cerchi almeno di anestetizzarlo imparando a vivere con lui.

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