logo san paolo
venerdì 23 aprile 2021
 
reportage
 

Il macigno dei lutti e la voglia di rialzarsi. Alzano e Nembro un anno dopo

02/03/2021  Viaggio nella Val Seriana epicentro della prima ondata dove, dodici mesi fa, si discuteva se chiudere tutto prima del lockdown nazionale. Il sindaco Bertocchi: «Molti hanno attacchi di panico perché non si vede la fine». Il parroco: «Ora serve una vicinanza vera, i social non bastano più»

Le urla dei bambini che giocano a pallone nel campetto della scuola accanto al Comune (ora di nuovo chiusa). Il mercato settimanale. Il traffico caotico. Il calendario degli incontri affisso nella bacheca parrocchiale. Le istantanee di vitalità che arrivano da Nembro raccontano di un paese ancora in convalescenza. Un anno fa, in questi giorni, iniziava tutto. O meglio, tutto era già cominciato senza che nessuno – istituzioni, cittadini, medici – se ne fosse accorto, o almeno intuito la portata della catastrofe.

Alzano e Nembro, in questa pandemia che sembra infinita, sono divenuti il marchio di quello che si poteva fare e (forse) non è stato fatto. La famigerata zona rossa che a fine febbraio dello scorso anno avrebbe dovuto isolare il focolaio e invece ha reso Bergamo e la Val Seriana il “lazzaretto d’Italia”, come ha scritto il New York Times. La Procura nell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Maria Cristina Rota sta cercando di venirne a capo ma ricostruire il dialogo e la girandola di verbali tra la Regione Lombardia, il Governo e il Comitato tecnico – scientifico in quei giorni drammatici non è facile. Come, d’altra parte, tornare a vivere. Lo intuisci dagli sguardi timorosi sotto le mascherine. Dalle battute amare: «Non si preoccupi, qui abbiamo tutto preso il Covid, l’immunità di gregge è già stata raggiunta», dice il parroco di Nembro, don Antonio Guarneri, che racconta che sta ancora celebrando i funerali di alcune vittime della scorsa primavera. Don Antonio è ottimista: «C’è voglia di ripartire, di ritrovarsi insieme, anche le Messe sono più affollate», racconta. Lo spettro di quel che è stato, però, aleggia ancora. La morte di una persona cara è diventata all’improvviso come una sparizione e il processo anche psicologico dell’elaborazione del lutto per molti si è bloccato.

L’intervallo di tempo tra l’ultimo ricordo di chi se n’è andato e il funerale è un territorio sospeso, come un vuoto di memoria che ti risucchia e ti tormenta giorno dopo giorno. Per questo molti hanno voluto aspettare che finissero, o venissero allentate, le restrizioni per organizzare una funzione religiosa alla quale potessero partecipare gli amici, i parenti e i conoscenti di chi se n’è andato solo come un cane e nella comunità, magari, aveva un ruolo di spicco perché dava una mano in oratorio o era volontario della Protezione Civile. «Qui ci conosciamo tutti», dice una signora in attesa di entrare al fruttivendolo.

La Messa in suffragio delle vittime celebrata il 21 giugno scorso nel campo sportivo di Alzano Lombardo (Ansa)

Paolo Bardella vive a Redona, a tre chilometri da Alzano Lombardo, e insegna Storia contemporanea all’Università di Bergamo. Mentre il virus galoppa, anche a causa delle varianti, e i virologi parlano già di “terza ondata”, Bardella sulla rivista Erbacce si è soffermato sulla “fase 2 del dramma”, come la definisce, che è iniziata dopo la primavera scorsa e non è ancora finita: «La sofferenza di molti si affianca all’incertezza e alla confusione di tutti, in un momento in cui il desiderio diffuso sarebbe poter ripartire “alla grande”, ritornare a vivere la propria vita, là dove tuttavia è sempre più chiaro che ciò non accadrà presto. Qualcuno», spiega, «vorrebbe rimuovere, o già rimuove, il dramma vissuto, brandendo noti slogan testosteronici – dal più urbano “Bergamo non si ferma!” al dialettale “Mòla mìa!” – che, mentre affermano la legittima propensione a resistere alla tragedia, rischiano di lasciare in circolo le tante scorie mortuarie prodotte da questo tempo infausto. La vera sfida consisterà invece nell’essere all’altezza di superare la catastrofe metabolizzando quelle scorie, rispettando i tempi e la necessità del lutto. La mancata elaborazione dei drammi vissuti è del resto proprio il terreno più fertile per l’emersione di una sofferenza psichica fuori controllo».

Alzano, Alzà in dialetto bergamasco, è quasi deserta all’ora di pranzo, nonostante la Lombardia sia tornata in zona gialla da quasi dieci giorni prima della nuova stretta iniziata lunedì perchè i contagi sono di nuovo in rapida risalita. Ai tavolini del bar Mignon tre clienti prendono il caffè. Davanti alla basilica di San Martino, nella piazza principale, sono appese le stelle ma non si tratta di addobbi natalizi fuori tempo massimo. Ogni stella è dedicata alle centocinquanta persone che sono morte l’anno scorso.

Don Filippo Tomaselli è il parroco di questa comunità stordita: «A distanza di un anno il primo sentimento che prevale è l’incredulità: ma è accaduto davvero? Un anno è poco per rielaborare lo tsunami che ci ha travolto. Il secondo sentimento è la paura, non tanto del contagio, ma dell’incertezza del futuro. Siamo su un treno in corsa ma non sappiamo dove siamo diretti e quale sarà la meta finale». Il parroco s’è dovuto reinventare psicologo, racconta che il dolore per i morti è diventato un senso di colpa lancinante per i loro familiari: «Molti mi dicono: “Don, gli sono stato accanto tutta la vita e poi quando è morto non ero accanto a lui. Se n’è andato nel corridoio del Pronto Soccorso, da solo, si rende conto?”».

Al Municipio di Alzano si accede dopo aver passato una sorta di metal detector che misura la temperatura e sanifica i vestiti. Il sindaco Camillo Bertocchi prova a riparare le lacerazioni della comunità: «Molte persone, soprattutto adulti, hanno attacchi di panico perché non vedono la fine della pandemia», dice, «il Covid si è portato via un’intera generazione di persone impegnate nel Terzo Settore che ora è all’anno zero, o quasi. Per poter ripartire dobbiamo rilanciarlo e motivarlo perché le associazioni, insieme alla parrocchia e agli oratori, sono un punto di riferimento importante per la comunità».

La voglia di ripartire c’è. Il macigno della memoria pure. Nessuno vuole dimenticare. Ma nessuno vuole farsi schiacciare dal dolore. Bertocchi racconta dei “nuovi poveri”, coloro che dalla sera alla mattina sono rimasti senza un reddito in questa zona che pure ha il Pil pro-capite tra i più alti d’Italia: «I lavoratori dello spettacolo, della ristorazione e del commercio. Molti si vergognano di chiedere aiuto e per l’amministrazione è anche più difficile individuarli».

Da sinistra, il parroco di Nembro, don Antonio Guarneri, e il parroco di Alzano Lombardo, don Filippo Tomaselli

Il suo collega di Nembro, Claudio Cancelli, dice che non c’è rabbia e che durante quest’anno tutti si sono attivati per dare una mano: «Nella fase più acuta dell’emergenza», racconta, «abbiamo ricevuto 162 mila euro di donazioni dai cittadini perché aiutassimo le famiglie più in difficoltà e questo è un segno di fiducia verso il Comune. Abbiamo destinato 100 mila per progetti di lavoro, dalla gestione del verde pubblico alla biblioteca, rivolti a chi ha perso l’impiego e dare una mano a chi si è arretrato con le rate dell’affitto o del mutuo». Bertocchi parla di ritorno alla «seminormalità» solo se si accelera sui vaccini: «Pensare di vaccinare tutti i lombardi entro fine giugno mi sembra impossibile. I vaccini si scarseggiano, la macchina procede a rilento. Insieme ad altri sindaci della zona abbiamo scritto ad Arcuri (il commissario per l’emergenza ora sostituito dal generale Francesco Paolo Figliuolo, ndr) dando la disponibilità per allestire i punti vaccinali riutilizzando strutture dismesse o temporaneamente ferme. Nessuna risposta. A luglio insieme agli altri comuni della Valle ci siamo uniti per fare uno screening di massa sulla popolazione. È andato benissimo. Prenotazioni online e i volontari della Protezione civile a coordinare. Perché non possiamo replicare con i vaccini coinvolgendo magari i medici di famiglia?».

Sulla mancata zona rossa i due sindaci concordano: chiudere Nembro e Alzano non sarebbe bastato. «Siamo un’unica città lineare che conta 97mila abitanti distribuiti su 18 comuni», dice Bertocchi, «bisognava chiudere tutto non solo noi». Anche Cancelli sottolinea: «Era più facile isolare Codogno o Vo’ Euganeo rispetto a noi. Qui siamo un agglomerato urbano con la gente che si sposta verso Bergamo e Milano tutti i giorni». Don Filippo guarda avanti nel tentativo di rammendare questa comunità ferita: «Adesso c’è bisogno di una prossimità prudente ma vera, non bastano più i social». L’inchiesta giudiziaria pesa come un macigno ed è ancora lontana dalla conclusione: «Può darsi che siano stati commessi errori ma cedo che tutti abbiano agito in buonafede. A volte noto un giustizialismo esasperato», dice il parroco.

Quel che conta è che un anno dopo la Val Seriana si è rialzata ed è sopravvissuta alla pandemia perché era così anche prima: una capacità quasi prodigiosa di rimboccarsi le maniche, fare rete e resistere alle intemperie. La pandemia non molla. La Lombardia rivive l’incubo di un anno fa. Questa gente ha davanti a sé un tempo lungo per ricostruirsi, quasi una traversata nel deserto, ma ha risorse, a cominciare dai suoi giovani, per farcela.

Il professore Giuseppe Remuzzi dell'Istituto Mario Negri il primo vaccinato alla struttura di Alzano Lombardo il 27 dicembre scorso (Ansa)

 
 
Pubblicità
Edicola San Paolo
Collection precedente Collection successiva
FAMIGLIA CRISTIANA
€ 104,00 € 0,00 - 11%
CREDERE
€ 88,40 € 57,80 - 35%
MARIA CON TE
€ 52,00 € 39,90 - 23%
CUCITO CREATIVO
€ 64,90 € 43,80 - 33%
FELTRO CREATIVO
€ 23,60 € 18,00 - 24%
AMEN, LA PAROLA CHE SALVA
€ 46,80 € 38,90 - 17%
IL GIORNALINO
€ 117,30 € 91,90 - 22%
BENESSERE
€ 34,80 € 29,90 - 14%
JESUS
€ 70,80 € 60,80 - 14%
GBABY
€ 34,80 € 28,80 - 17%
GBABY
€ 69,60 € 49,80 - 28%
I LOVE ENGLISH JUNIOR
€ 69,00 € 49,90 - 28%
PAROLA E PREGHIERA
€ 33,60 € 33,50
VITA PASTORALE
€ 29,00
GAZZETTA D'ALBA
€ 62,40 € 53,90 - 14%