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mercoledì 18 maggio 2022
 
il commento
 

Covid e democrazia: per la Cina sono due nemici da combattere

12/05/2022  L'analisi delle strategie di Pechino dopo l'arresto del cardinale Joseph Zen (e il successivo rilascio su cauzione). La politica del doppio "zero": no al virus e no all'esercizio dei principali diritti civili. L'atteggiamento nei confronti della Chiesa

Hong Kong

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Da almeno due anni la popolazione di Hong Kong è sottoposta a due politiche “zero”: quella contro il Covid e quella contro la democrazia. La politica “zero Covid” ha costretto alla chiusura negozi, palestre, piscine, scuole, chiese, sale di musica e teatro, ristoranti, il divieto di incontrarsi con più di due persone. Ancora più estenuanti l’isolamento di interi quartieri, la preferenza per il vaccino cinese – che secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della Sanità) ha debole efficacia -, l’obbligo di portare la maschera ovunque e registrare traccia col cellulare di ogni spostamento personale.

Questa politica “zero Covid” era pensata in supporto a quella identica della Cina popolare, dove la chiusura di porti, di intere metropoli come Shanghai, e altre città, e dei quartieri della capitale sta producendo effetti negativi sull’economia del Paese e del mondo.

Solo “l’invidia” per Singapore – concorrente economico di Hong Kong, che ha invece deciso una politica di “convivere con il Covid”, aprendo le sue frontiere e spingendo alla vaccinazione – sta portando il governo di Hong Kong a fare qualche passo di maggiore distensione. Da poche settimane vi è riduzione delle quarantene, apertura dell’aeroporto ad alcune compagnie aeree, possibilità di incontrarsi fra 4 o perfino 8 persone.

La politica “zero democrazia” invece non conosce tregua, né riduzioni. L’arresto del cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong; quello di Margaret Ng, già parlamentare e avvocato impegnata a difendere i diritti dei poveri; quello di Denise Ho, la cantante-idolo di tanti giovani che da anni sostiene le cause della democrazia; quello dello studioso Hui Po-keung, bloccato all’aeroporto mentre si recava in Germania per alcuni corsi, è un ulteriore colpo al movimento democratico i cui membri più significativi sono in prigione. Arrestati la sera dell’11 maggio scorso, i 4 sono accusati di “collusione con forze straniere”, secondo la legge sulla sicurezza nazionale, che prevede pene da 10 anni fino all’ergastolo. Per ora sono liberi su cauzione, ma non possono lasciare il territorio. Il loro era un impegno umanitario: amministratori fiduciari di un fondo, alimentato con la generosità dei donatori, che aiutava i giovani colpiti durante le manifestazioni democratiche del 2019, offrivano aiuti economici per le cure ospedaliere, per pagarsi un avvocato, per trovarsi un lavoro dopo l’ennesimo licenziamento per motivi politici.

L’accusa di “collusione con forze straniere” è lanciata con forza da Pechino su tutto il movimento democratico. Sui media cinesi le richieste di suffragio universale per eleggere il parlamento e il capo dell’esecutivo – pur ipotizzate nella Basic Law, la costituzione di Hong Kong, approvata dalla Cina, e pur sostenute dal 70% della popolazione del territorio – sono state sempre bollate come una pretesa suscitata da forze straniere che vogliono che Hong Kong anneghi “nel caos” e che il Partito comunista crolli in Cina.

Così, dal 30 giugno 2020 – data del varo della legge sulla sicurezza – sono accusati di “collusione con forza straniere” l’associazione che ricordava ogni anno gli uccisi di Piazza Tiananmen, la Federazione dei sindacati liberi, giornali come l’Apple Daily, agenzie come Stand News e altri gruppi. Tutti questi hanno dovuto chiudere e i loro responsabili arrestati e in attesa di processo. Alcuni di loro, come Jimmy Lai, proprietario di Apple Daily, sono in prigione preventiva da quasi due anni.

Uno dei colpi più duri è stato l’arresto di 47 personalità democratiche che avevano organizzato elezioni primarie per scegliere i candidati da presentare alle elezioni del settembre 2020 (poi rimandate al 2022, ufficialmente a motivo del Covid). I 47 – fra loro vi sono docenti universitari, politici di spicco, businessmen – sono accusati di “complotto” contro il governo perché miravano a vincere le elezioni guadagnando la maggioranza al parlamento. Anche loro sono in prigione preventiva da quasi due anni.

Se a tutti questi si aggiungono le 10mila e più persone – una buona parte giovani sotto i 25 anni – arrestati durante le manifestazioni e dopo, si comprende perché il clima ad Hong Kong è rigido, anche se comincia la stagione calda, e la vita delle persone è frenata: poca voglia di parlare, impossibilità ad agire con libertà, voglia di emigrare.

Dal punto di vista dei democratici, l’elezione del nuovo capo dell’esecutivo John Lee lo scorso 8 maggio, è la conferma suprema della politica “zero democrazia”: unico candidato al posto, approvato da Pechino, votato da un comitato elettorale di 1500 personalità pro-Pechino. Ha vinto con oltre il 90% dei voti. Nel suo programma di governo – che inizierà il primo luglio, anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina – vi è anzitutto il rafforzamento della legge sulla sicurezza. Ha detto anche che si preoccuperà dell’edilizia popolare, un problema che da decenni assilla tutti i giovani e le famiglie di Hong Kong.

In uno dei suoi incontro con i media, prima della sua elezione, Lee ha anche rivelato di essere cattolico. A Hong Kong la Chiesa è divisa fra coloro che appoggiano i giovani e il card. Zen, e coloro che applaudono al ritorno dell’ordine dopo “il caos”. Il nuovo vescovo di Hong Kong, monsignor Stephen Chow ha promesso un cammino di riconciliazione. Ma deve fare i conti con giornali e personalità pro-Pechino che accusano la Chiesa di protagonismo filo-occidentale, a scapito delle altre religioni del territorio e soprattutto di aver sostenuto i giovani nelle manifestazioni a favore della democrazia.In un certo senso, Lee e Zen sono i due modi di essere Chiesa qui ad Hong Kong: una fede come ornamento, nella totale obbedienza a Pechino; una fede come carità e azione sociale.

 
 
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