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giovedì 21 ottobre 2021
 
Sant'Ambrogio
 

«C’è un’emergenza spirituale, tocca a noi. No al populismo»

07/12/2020  Lunedì 7 dicembre, l'arcivescovo celebra il Pontificale nella Basilica dedicata al patrono di Milano. Nel discorso alla città monsignor  Mario Delpini era stato chiaro: «per affrontare» momenti travagliati come quelli di oggi, «non esistono scorciatoie: l'autoritarismo decisionista, le scelte “facili” del populismo non rispettano la dignità delle persone». L'elogio «di chi è rimasto al proprio posto», a cominciare da medici e infermieri

Denuncia che stiamo vivendo una vera e propria «emergenza spirituale» segnata da «un atteggiamento più incline alla rinuncia che alla speranza, a lasciare la terra incolta che a predisporla per la semina». Richiama tutti, fedeli, laici, istituzioni, ad «affrontare questa emergenza con un fiducioso farci avanti: tocca a noi, tocca a noi tutti insieme», ricordando che «non esistono però scorciatoie». Infatti, «l'autoritarismo decisionista, la seduzione di personaggi carismatici, le scelte “facili” del populismo non rispettano la dignità delle persone e spesso conducono a disastri. Gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati ai percorsi lunghi della formazione, della riflessione, del dialogo costruttivo, della tessitura di alleanze convincenti». Elogia, ringrazia e incoraggia coloro che in questa pandemia non sono scappati ma «sono rimasti al proprio posto» per mandare avanti la città e coloro che «si fanno avanti e dicono: “Eccomi, tocca a me”». Elogia «tutti gli operatori sanitari e socioassistenziali che con la loro competenza e dedizione affrontano la pandemia in prima fila, i responsabili delle istituzioni, quelli che restano al loro posto, nei municipi, nelle caserme, nei tribunali e nelle carceri, nelle scuole, nei tanti negozi e servizi che con il loro funzionamento garantiscono la tenuta dei legami di vicinato». Avverte che la «famiglia, fondata sul matrimonio, con un legame stabile, è la cellula che genera la società e il suo futuro» e la sua «centralità è la condizione per il benessere di tutti. Quando la famiglia è malata tutta la società è malata». Infine, definisce una «forma di ottusità» considerare «il fenomeno migratorio come un’emergenza temporanea da risolvere con qualche forma di assistenza o di respingimento».

L’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, tiene il tradizionale Discorso alla Città (quest’anno anticipato di due giorni perché il 6 dicembre cade di domenica) per la vigilia della festa di Sant’Ambrogio, patrono della città e dell’arcidiocesi ambrosiana. Nella Basilica gli ingressi sono contingentati. La voce dell’arcivescovo arriva nelle case dei lombardi attraverso la diretta della TgR Lombardia e i media diocesani. Ristretto anche il numero dei concelebranti, tra i quali non manca l’abate di Sant’Ambrogio, mons. Carlo Faccendini, che dà il benvenuto all’Arcivescovo, alle autorità e ai fedeli, sottolineando il momento particolarmente difficile che il Paese, e in particolare le terre lombarde, stanno vivendo: «Milano resta capitale non nel potere ma nella guida coraggiosa e responsabile».

Milano, esordisce mons. Delpini, anche lui colpito dal Covid a novembre sia pure con sintomi lievi, «ha visto momenti assai più drammatici e disastri molto più sconvolgenti di quelli che stiamo vivendo. Ho l’impressione che, insieme alla prudenza, alla doverosa attenzione a evitare pericoli per sé e per gli altri e danni al bene comune, ci siano anche segni di una sorta d’inaridimento degli animi, un lasciarsi travolgere dal diluvio di aggiornamenti, di fatti di cronaca, di rivelazioni scandalose, di strategie del malumore, di logoranti battibecchi. Proprio questi sintomi inducono a formulare una diagnosi definibile come “emergenza spirituale”».

Delpini si fa portavoce degli uomini e delle donne di buona volontà: «Trovo pertanto giusto fare l’elogio di quelli che rimangono al loro posto: grazie a loro la città funziona anche sotto la pressione della pandemia. Rimangono dove sono, come una scelta ovvia; affrontano fatiche più logoranti del solito, come una conseguenza naturale della loro responsabilità. Rimangono al loro posto e fanno andare avanti il mondo: gli ospedali funzionano, i trasporti, i mercati, i comuni, le scuole, le parrocchie, i cimiteri, gli uffici funzionano. Dietro ogni cosa che funziona», riconosce Delpini, «c’è il popolo, che nessuno può conteggiare, di coloro che rimangono al proprio posto. Non pretendono di fare notizia, non cercano occasioni per esibirsi in pubblico, non si aspettano riconoscimenti: stanno al proprio posto».

Ad ascoltare Delpini, in prima fila, il sindaco di Milano Sala e il presidente della Regione Fontana, il prefetto Renato Saccone, i rettori delle università Cattolica e Bocconi, i rappresentanti delle confessioni cristiane.

Il Discorso di Delpini è una proposta di alleanza che deve coinvolgere tutti, a maggior ragione in questo tempo drammatico, declinato in tre parole: visione, condivisione e decisione. «Nei mesi della pandemia è risultata evidente la parzialità di quelle analisi che conducevano alla tirannide universale dell’“io”», denuncia mons. Delpini, «la vita ha potuto continuare perché la solidarietà si è rivelata più normale e abituale dell’egoismo, il senso del dovere si è rivelato più convincente del capriccio, la compassione si è rivelata più profondamente radicata dell’indifferenza, Dio si è rivelato più vero dell’“io”».

L’arcivescovo cita il suo predecessore, il cardinale Martini, il quale metteva in guardia che «per entrare nel nuovo millennio che ora abitiamo non si può non condividere un sogno». Riconosce che «l’ideologia non va bene: ha prodotto le peggiori stragi della storia. L’individualismo non va bene: ha inaridito la voglia di vivere e dare vita e porta l’umanità verso l’estinzione. Il neoliberismo non va bene: ha creato disuguaglianze insopportabili. Del resto, forse si può anche dire che all’umanesimo lombardo questi princìpi rovinosi non sono congeniali». Delpini dice che «tocca a noi, devoti al nostro patrono sant’Ambrogio, farci avanti, come è toccato a lui entrare in una Chiesa segnata da conflitti e confusioni, per dare volto all’umanesimo ambrosiano». E chiede: «Come sarà possibile dare volto a una visione condivisa che non sia violenta come un’ideologia o precaria come un compromesso?».

L’arcivescovo tocca alcuni attori di questa “visione condivisa”, a cominciare dalla famiglia fondata sul matrimonio: «È però necessario», avverte, «che una comunità, una società che siano persuase dell’importanza decisiva della famiglia si facciano carico di creare le condizioni migliori per renderne, per quanto possibile, serena la vita. Intorno a questo centro tutte le istituzioni sono chiamate a sostenere gli aspetti generativi, le responsabilità educative, le problematiche sanitarie e assistenziali, le condizioni lavorative, l’attenzione alle varie fasce di età. La famiglia per sua natura non è ripiegata su di sé ma è generativa». Invita ad un’alleanza, Delpini: «Le famiglie e le istituzioni e le organizzazioni che coinvolgono i minori sono chiamate a essere alleate perché l'impresa comune è scrivere insieme il futuro. Il compito educativo è essenziale perchè non ci sia un popolo smarrito e vagabondo che non sa il nome né il senso delle cose e crede che distruggere o costruire, fare il bene o fare il male, dare la vita o toglierla siano equivalenti».

Poi cita l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco per dire che «il complesso e polimorfo fenomeno della globalizzazione deve essere corretto per non consentire a una dinamica planetaria di ridursi a una logica di mercato determinata dai prezzi invece che dai valori, a una gestione dell’informazione finalizzata alla manipolazione, a una forma di colonialismo economico e culturale che mortifica e seduce l’umanità». L’arcivescovo richiama la realtà multietnica di Milano ma quest’aspetto può essere considerato in vari modi: «La presenza di etnie, culture e lingue, tradizioni religiose, sensibilità politiche si può osservare per incrementare la paura, per reclutare forza lavoro, per predisporre percorsi di integrazione, per suggerire politiche di difesa contro l’invasione, per convincere a definire confini di ghetti ove l’uniformità è rassicurante».

L’ultrimo ringraziamento e incoraggiamento dell’arcivescovo di Milano è per coloro «che per la loro situazione familiare, personale, professionale non possono farsi avanti, non possono fare altro che quello che già fanno, ma si alzano ogni mattina e senza sbuffare, senza lamentarsi, si mettono all’opera e si dicono: “Tocca a noi! Tocca a noi assistere i malati che abbiamo in casa, curare i malati ricoverati, visitare i malati a casa, fare lezione, far funzionare l’ufficio, i trasporti, insomma la città. Tocca a noi!”».

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