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sabato 23 ottobre 2021
 
L'abate fisico nucleare
 
Credere

Dom Stefano Visintin: «La natura è un libro che parla di Dio»

22/04/2021  Ha lasciato la carriera scientifica affascinato dalla vita monastica. «Fisica e teologia», spiega l’abate di Praglia, «stanno arrivando alle stesse conclusioni sul creato»

«La fisica è la disciplina che più di tutte indaga le questioni ultime, la struttura intima della natura, al di là di quello che vediamo in apparenza. I monaci in fondo fanno lo stesso, dedicandosi alla ricerca del trascendente. Solo che la loro è una pratica, non una teoria». Siamo a Praglia, a dodici chilometri da Padova, nel cuore dei Colli Euganei, in una delle abbazie più antiche dell’Occidente cristiano, fondata nell’undicesimo secolo. Qui vivono 44 monaci professi, cui si aggiungono i novizi in formazione, che seguono la regola di san Benedetto. I membri della comunità coltivano la terra e si prendono cura dell’area attorno all’abbazia: c’è un vigneto, l’uliveto, le arnie dalla quale ricavano il miele per i propri prodotti. All’interno del monastero c’è anche un laboratorio cosmetico, un altro di restauro del libro, una casa editrice. L’abate, Stefano Visintin, è un fisico nucleare. Alla fine dell’università faceva parte di un team internazionale di ricerca, che studiava la «spettrometria di massa»: «In pratica cercavamo le tracce di elementi chimici molto rari nella materia», spiega. A 29 anni, sulla strada di una promettente carriera negli Stati Uniti, arriva l’attrazione per il monachesimo. «A conquistarmi fu proprio l’intuizione che la vita monastica fosse una pratica. Che il rapporto con il trascendente, che ora posso chiamare Dio, si potesse vivere, sperimentare nell’esistenza, non solo pensare. Intuivo che le domande che mi ero sempre posto sul senso ultimo delle cose potevano finalmente trovare una risposta».

DALLA FISICA ALLA TEOLOGIA

Oggi l’ex fisico, scelto due anni fa per guidare la comunità monastica di Praglia, insegna Teologia al Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma, l’università dei Benedettini di cui è anche rettore. E in un libro, Come meridiani nelle vicinanze del Polo (EDB), ha messo a confronto ciò che la fisica quantistica ha scoperto in questi ultimi anni con le conclusioni della teologia. Del resto, dom Visintin è sempre stato un uomo di confine. Nato 61 anni fa a Gorizia, è cresciuto a Muggia, il Comune più meridionale del Friuli Venezia Giulia, nell’estremità nord dell’Istria, «uno di quei territori in cui non capisci bene a quale nazione appartieni», sorride. Poi l’università a Trieste, città crocevia di diverse culture. Confida che la scelta di studiare fisica nasce da una crisi vissuta durante l’adolescenza: «Avevo 17 anni e vivevo in modo abbastanza automatico fra amicizia, famiglia, televisione. A un certo punto si è rotto come un velo. È successo quando ho pensato che potevo morire. La realtà è cambiata d’un tratto, come se la vedessi per la prima volta. Non mi sembrava più così scontata. Sono sorte in me delle domande: “Dove siamo?”, “Qual è il luogo della nostra esistenza?”, “Chi sono io?”. Ho pensato di affrontarle attraverso quello che vedevo come il massimo prodotto della nostra cultura, il sapere scientifico. E lafisica è la disciplina scientifica che si pone le questioni più fondamentali a riguardo dell’esistenza. A un certo punto però non mi è bastato più, ho capito che dovevo cambiare campo di ricerca». Il filosofo gesuita Pierre Teilhard de Chardin scriveva che «come accade ai meridiani nelle vicinanze del Polo, scienza, filosofia e religione convergono nelle vicinanze del Tutto», anche se indagano la realtà sotto punti di vista diversi. «La fisica attuale», commenta dom Visintin, «quando va a guardare in profondità, arriva a una visione poco materiale e molto spirituale della realtà, che sembra di fatto più un intreccio di energia e relazioni che “materia” in senso oggettivo come la intendiamo noi». È quel «tutto è connesso» di cui parla la Laudato si’, l’enciclica di papa Francesco sulla cura del creato? «In effetti, anche dal punto di osservazione della fisica, il mondo appare un tutto interconnesso in cui gli elementi non si possono separare», risponde l’abate. «Già san Tommaso, del resto, diceva che la creazione è un rapporto di relazione, che tutto ciò che è creato dipende ed è legato nella sua esistenza al Creatore». Prendersi cura del creato, nella tradizione di san Benedetto, è un modo per collaborare all’opera di Dio. In un periodo in cui l’Europa era allo sbando, dopo la fine dell’Impero romano, i monaci hanno dissodato terre, bonificato paludi, ricreato un’economia a partire dal lavoro nei campi. «L’idea di cura del creato di san Benedetto è quella della buona amministrazione di ciò che Dio ha creato», spiega dom Visintin. «È un approccio che si basa sul lavoro, oltre che sulla contemplazione. E che scaturisce dalla preghiera: san Benedetto dice che l’obiettivo principale dei monaci è la ricerca di Dio. Il monaco non si isola perché fugge dalla realtà o da tutto il male che sta nel mondo. Ma approfitta di questo distacco per concentrarsi su ciò che è fondamentale, andando al fondamento dell’esistenza».

MONACI IN USCITA

  

Ma una realtà millenaria come l’abbazia di Praglia, in che direzione sta andando? «Non sono io che dò la direzione da solo, ma cerco il confronto con i confratelli e condividiamo le scelte importanti, a partire dalla nostra regola», risponde dom Visintin. La maggior parte dei 44 monaci risiede nell’abbazia principale, mentre 10 di essi vivono in altre tre comunità “dipendenti”: l’abbazia di San Giorgio Maggiore a Venezia, il santuario del Monte della Madonna di Teolo, sempre in provincia di Padova, e Sadhu Benedict Math, un piccolo monastero in Bangladesh. «Stiamo cercando di approfondire il nostro carisma in questa nuova situazione che si sta creando a causa della pandemia», continua l’abate. «Sono favorevole a una maggiore apertura del monastero verso l’esterno, perché sono convinto che la nostra ricerca del trascendente abbia qualcosa da dire a questo tempo. La scommessa è farlo non abbandonando l’essenza del monachesimo, ma proprio a partire da essa». Dall’abbazia i monaci escono per tenere incontri e conferenze, e fra le sue mura si dà ospitalità a chi bussa. «Penso il monachesimo possa essere utile alla società e anche alla Chiesa, perché sperimenta il rapporto con il trascendente a livello di esperienza vissuta e concreta, non solo di dottrina o insegnamento. Le religioni stesse, se perdono l’anelito verso il trascendente, finiscono per essere percepite come posizioni ideologiche. Credo che tante persone, in questo momento, si stiano ponendo delle domande spirituali e che la dimensione contemplativa, ascetica e mistica, possa essere il nostro contributo».

(Foto di Beatrice Mancini)

Chi è

Età 61 anni

Professione Monaco benedettino

Famiglia Abate del monastero di Praglia

Fede Cattolica

Come meridiani nelle vicinanze del Polo. Scienza, filosofia e religione

€ 11,50 € 10,92 -5% Editore: EDB Collana: Nuovi saggi teologici Pubblicazione: 15/11/2020 Pagine: 118 Formato: Libro in brossura ISBN: 9788810412367 Questo volume propone un'introduzione alla trattazione moderna e contemporanea dei grandi temi dell'esistenza e intende offrire, in modo sintetico, una panoramica sul pensiero di alcuni autori significativi, mettendoli a confronto ed evidenziando analogie e differenze.

 
 
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